Sudan: “Un affare di donne”

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    Quattro donne coraggiose sfidano la cultura dei padri, ma soprattutto quella delle madri, e scommettono sulla formazione dei propri figli, auspicando una “Primavera” anche in Sudan. Eppure, il Paese africano martoriato da anni di guerra è solo un pretesto perché, a ben vedere, il cortometraggio “ A very good morning”, realizzato da Kinè e prodotto dall’associazione Cesar Onlus che lo ha presentato all’Università Cattolica, racconta il viaggio intrapreso da molte donne per tentare un’ affermazione dei propri diritti.
    La macchina da presa degli autori, Matteo Maroni e Alessio Osele, si aggira tra le capanne di una cooperativa della diocesi di Rumbek dove Rose Mary, Rebecca e Veronica diventano le portavoce simboliche di una richiesta di emancipazione che non è diversa in altre zone del mondo. Anzi, sullo sfondo socio culturale di un Paese che l’occidente definirebbe del Terzo Mondo, l’appello ai diritti umani invocato da Rose catapulta il racconto nella dimensione ben più ampia del cammino compiuto da ogni donna quando ricerca la propria identità ed il proprio ruolo sociale.
    Il cortometraggio “A very good morning” rappresenta, dunque, la testimonianza anche di questo viaggio femminile e forse, non caso, i pochi uomini che appaiono nel film guardano perplessi una metà del cielo che poco conoscono,ma soprattutto che non riconoscono.
    Gli autori hanno deciso di non condurre per mano lo spettatore che spesso perde il filo della trama, costretto a cogliere il messaggio universale di una storia sudanese. E’ spettato a monsignor Mazzolari vescovo di Rumbek e presidente onorario dell’associazione entrare nel merito e spiegare alla platea i problemi del luogo dove, da oltre vent’ anni, opera. Una diocesi estesa come il Portogallo e popolata da ben 3,8 milioni di anime. Una realtà che conosce anche la giornalista Anna Pozzi di Mondo Missione, che ha offerto qualche spunto di riflessione su uno scorcio di mondo dilaniato dalla guerra civile e devastato dall’Aids. “Le donne sono i pilastri di quella società – ha sottolineato l’esperta d’Africa –  ma sarebbe sbagliato investire su progetti che si occupano solo di emancipazione femminile. Anche gli uomini devono crescere  se si vuole evitare il rischio dell’’isolamento della popolazione femminile istruita ed emancipata”. Vale a dire che educare le donne significa anche educare gli uomini ad avere a che fare con donne più consapevoli. Una sfida probabilmente non solo africana.
    Federica Papetti

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