La Brescia che vorreste voi

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    Diteci cosa vorreste cambiare di questa città, cosa vi piace e cosa non vi piace. Quali posti o monumenti vorreste vedere valorizzati. Dove volete andare il sabato sera, dove non andreste mai. Cosa manca. Cosa c’è. Cosa non va nella mentalità della gente che incontrate per strada. E cosa vi piace. Diteci cosa vorreste chiedere al sindaco di Brescia e ai rappresentati dell’opposizione. Diteci cosa vedete dalla finestra. Diteci il nome di qualche bresciano che pochi conoscono e che fa molto per questa città. Diteci cosa volete fare e cosa potete fare. Diteci cosa vi hanno vietato. Diteci com’è la Brescia che vorreste voi!

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    1. Vorrei poter continuare a mangiarmi una pizza unta il sabato sera quando torno dalla discoteca! Non capisco cosa ci sia di male in questo e perchè ce lo vogliano vietare!

    2. Mi piacerebbe un centro storico senza auto, tanti tavolini dei bar all’aperto, e quel centro sotto la pensilina di piazza Rovetta.
      Mi piacerebbe anche un luogo adatto per fare dei concerti di musica come esistono in latre città.

    3. Vorrei che si tornasse a un’idea di città stile europeo, dove ci si sposta con i mezzi pubblici, dove le piazze non sono adibite a parcheggio ma a luoghi di incontro, dove il centro lo si fa vivere non aprendolo alle auto, ma organizzando eventi (concerti, mostre!!, circo!!, mercati, magari agricoli dove il consumatore incontra il produttore senza intermediari!), dove ci sono parchi e giardini non immersi nello smog, vorrei che si tornasse a un’idea di città che in questi ultimi mesi ha fatto posto invece al caos e a scelte che portano solo più auto, traffico e inquinamento.

    4. Che premessa complicata, ma parlare di una città, di una città dell’idea, perfetta nelle sue profferte e nella continuità del tempo è molto difficile, temo non esistano città così o forse lo sono per alcuni periodi di tempo. Tuttavia credo che ognuno di noi dovrebbe tracciare dentro di sé la sua città ideale e lavorarci per costruirla, per modificare quella in cui vive in direzione di quella in cui vorrebbe vivere. La città è una creatura dell’uomo e come tale è assolutamente modificabile. Purtroppo l’evoluzione delle città sta seguendo, dal dopoguerra ad oggi, dei ritmi di evoluzione che superano di gran lunga quelli dei propri cittadini e così ci svegliamo un mattino e non riconosciamo più i luoghi della nostra città: ma quel negozio di coloniali così grande e antico dove si trovavano le cose più strane, davvero ha chiuso? e la vecchia merceria dell’angolo, dove c’era il vero filo di qualità? No? chiusa! e il panettiere che faceva le copie a mano e la vecchia trattoria casalinga dove potevi mangiare cibi fuori moda come gli ossibuchi, insieme ai camionisti che guardavano il telegiornale?… insieme a loro t’accorgi che sono cambiati anche gli incroci che …a momenti ci restavi secco, ma quando l’hanno cambiato?? E ci sono segnali stradali nuovi che non si capiscono neanche tanto bene e ci sono rotonde da tutte le parti e quel cinema che costava due lire andarci adesso è diventato di "prima” e il vecchio parrocchiale non c’è più e se ti allontani dal centro ti scontri con nuove monumentali edificazioni che all’imbrunire sembrano quasi ombre mostruose aggrappate al paesaggio consueto e al posto di un prato c’è un grande parcheggio di cemento e al posto di un vecchio frutteto c’è una serie di villette nuove fiammanti e….insomma, piano piano, ci si abitua ai nuovi profili ma ciò che racconta l’anima di una città sono i suoi abitanti e come essi vivono i loro spazi.

    5. La mia città ha luoghi magici di incontro: uno è il mercato, come ad Iringa, una piccola città di provincia dell’Africa orientale. Il mercato è un luogo fisso, non invade per ore un posto destinato ad altro, non paralizza a giornate la vita della città ma fa parte di essa come luogo di scambio e di incontro. Scambio le merci ma incontro le persone. Compro, acquisto, spendo, incasso chiacchiero, mi informo e creo relazioni, quelle che mi permettono di reincontrarmi l’indomani nella festosità che è l’essenza stessa di un mercato. Il mercato di Iringa come di tante altre città africane, – mi vengono in mente i bazar del Maghreb – è il trionfo della creatività, dei colori, dell’allegria, dell’arte di tessere relazioni che non sono sempre e soltanto orientate alla vendita.

    6. Nella città in cui vorrei vivere c’è la solidarietà, che non è quella di campanile ma quella che viene dalla conoscenza dell’altro, dal vivere accanto, dal condividere gli spazi, i problemi e le occasioni di festa. E’ quella che nasce dalle piccole comunità di quartiere e che si dilata negli spazi comuni nei quali mi misuro con gli altri senza paura del colore dalla loro pelle o delle scelte che fanno. E’ una città che accoglie ogni nuovo membro, perché sa che ogni arrivo è una ricchezza che si innesta su un tessuto solido che può permettersi di cambiare il motivo della propria trama. E’ una città che aspetta e si predispone ad accogliere il nuovo perché non teme di perdere le solide radici piantate nella propria storia. E’ una città che si adopera per essere autosufficiente poiché è consapevole che in natura esistono cicli chiusi: nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si ricicla . Nella mia città i cittadini si impegnano in attività di lavoro che ricadano sul territorio e si assumono le loro responsabilità nella riduzione e nel riciclaggio dei propri scarti.

      Utopia! – dirà qualcuno. Certo, ma se non si comincia dagli ideali, da dove si parte ?

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