In famiglia dialetto o italiano ?

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    Quando ci vuole ci vuole. In certe occasioni, solo la lingua del vernacolo può semplificare o irridere, in modo anche sbracato e volgare, quello che un forbito italiano delega alla sobrietà della semantica ed al rigore della “consecutio temporum” In Lombardia quasi uno su dieci non parla abitualmente italiano in famiglia, ma dialetto. Si tratta di quasi 800 mila persone, a Brescia si tratta di 92.652 persone su un totale di 1.018.155 (residenti italiani al di sopra dei sei anni). Questi dati, apparsi sul quotidiano “Il Brescia” emergono da una stima della Camera di Commercio di Milano del gennaio 2008, elaborata sui rapporti dell’Istat del degli anni 2006- 2000.
    Eppure, il corretto utilizzo della lingua dell’Arno o quanto meno l’abitudine di parlare in italiano tra estranei, da sempre, connota chi ha studiato da chi possiede minori strumenti culturali. Anzi, leggere scrivere e far di conto erano gli obiettivi principali della scuola alle quali le classi sociali più umili aspiravano potessero accedere i propri figli. Per imparare, appunto, a “parlare bene”. Esprimere il proprio pensiero in modo appropriato non è un vezzo dei puristi della lingua, ma uno degli strumenti dell’emancipazione perchè consente di affermare e argomentare i propri diritti. Ciò non significa sminuire il valore, anche culturale, dei vari dialetti del Paese, ma riconoscere la necessità di diffondere una cultura un po’ più vasta. Un patrimonio che transita proprio attraverso la lingua italiana.
    Senza contare che nell’epoca della globalizzazione la vera sfida per gli italiani è l’inglese. Lingua che i rappresentati del Tricolore, a differenza di altri popoli europei, masticano appena.
    Riconoscere, quindi, la portata culturale dei dialetti locali non deve però equivalere alla loro glorificazione. Auspicare che nelle famiglie si parli italiano significa incentivare la scolarizzazione di un popolo che conserva percentuali di dispersione scolastica ancora troppo alte. Diffondere la lingua inglese significa, invece, fornire ai propri figli la possibilità di occasioni lavorative o di crescita non solo in Italia, ma anche all’estero. E di questi tempi chi non ne riconoscerebbe l’utilità?
    Sono brevi riflessioni che richiedono anche il contributo dei nostri lettori perchè i dati forniti dall’Istat inducono a ritenere che il dialetto bresciano imperi nelle famiglie.

    Federica Papetti

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    1. " Né mi pento di aver prima studiato di proposito a parlare, e dopo a pensare, contro quello che gli altri fanno; tanto che se adesso ho qualcosa da dire, sappia come va detta, e non l’abbia da mettere in serbo, aspettando ch’io abbia imparato a poterla significare. Oltre che la facoltà della parola aiuta incredibilmente la facoltà del pensiero, e le spiana ed accorcia la strada."

    2. Non so, non ci vedo nulla di male a parlare dialetto in casa. Certo è altro conto se i familiari conoscono SOLO il dialetto. Fuori, in società, è giusto esprimersi in modo da essere compresi da tutti; se in famiglia tutti comprendono anche il dialetto, perché non usarlo? In che modo parlare italiano in casa incentiverebbe la scolarizzazione, poi?

    3. "Quando ci vuole ci vuole. In certe occasioni, solo la lingua del vernacolo può semplificare o irridere, in modo anche sbracato e volgare, quello che un forbito italiano delega alla sobrietà della semantica ed al rigore della “consecutio temporum”."
      Quando non si conosce adeguatamente l’italiano questo può essere vero, ma quando l’italiano è una lingua conosciuta in tutte le sue differenti espressioni (come per i toscani) non c’è alcun problema ad utilizzarlo anche "in certe occasioni".

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