Berlinguer “profeta disarmato”

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    Concludendo la biografia dedicata ad Enrico Berlinguer (Roma, Carocci, 2006), il primo convincente lavoro storiografico sullo scomparso leader del Pci, Francesco Barbagallo ha avuto modo di annotare come “per la seconda volta, in pochi anni la storia d’Italia cambia per la morte di un uomo: Moro prima, Berlinguer poi. Non possiamo sapere come sarebbe andata la storia d’Italia se fossero rimasti vivi,  sappiamo come è andata dopo la loro morte”. Una constatazione amara ed un interrogativo che rimandano  ad un ineludibile bilancio da condurre in sede politica, al di là di ogni tentazione nostalgica, oltre ogni rimozione e fuori da quell’attitudine elusiva, da quella propensione all’infingimento, che hanno fatto parlare taluni di “silenzio dei comunisti”, quasi che una parte rilevante della politica italiana non sia mai esistita. Un atteggiamento che fa da pendant alla dannatio memoriae, alla grande impostura che grava sugli anni della seconda repubblica, con un prima, demonizzato  sino al ludibrio e un poi acriticamente esaltato. Ebbene, Berlinguer merita certamente un giudizio equanime, sine ira ac studio; la sua vicenda politica, il significato di un’intera esperienza vanno ricondotti ad una valutazione in grado di cogliere ciò che è morto, figlio di una stagione distante anni luce dalla nostra attualità, e ciò che è vivo e del suo insegnamento permane per le prospettive di progresso e di sviluppo della società italiana. Resta anzitutto la nobiltà della sua figura, l’indubbia statura del personaggio con il suo rigore – un’intransigente coerenza dal sapore quasi calvinista –, la rettitudine personale, la serietà politica ed intellettuale, per più versi un’”antiitaliano”, solo a pensare a “quell’eterna Italia” che pure oggi si riproduce con i suoi vizi secolari, dal trasformismo alla cortigianeria, alla mancanza di ogni vincolo di obbligazione ai valori della coscienza. “La gente amava in lui – ha scritto Natalia Ginzburg – quell’assenza di gioia negli applausi, quella forza severa, dimessa e triste, quella forza che non aveva i connotati della forza”, dell’arroganza, dell’abuso del consenso, sino alla sfacciataggine e alla volgarità. Resta, tuttavia, il fatto che lo sforzo intrapreso da Berlinguer di rinnovamento del comunismo italiano, si infrange di fronte  ad un macigno irremovibile, ad un valico insuperabile: l’assoluta irreformabilità del sistema sovietico  – “un regime dai tratti illiberali”, questa la fuorviante definizione protrattasi sino alla vigilia del definitivo crollo del “Dio che ha fallito”, secondo l’icastica, antiveggente sanzione di Arthur Koestler. In realtà Berlinguer rappresenta l’ultimo anello, il passaggio conclusivo della tradizione comunista italiana, di quell’impasto di ideologia, politica, organizzazione, definito a partire da Gramsci e poi, tra scarti e adattamenti, da Togliatti, che in lui trova il compimento forse più alto ed, insieme, la propria finale consumazione. Quel che seguirà – il “partito della sinistra europea” di Alessandro Natta e il partito del “nuovo inizio” di Achille Occhetto – altro non costituisce che la rappresentazione  della necessità, non più rinviabile, di un distacco radicale, di una “scissione” tanto dei fondamenti  ideologici quanto dei percorsi politici. Letto in questa luce, tutto l’armamentario costruito con inflessibile tenacia e passione autentica da Enrico Berlinguer appalesa una sua tragica grandezza, ma, al contempo, circoscrive lo spazio della sua iniziativa entro le aporie, i ritardi, le convulsioni dell’intera storia del suo partito: dalla “diversità” e dalla “questione morale” come rivendicazione orgogliosa di un’alterità eretta a garanzia di non integrazione, a tutela di un deposito politico-culturale che non misconosce il proprio fondamento e la propria missione – nel quadro della “democrazia progressiva” introdurre “elementi di socialismo” -; dall’”austerità”, “occasione per rinnovare l’Italia”, come estraneità ad un costume secolarizzato e post ideologico che trova nel consumo non solo una pratica diffusa, ma un’icona valoriale; dall’ ”eurocomunismo” alla “terza via” come riattualizzazione del disegno di salvaguardare l’autonomia del Pci; dal “compromesso storico”  al “dialogo con i cattolici” come fattori di legittimazione democratica in rapporto ad un mondo soggetto alla regola ferrea della spartizione delle sfere di influenza e come strategia connessa alla specificità anomala del “caso italiano”, sino all’ “alternativa democratica”, all’estremo tentativo di fare del Pci il luogo di coagulo dell’intera sinistra italiana. In realtà queste categorie politiche, oltre a rimandare ad un tempo archeologico, estraneo al “mondo nuovo” che segna l’incipit della nostra contemporaneità, denunciano – quasi una mascheratura politica – l’arretratezza della cultura di un intero partito, sempre in attesa della crisi “finale” del capitalismo, incapacitato alla propria Bad-Godesberg – non dico all’Epinay mitterandiana –, un partito che scambia il compimento della socialdemocrazia come prova della debolezza del rapporto tra mercato e democrazia, che è riluttante a misurarsi con la modernizzazione economico-produttiva del Paese, che vittimizza  se stesso, introiettando la conventio ad excludendum, sino al punto da guardare con  sospetto e ostilità alla sfida craxiana della “grande riforma”. Ma c’è anche un Berlinguer “metastorico”, più gobettiano che gramsciano, un leader “civile”, che può essere riletto in chiave attuale, “volontarista” “idealista”. È il Berlinguer dell’intervista a Scalfari dell’81, che, ritornando sulla questione morale, sulla riforma della  politica, denuncia la metastasi connessa all’invasività del sistema partitocratrico che ammorba istituzioni e società – oggi siamo ormai al partito “pubblicitario”, alla “velinizzazione” della politica –, senza tuttavia accedere alla demagogia dell’ ”antipolitica” o accettare la subordinazione dell’agire politico alla supremazia della tecnica o alla potenza dell’economia. Ed il Berlinguer “democratico” , di cui un leader come Ugo La Malfa riconosce per tempo l’apprezzamento di un sistema di regole, la valorizzazione del “governo delle leggi” buone sempre da preferire al “governo degli uomini”, anorchè illuminati, secondo l’insuperata lezione di Norberto, Bobbio. La stessa valorizzazione della laicità, come riconoscimento del contributo, fecondo per la dialettica democratica, del pluralismo delle idee, delle fedi, dei convincimenti, e come valorizzazione delle soggettività individuali – particolarmente di quelle della donna – agisce in Berlinguer da reagente ad un nucleo ideologico ossificato, ad un’ortodossia ingessata. E così pure l’aspirazione ad una società egualitaria non viene da lui declinata nei termini di un rigido classismo, ma agita per  porre rimedio alle occasioni perdute di un riformismo senza riforme, giocata su un terreno ormai estraneo alla vulgata vetero-comunista e rapportata alla prassi socialdemocratica di un patito che spesso guida, in sede amministrativa, istituzioni locali ed enti pubblici. Infine: il  Berlinguer dal respiro universalista, dall’afflato planetario della “carta per la pace e lo sviluppo” che, in un mondo non ancora globalizzato e bipolare, intravede le chances di un multilateralismo atto a promuovere progresso sociale, diritti, valore del lavoro, cittadinanza, a suscitare un ruolo attivo e propulsivo dell’Europa come protagonista di un processo di stabilizzazione, fattore di equilibrio di fronte alla crisi dello Stato-nazione, di superamento della contrapposizione Est/Ovest, nonché dei meccanismi dello scambio ineguale fra Nord e Sud del mondo. Questo il Berlinguer, “profeta disarmato”, tuttora attuale.

    Paolo Corsini

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    1. Da uomo di centrodestra e tuttavia con una qualche simpatia per l’uomo Berlinguer, devo confessare che trovo estremamente deludenti le analisi e le ricostruzioni politiche degli uomini della sinistra che hanno militato nel partito comunista e in quello che ne sarebbe derivato; perchè o diventano delle stucchevoli agiografie nostalgiche o, quando mostrano, come questa di Corsini,il piglio di una vera e sostanziosa e ragionata critica politica,tradiscono immediatamente la mastodontica discrepanza tra le ppresunte acquisizioni postcomuniste dei comunisti e le loro azioni ancora segnate dalla cultura d’origine. In fondo la differenza tra Berlinguer e i suoi eredi sta tutta qui: mentre rispetto all’esperienza politica del primo, consegnata ad un irrimediabile fallimento, non si può non vederne comunque elevarsi la statura e la nobiltà morale e politica; di fronte alle "conquiste" ed "evoluzioni" dei secondi si fa fatica ad individuare un’azione, una, che possa offrire non dico il crisma della grandezza, ma almeno quello della coerenza. L’ex sindaco Corsini, di questo, è un bell’esempio locale, così come a livello nazionale ne esistono anche di più rilevanti

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