Martinazzoli democristiano atipico

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    MARTINAZZOLI: L’ATIPICO DEMOCRISTIANO C’è – almeno così a me pare – un duplice, possibile livello di lettura di questo racconto autobiografico quasi preterintenzionale, e tuttavia più che un’egostoria, dovuto a Mino Martinazzoli, Uno strano democristiano, Milano, Rizzoli, 2009 scritto con Annachiara Valle, giovane e valente giornalista di “Jesus” già segnalatasi con Parole, Opere, Omissioni, una documentata, lucida incursione nelle vicende della Chiesa italiana durante gli “anni di piombo”: da un lato la rievocazione, tra disamina critica e melanconica nostalgia – nel senso etimologico del termine, di dolore per un viaggio di ritorno – di uomini e tempi della cosiddetta Prima Repubblica, dall’altro, con intrigante suggestione ed autentico afflato – dunque senza l’enfasi del soliloquio – una meditazione sulla politica, sulla sua grandezza e miseria, sulle sue ambizioni, sui suoi vincoli e il suo limite, una riflessione che alla trama evenemenziale, alla successione storica attribuisce significato e illuminazione. Del resto Martinazzoli è stato certamente testimone autorevole e protagonista di rilievo di decenni attraversati in ruoli di assoluta preminenza: presidente della commissione inquirente sullo scandalo Lockheed, più volte ministro in dicasteri chiave per la vita repubblicana, capogruppo parlamentare del partito fondamentale di governo, ultimo segretario della Democrazia cristiana, promotore del nuovo Partito popolare italiano. Una biografia politica che prende le mosse dall’humus culturale, dalle idealità democratiche, dai valori cristiani che accendono le speranze, alimentano la passione di un giovane della Bassa bresciana già all’origine, all’incipit di un lungo percorso, democristiano insolito, atipico più che strano, amministratore locale “indipendente” ad Orzinuovi, avido lettore di buoni libri – in primis di quel don Primo Mazzolari che con la sua predicazione nella plaga ha lasciato semi fecondi -, animato non da spirito appetitivo di ruoli e di potere, ma dal sentimento di una responsabilità, dell’urgenza di un impegno, dalla consapevolezza di un servizio da rendere nel nome della democrazia, insieme garanzia di libertà e tensione per la giustizia.E’ l’incontro con Aldo Moro, una conoscenza mediata da Franco Salvi, a segnare cultura politica, orientamenti, scelte che contraddistinguono il profilo di Mino Martinazzoli: al di là del consunto cliché che gli è stato costruito di “crepuscolare”, “amletico”, “cipressoso”, una personalità che interpreta e agisce la politica alla luce di un fondamento umanistico – il valore inestinguibile della vita, la sua promozione, la sua redenzione –, che la pratica sulla base di un pensiero come risposta e soluzione ad un problema ed infine si sforza di riscattarla per il tramite di un valore che, oltre a fondarla, la misura e la giudica. Questo anche il senso di una presenza parlamentare destinata nel tempo a ruoli di sempre più spiccata responsabilità. Così la battaglia di civiltà per l’approvazione della legge “Valpreda” sui termini della carcerazione preventiva in nome della convinzione che “là dove vi è un processo garantito, (…), di parità tra le parti e di garanzia per la libertà personale, là vi è anche una risposta punitiva rapida, efficiente, tempestiva”, così nel caso del confronto in tema di riforma del diritto di famiglia, così nell’occasione della legge sul nuovo processo del lavoro secondo un impianto teso a guadagnare velocità al giudizio, impianto poi assunto a modello anche per altre procedure del contenzioso civile. Così, infine, nelle preveggenti, lungimiranti proposte avanzate in tema di utilizzazione delle intercettazioni come strumento di prova cui ricorrere con avvedutezza e nel quadro di ineludibili garanzie. Del resto è proprio sul terreno  della giustizia che Mino Martinazzoli uomo di governo lascia l’impronta  più significativa e riconoscibile di un’ispirazione, al di là dell’autoironia, dell’anedottica sulla riduzione del formato delle buste e relativo risparmio per il ministero. Esemplare di una disposizione, sintomatica di una sensibilità volta al recupero del diritto e al superamento della legislazione emergenziale prodotta negli anni del terrorismo, l’introduzione di misure tese ad una graduale riduzione di un’afflittività frutto di una distorsione delle regole. Sarà la legge sulla “dissociazione”, nota come legge Gozzini, frutto di un sapiente assemblaggio di iniziative di governo e parlamentari. Ben oltre le “rivelazioni” su casi ancora non compiutamente chiariti, comunque utili a ravvivare la memoria corta del Paese, e la nuova luce  portata su vicende già conosciute – il sequestro Moro, il maxiprocesso di Palermo, la morte di Sindona, il “giallo” di Ustica, l’intrigo internazionale  dell’”Achille Lauro” –, è soprattutto il Martinazzoli che pensa e ragiona di politica ad attribuire valenza paradigmatica alla propria autobiografia, a renderla paragone probante in un tempo di finzione, di metamorfosi della politica, in cui essa più che rappresentanza è rappresentazione e nel quale il potere resta opaco, mentre sovrabbondante,  persino osceno, è il rito esibitorio di personaggi senza qualità che, in quanto frutto di invenzione, ostentano il nulla di sé. La continuità di una tradizione, da Sturzo a De Gasperi, comparata ai tempi nuovi, la valorizzazione del “centro” non come luogo geometrico equidistante  da destra e sinistra, ma quale cultura di moderazione degli interessi ed affermazione di valori – in primo luogo un rapporto esemplare tra vita e politica; una politica mite non perché ignora la dimensione machiavellica del potere e della forza, ma perché riconosce il proprio limite che non le consente di essere invasiva di sfere che non le appartengono tanto del vivere quanto del morire, dunque, inabilitata ad esprimere la totalità della coscienza di ognuno: tutti i classici topoi del lessico di Martinazzoli innervano la sua narrazione, particolarmente là dove si cimenta con la stagione drammatica della fine della Dc e con“l’ultima curva” della sua parabola, prima del ritorno a Brescia, come Sindaco, e in regione Lombardia, come leader dell’opposizione a Formigoni in una sorta di “corsa contro la morte” politica. E’ ancora Moro, ad essere periodizzante:  la sua fine rappresenta la cesura di un intero tracciato, rende sì possibile l’alternanza, ma senza partecipazione, quell’alternanza che è pienezza democratica, ma che viene raggiunta attraverso l’antipolitica. “Volevamo un cambiamento – annota Martinazzoli che desse più spazio alla società, più equità ai cittadini, che ridefinisse le regole, la moralità, l’autorevolezza di uno Stato concepito come Stato del valore umano”. Questa, in definitiva, la proposta politica nella fase dell’epilogo, la possibilità, anzi il dovere di “essere più democristiani di prima: meno il nostro potere e più il nostro progetto”, un partito che, ormai liberato dalla damnatio gubernandi, potesse finalmente autenticare la propria missione sulla base dell’ispirazione cristiana. Salda restava, infatti, e resta in Martinazzoli la convinzione che, dentro la dimensione politica, abbiano avuto un peso i cattolici che non sono stati in politica in nome dell’Italia cattolica, ma che ci sono stati in quanto cattolici in Italia. Questo il seme di una storia che, oggi alle prese con ingombri e detriti, potrà tornare, in un tempo meno inclemente, ad alimentare passioni ed impegno di una democrazia stressata, ormai da tempo alle prese con la propria inesorabile stanchezza. Ci sono, infatti, al di là delle apparenze, ragioni che durano, quelle ragioni che consentiranno al Paese di ritrovare il senno oggi trasferito sulla luna. Così, spes contra spem, alla fine la serena rievocazione di Mino Martinazzoli. Non l’apparenza di un sogno, ma la fermezza mite di una fede.                                                                                      Paolo Corsini

     

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