Quando mancano le piazze

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    Sagre, fiere e manifestazioni di varia natura hanno portato i bresciani in centro storico, ma eventi spot non risolvono il naturale spopolamento dovuto alla chiusura di locali e cinema o al decentramento di funzioni pubbliche. Il fallimento dell’esperienza del Quadriportico, la chiusura sine die del cinema Astra o lo spostamento del Tribunale lasciano spazi vuoti in palazzi di antico pregio,ma spostano dal centro fette di frequentatori abituali di quelle strade.

    E’ abbastanza triste passare in via Cavour e vedere lo stato di abbandono dei luoghi, situazione più volte denunciata anche dai commercianti storici di quelle vie. Allo stesso modo sembra è calato il transito in via San Martino della Battaglia dove langue tra corridoi vuoti l’ex Corte d’Appello. ’ di qualche giorno fa la notizia del progetto che l’Amministrazione ha in serbo per la sede dell’Oviesse in via Mameli dove dovrebbe sorgere un centro dedicato ai prodotti dell’enogastromia locale o, comunque, qualche attività che escluda l’insediamento della grande distribuzione. Senza entrare nel merito del singolo progetto sorprende però la mancanza di un progetto globale, capace d’investire il centro nella sua totalità. E’ evidente che per fare questo si dovrebbe avere un’idea complessiva della di città, ma ancora di più della comunità che la abita. Già venti anni fa un mio professore di storia all’università sosteneva che dal fascismo in poi la società non era stata più in grado di progettare piazze. Strade, ponti, e infrastrutture aveva si, ma nessuna piazza che da sempre rappresenta il simbolo di una comunità insediata su un territorio in un dato momento storico. Non che a Brescia manchino le piazze, ma la la difficoltà a ripensare l’utilizzo di sedi storiche come il Tribunale o la Corte, forse, trae origine anche dalla mancanza di un senso della comunità che vive con la propria città. Una difficoltà che certamente non riguarda in modo specifico il centro destra, ma il declino della “civitas” concorre sicuramente alla perdita d’importanza degli spazi pubblici o con una funzione pubblica.

    Non sono sicura che l’abbandono della città da parte dei residenti sia frutto esclusivamente dei prezzi delle case o degli affitti inavvicinabili. La città ha perso d’appeal a favore di una provincia dominata dalla “villetta a schiera, il pezzetto di giardino con il cane le pantofole e la videocassetta”.

    Un processo che anche le Amministrazioni faticano ad arginare perchè loro stesse ne sono coinvolte. Gli extracomunitari, quindi, rimangono in città certo per motivi di lavoro, ma soprattutto perchè intravedono nei luoghi comuni e nelle piazze il principale luogo della relazione e dell’aggregazione.

    Federica Papetti

     

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