Il destino del lavoro nella Grande Crisi

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    IL DESTINO DEL LAVORO NELLA “GRANDE CRISI”

     

    Il lavoro come luogo fisico, come modalità di impiego del tempo, una sorta di punizione, tanto divina quanto umana, il frutto di una dura necessità, l’opportunità di utilizzare risorse, competenze, capacità, abilità personali, l’espressione di un’istintiva vocazione, un’occupazione professionale, l’impegno di una missione, occasione di riscatto e di redenzione, ma pure condizione mortificata ed umiliante: una fenomenologia, quella del lavoro, che può indubbiamente rimandare ad una serie molteplice di figurazioni, né più né meno che alle nostre vite. E del resto sulla questione del lavoro è venuta accumulandosi nel tempo una produzione saggistica cui le diverse scienze sociali hanno fornito un apporto di analisi e conoscenze indubbiamente ragguardevole. Merito di quest’ultimo libro di Furio Colombo, notissimo giornalista, scrittore, studioso (La paga–Il destino del lavoro e altri destini), Milano, Il Saggiatore, 2009) è di aver aperto una prospettiva nuova di riflessione, commisurata per altro al paragone della “grande crisi” che stiamo attraversando a livello internazionale, ma pure alle opere e ai giorni dell’Italia di oggi: il nesso tra lavoro, democrazia, cittadinanza, diritto, in un tempo in cui la devalorizzazione del lavoro e la sua precarizzazione si accompagnano ad una cultura di cieca deregolamentazione e di progressiva privatizzazione dei diritti come fondamento inalienabile della persona. Insomma non solo il tracollo dei colossi finanziari, la caduta a picco delle borse, l’affermarsi di una “grande depressione” che attraversa l’economia reale, producendo 20 milioni di disoccupati – tra il settembre 2007 e il novembre 2008 negli Stati Uniti sono andati persi nove trilioni di dollari, una cifra pari al Pil di Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna messe insieme –, ma una più generale trasmutazione di civiltà, di riferimenti ideali, uno scompaginamento della gerarchia dei valori. C’è un’immagine icastica con la quale Colombo apre efficacemente il suo saggio: quella del giovane programmatore precario cui il supervisor (capo servizio), incaricato della sorveglianza e disciplina del personale al piano 94 del grattacielo (nel cuore della modernità, dunque) comunica la fine del contratto, una volta si sarebbe detto il licenziamento. In silenzio e con una raccomandazione: evitare annunci e saluti. Una sanzione impersonale e vincolante, che non lascia spazio ad alcun sistema di relazione, frutto di contrattazione individualizzata per il dipendente che, lasciatosi alle spalle il luogo di lavoro, può assistere al crollo delle Twin Tower, la mattina di quell’11 settembre. Solitudine, isolamento, paura, screditamento, quasi sino all’irrilevanza, delle organizzazioni sindacali, intronizzazione del mercato eretto a idolo, tendenziale privatizzazione dei settori chiave della vita sociale – la sanità, la scuola, la previdenza e l’assistenza – ed insieme la demonizzazione dell’avversario, sempre radical chic, sempre snob da salotto, accompagnata da rassicuranti coperture ideologiche evocatrici – esemplare sotto questo profilo la narrazione del ministro Tremonti – di valori che tutto compendiano quali la tradizione, la legge naturale, il rifugio protettivo della “famiglia” dell’”ordine”, dell’”autorità”. Vale a dire le parole chiave del lessico di un populismo capace col suo “pensiero sbrigativo” di incontrare la modernità della nuova civilizzazione. Del resto in Italia si stanno facendo strada da tempo ormai iniziative improntate alla volontà di rivalsa sul piano dei rapporti normativi ed economici che regolano lavoro ed impresa al punto che l’imperativo della concorrenza si traduce in una sorta di gara alla compressione del lavoro. Come ha scritto un osservatore acuto e non sospetto – Massimo Mucchetti, vice direttore ad personam del “Corriere della Sera”, “sui giornali si legge sempre di fatturati, margini operativi, profitti, perdite, mezzi propri, debiti, assai meno del lavoro”, una sorta di pensiero unico che a sua volta riflette la progressiva emarginazione delle retribuzioni nella ripartizione del valore aggiunto tra lavoro, creditori finanziari, azienda, fisco e azionisti. Nasce così un curioso rovesciamento, peraltro alimentato pour cause nell’immaginario pubblico dai proclami e dalle “guerre sante” del ministro Brunetta: lo stachanovista berlusconiano – l’uomo indefesso del fare, il “fantuttone” – e il suo contrario, il fannullone capitalista, l’eroe rovesciato dell’individualismo che stabilisce le proprie regole, insegue il proprio comodo, tagliando il lavoro come gli imprenditori tagliano i propri costi. Anche il linguaggio si piega ad una sorta di ipocrita astuzia, come profetizzato da George Orwell in 1984 a proposito del Ministero della Verità: “mobilità delle risorse umane” per dire che qualcuno viene confinato in una condizione di insicurezza; “lavoro a progetto” per significare l’entrata e l’uscita dall’azienda attraverso una porta girevole; “mettere in libertà” per rimandare alla disoccupazione come spazio senza uscita per il lavoratore. La stessa scansione dei tempi di vita risulta sconvolta: prima il tempo libero coincideva con l’intervallo tra due momenti che appartenevano al mondo-lavoro. Oggi il continuo “azzeramento del tassametro” è causa per il precariato di permanente frustrazione perché il tempo libero coincide con la frammentazione del percorso professionale, con la frantumazione derivante dall’alternanza tra lavoro a tempo e disoccupazione a tempo, sino alla sostituzione del tempo “libero” col tempo “vuoto”. Dentro questa implosione, questo svuotamento delle parole e del senso anche le tragedie del lavoro si riducono ad un “instant show” in cui la morte sul cantiere costa, in definitiva, meno della sua prevenzione. Ebbene, di contro all’illusoria fascinazione neoliberistica di “niente Stato, solo mercato”, e all’inerte rassegnazione di quanti si limitano a prendere atto della “verità dei numeri”, Furio Colombo guarda alla grande tradizione americana, ritorna al Rooswelt di ieri e si aggrappa all’Obama di oggi, a quell’America in cui “le agenzie dello Stato spostano ricchezza dalla parte dei cittadini, passando attraverso la garanzia dei beni fondamentali […], creando un nuovo mercato del lavoro in cui le persone sono sostenute, scortate, garantite quanto lo sono le aziende”, un Paese in cui il flusso del denaro va al sostegno delle imprese che si dimostrano in grado di generare lavoro. Questa l’ispirazione di una politica consapevole che non si esce da una crisi produttrice di paura, solitudine, depressione con tabelle attuariali e tagli indiscriminati – è il caso del Governo italiano –, sottovalutandone la portata, bensì restituendo fiducia, orgoglio, capacità di iniziativa, rafforzamento d’identità, a partire dal lavoro come condizione che rende possibile a masse di cittadini di partecipare alla pienezza della cittadinanza e alle decisioni pubbliche. Deperimento del lavoro e sua mortificazione significano, infatti, fine di un rapporto paritario fra cittadini e istituzioni, partiti, politica, nonché deprivazione e svuotamento di democrazia. Come ben ammonisce la nostra Costituzione. Fin dal suo incipit non solo una carta fondamentale delle regole, ma pure un progetto di società sempre attuale, la prefigurazione di un futuro possibile e degno, da perseguire con fedeltà e convinzione.

     

    On. Paolo Corsini

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