Il don Mazzi dell’Isolotto

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di Renato Borsoni – In queste settimane in cui vige la par condicio – una invenzione nata anni fa per condizioni politiche generali diverse da quelle di oggi, e oggi infatti criticata da tutti e comunque male interpretata – è più difficile individuare argomenti anche per queste poche righe settimanali: soprattutto perché può sembrare che si cerchi di arrampicarsi sugli specchi invece che camminare nella realtà quotidiana.

E poi, che significa non parlare di politica? Qualcuno me lo spiegherà, un giorno. Allora: accendiamo il televisore – è quasi ora di pranzo – e c’è Augias che conversa con un ospite, e con noi. L’ospite di oggi mi fa sobbalzare sulla sedia perché riconosco un viso che non vedevo di persona da una quarantina d’anni: è don Mazzi. Ma non è il  Mazzi che si è fatto abbrustolire dalla miriade di presenze televisive e francamente è diventato organico al video. E’ il don Mazzi dell’Isolotto, quartiere fiorentino che alla fine degli anni Sessanta era un avamposto della chiesa cattolica in subbuglio. E’ uscito in questi giorni un suo libro che, dopo i recenti interventi di Hans Kung (pubblicato a suo tempo con il dovuto scalpore dalla nostra Queriniana), riporta perentoriamente a galla le divaricazioni tra la chiesa ufficiale e quella sempre testardamente  sulla breccia della polemica. E allora, ecco la ragione del mio sobbalzo: era, manco a dirlo, il 1969; e da Brescia la compagnia della Loggetta portava in tutta Italia il suo spettacolo su don Milani intitolato “L’obbedienza non è più una virtù”. Due attori, due tecnici (qualche volta Mina Mezzadri autrice e regista se c’era il “segue dibattito”) un camioncino per scena e attrezzi e un’automobile. Qualche volta la recita si faceva all’interno di una chiesa, massimo della provocazione da parte del prete indigeno, visto che le parole del Priore di Barbiana  non erano tenere nei confronti dell’autorità ecclesiastica: addirittura, tra gli altri, dell’arcivescovo di Firenze (impersonato da me). Proprio l’arcivescovo aveva fatto chiudere le porte della chiesa, impedendo l’ingresso anche a Don Mazzi: il quale, lì per lì, decise di fare comunque lo spettacolo all’esterno, sul sagrato. Ma pioveva, e non si poteva montare la scena: era giorno, non c’era bisogno di luci. La gente intanto, tantissima, munita di ombrelli, aveva comunque riempito la piazza in attesa degli eventi. Don Mazzi non si scoraggiò: mandò il sacrista a prendere due microfoni e due ombrelli e la recita incominciò. Gli isolottiani erano elettrizzati. Il prete reggeva l’ombrello a me, il sacrista a Engheben, che era l’altro attore. Andò benissimo: oltretutto don Milani aveva lavorato a un tiro di schioppo da lì fino alla sua morte, due anni prima. Quindi l’emozione si  tagliava a fette.

Avrò parlato di politica? Avrò rispettato la par condicio? Avrò turbato il clima elettorale, così tranquillo, sereno, rilassato?

DA IL QUOTIDIANO IL BRESCIA – 12 MARZO 2010

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