Piazze contrapposte

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Renato Borsoni - www.bsnews.it
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di Renato Borsoni – Mi è capitata fra le mani per una pubblicazione che verrà data alle stampe nelle prossime settimane la riproduzione di un dipinto che fissa nella storia della città (e non solo) la manifestazione che inaugurò piazza della Vittoria nel novembre del ’32 dopo lo sventramento dell’antico quartiere delle pescherie. Una folla sterminata e Mussolina là, sull’Arengario, petto in fuori e voce stentorea. Sulla sinistra, ben visibile, la statua di Arturo Dazzi della quale abbiamo già parlato in questo spazio, e che negli ultimi giorni è tornata all’onore delle cronache bresciane. Sembra che le difficoltà per restituire la piazza alla sua dechirichiana integrità stiano crescendo, anche perché spero che un’operazione così complessa, se va veramente affrontata, sia presa coraggiosamente di petto: nel senso che non si tratta di ricollocare una statua (di per sé tutt’altro che un capolavoro) al suo posto, ma di restituire senso a uno spazio di un periodo dell’architettura moderna che, magari altrove più che a Brescia, ha lasciato esempi significativi. Certo, guardare quelle immagini di ottant’anni fa da uno come me che ha avuto l’avventura di viverle da vicino, suscita una specie di stupito distacco. Io vivevo in una città dell’Italia centrale, allora, e ricordo – l’ho già scritto, e lo racconterò ancora – come un giorno il capo del governo arrivò da Roma alla stazione ferroviaria dove una macchina gli fece percorrere la circonvallazione in mezzo a una folla inimmaginabile: ma noi plotoncino di balilla moschettieri, dopo aver presentato le (cosidette) armi alla stazione, fummo costretti a fare di corsa una scorciatoia per farci trovare di nuovo sul presentatarm nell’androne della casa del fascio, in centro città. Qualche anno dopo nella piazza grande gli altoparlanti ci portarono da Roma la voce che annunciava la dichiarazione di guerra agli ambasciatori di Francia e d’Inghilterra. Soltanto mio nonno, a tavola, ascoltava le notizie alla radio con il capo chino. Ben venga, dunque, il Bigio restaurato: torni a mostrare l’immenso didietro agli avventori del bar che potrà continuare a chiamarsi Impero, guardi compiaciuto a una piazza per la quale i bresciani avranno inventato finalmente una destinazione da vita vissuta, senza però aver bisogno di inaugurazioni inneggianti e di presenza carismatiche. ( In questi giorni qualche piazza torna a riempirsi, ma sono contrapposte: meglio così).

DA IL QUOTIDIANO IL BRESCIA – 19 MARZO 2010

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