Cent’anni di storie bresciane

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Renato Borsoni - www.bsnews.it
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di Renato Borsoni – Qualche giorno fa assistevo dall’ultima fila alla celebrazione un po’ fuori tempo dei cento anni dalla nascita della nostra ex-municipalizzata, in tempi successivi battezzata Asm. La chiesa di Santa Giulia era gremita da un pubblico prevalentemente composto da dipendenti ed ex, compresi gli ex-presidenti in vita. Questi luoghi sono imbarazzanti, e voglio parlarne ancora una volta anche se non sono mai riuscito a registrare consensi o accenni di contraddittorio alle mie posizioni. Insomma, questa è una chiesa. Un luogo dove la voce singola del predicatore giungeva ai fedeli da un pulpito collocato strategicamente verso la  metà della navata principale, le voci del coro giungevano da absidi con volte appositamente studiate, lo strumento musicale era l’organo che impastava suggestivamente i suoi suoni complessi con i volumi elaborati e spesso frazionati degli interni. Delle due, l’una: o si lasciano le chiese come sono, cioè come le avevano concepite gli architetti quanto a illuminazione, sonorità, concentrazione, oppure, se si vuole destinarle ad altri usi, è necessario reinterpretarle al servizio delle nuove funzioni. E allora il progettista studierà le nuove esigenze acustiche, i diversi sistemi di illuminazione, un rapporto immediato e piacevole tra chi esercita i nuovi riti – conferenze, concerti, spettacoli – e chi ha il diritto di assistere senza allungare il collo sulle teste davanti, senza echi e rimbombi nelle orecchie, soprattutto stando seduti comodamente. Ma il vero problema è che in Italia rarissimamente si pensa alla costruzione di veri e propri auditorium (il resto d’Europa ne è costellato) in grado di ospitare senza condizionamenti architettonici pregressi i multiformi aspetti dell’arte musicale, contemporanea e non. Comunque gli applausi sono sempre applausi: e se ne sono sentiti tantissimi quel giorno, senza remore acustiche di sorta, dopo gli interventi degli ex presidenti che hanno rivendicato a schiena dritta malgrado l’età una storia bresciana, di popolo e di dirigenze, che si è trovata (inopinatamente?) assorbita in una vicenda che in breve tempo ne ha quasi cancellata la vitalità, la voglia di partecipazione, un quotidiano e comune e vissuto protagonismo. Comprensibile l’imbarazzo dei nuovi amministratori della città, arrivati a metà, e oltre, del guado. Speriamo che l’orgoglio dei vecchi saggi possa ancora essere un utile sprone.

DA IL QUOTIDIANO IL BRESCIA – 08 MAGGIO 2010

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