Il saluto del vescovo a Concesio

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    Riportiamo il saluto del vescovo Luciano Monari pronunciato oggi a Concesio, in occasione del IX colloquio internazionale promosso dall’istitituto Paolo VI di Brescia.
     

    Porto volentieri il saluto della Chiesa bresciana a questo Colloquio Internazionale di Studio. Grazie anzitutto, naturalmente, all’Istituto Paolo VI che in tutti questi anni ha tenuto e tiene viva la memoria del Papa al quale Brescia si sente legata profondamente. E grazie per la scelta che è stata fatta per questo specifico incontro: “Verso la civiltà dell’amore.” L’argomento è non solo bello, ma necessario e urgente

    Se ci sarà un futuro per lo sviluppo della convivenza umana, questo dipenderà dalla nostra capacità di edificare una ‘civiltà dell’amore’. Non nel senso, come nota giustamente padre Salvini nell’introduzione al testo-guida, di un ‘generico e astratto invito alla benevolenza’; e nemmeno, credo, come utopia di una società senza conflitti. Ma piuttosto come instaurazione di un ordine sociale nel quale i diversi valori che danno senso alle scelte dell’uomo e le giustificano si raccolgono e trovano unità nel valore supremo dell’amore: Col 3,14. I valori della convivenza umana sono molteplici e a volte anche opposti tra loro; c’è bisogno di un vertice che li colleghi nel momento stesso in cui li limita: appunto la carità, l’amore

    Alla radice di questa intuizione di Paolo VI sta, naturalmente, tutta la storia del pensiero cristiano e biblico. A partire dal comandamento del libro del Levitico: “Ama il prossimo tuo come te stesso” e cioè: prendi posizione a favore della vita del prossimo così come hai preso posizione a favore della tua vita. Il fatto che tu viva significa evidentemente che hai ratificato il dono della vita con la tua presa di posizione personale; hai detto: è bene che io viva; voglio vivere. Ebbene, questa medesima presa di posizione devi allargarla alla vita del prossimo desiderandola e favorendola concretamente con le tue scelte. A questa affermazione fondamentale va aggiunta la lettura dinamica che il vangelo fa della figura del prossimo (nella parabola del buon Samaritano) dove il termine ‘prossimo’ non definisce una volta per tutte un circolo di identità con annesse inclusioni ed esclusioni, ma esprime un dinamismo creativo, che si apre sempre di nuovo alle persone che entrano nel proprio raggio di esperienza e di azione: senza esclusioni previe, quindi, ma con un’apertura concreta sempre nuova e aperta.

    Non è possibile, e probabilmente non è nemmeno augurabile, cancellare tutti i conflitti e creare una società da paradiso terrestre; ma bisogna che i conflitti siano interpretati e vissuti in modo tale da poter essere integrati in un ordine superiore, appunto l’ordine dell’amore. Ci dicono che la società è un campo nel quale si giocano giochi a somma zero (quelli nei quali la vittoria di uno ha come corrispondente necessario la sconfitta dell’altro: la partita di football, ad esempio) e giochi a somma non-zero (quelli nei quali la vittoria di uno favorisce il vantaggio e quindi la vittoria anche dell’altro: si pensi alla vita di famiglia come un vero e proprio gioco nel quale la buona riuscita di ciascuno favorisce una parallela riuscita degli altri).

    I giochi a somma zero esaltano le possibilità, fanno emergere le competenze, fanno prevalere il migliore, ricompensano il merito – tutte cose preziose nella vita della società. I giochi a somma non-zero valorizzano il contributo di ciascuno – piccolo o grande che sia; arricchiscono il patrimonio di ciascuno col patrimonio degli altri e quindi moltiplicano il risultato finale. Una specie di piccolo assaggio del paradiso nel quale ciascuno gioisce anche della gioia degli altri e in questo modo la gioia di tutti diventa un dinamismo di crescita aperta all’infinito.

    Insomma, bisogna che le partite a somma zero trovino integrazione in un gioco globale a somma non-zero. Tra padrone e operaio il conflitto è inevitabile; anzi, è necessario per impedire o perlomeno limitare il dominio del più forte; ma il conflitto non può superare una certa soglia oltre la quale entrambi i contendenti diventerebbero degli sconfitti perché sarebbe il sistema stesso (imprenditore-operaio) a collassare. Lo stesso potrebbe dirsi per il conflitto dei partiti all’interno di un regime democratico o per la concorrenza nell’ambito economico e così via.

    La prospettiva è teoricamente chiara; ma cercare le vie concrete di questo cammino è un compito difficile e complesso; richiede competenze specifiche per tutti i campi dell’azione umana; richiede anche un impulso di amore, quell’impulso che appassiona e rende creativi e impedisce ogni forma di rassegnazione. A questo livello diventa prezioso il riferimento religioso. Dietro al desiderio umano di una civiltà dell’amore sta il dono originario dell’amore di Dio che ha creato il mondo e che lo sostiene con la sua fedeltà: Sap 11,24-25. Ma soprattutto sta il dono dello Spirito legato all’evento di Cristo, alla sua Pasqua: “L’amore di Dio – scrive Paolo ai Romani – è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.” E’ la forza di questo Spirito che, immessa nei nostri cuori, li illumina, li rigenera, li appassiona.

    Tutto questo e altro ancora sta alla radice della stupenda intuizione di Paolo VI. Mi auguro che i diversi esperti che interverranno riescano a illuminare quella intuizione e ad incarnarla, a farla entrare dentro la riflessione sui diversi ambiti dell’esperienza umana. In questo modo il nostro desiderio, che è robusto, avrà davanti a sé strade concrete da percorrere per un impegno politico, culturale, economico, tecnologico; sapremmo un po’ meglio cosa dobbiamo fare. 
     

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