Tifosi della curva sostengono i carcerati

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    Dopo la (triste) partita del Rigamonti un nutrito gruppo di ultras della curva Brescia 1911 si è recato ieri fuori dalle mura di Canton Mombello. Un gesto di solidarietà e vicinanza spiegato nel volantino distribuito allo stadio prima della partita.

    Fuori dal carcere cittadino, uno dei peggiori d’Italia, cori, striscioni e fumogeni per sostenere i detenuti che affacciandosi alle finestre hanno ringraziato, cantando e accompagnando i cori ultras.

    Ecco lo stralcio del volantino che parla di Canton Momello (clicca su questo link per il volantino completo):

    Solidarietà Ultras
    Oltre che per l’attaccamento alla Maglia e alla loro storia,
    gli Ultras italiani si sono sempre contraddistinti per una spiccata umanità, rivolta spesso a
    circostanze drammatiche o a persone in forte difficoltà, non solo economica.
    Purtroppo, certe situazioni disperate sono sempre più diffuse (in questa società corrotta, egoista
    e svilita, le cause per cadere nell’oblio sono molteplici e sempre più d’attualità) e a volte
    bastano dei semplici gesti per ridare la speranza a chi – per svariati motivi – l’ha persa. Ci sono
    partite ben più importanti di quelle giocate a Mompiano, e nonostante per molti di noi il calcio
    sia ormai diventato – non certo per questioni economiche – una ragione di vita, molto di più cioè
    di un bellissimo gioco e di un comune passatempo, siamo pronti a dimostrarlo.
    Partite che non vedono in campo giocatori ordinari e non mettono in palio coppe o premi
    miliardari.
    Partite che vanno al di là dei luoghi comuni.
    Partite da giocare col cuore e che – proprio per questo – meritano un pubblico degno di nota.
    Per questo motivo oggi ci recheremo – subito dopo la gara – nei pressi del carcere di Canton
    Mombello.
    Ma lo faremo anche – e soprattutto – per riportare l’attenzione su una situazione non più
    tollerabile, concernente la Casa Circondariale bresciana, ma non solo.
    Un contesto – quello delle carceri italiane – sempre più paradossale per una società
    “presuntamente” civile.
    Una realtà drammatica a sé stante, con un triste primato: più di millecinquecento suicidi negli
    ultimi 30 anni, con un tasso del 20% maggiore rispetto alla percentuale relativa alla
    popolazione “in libertà” (drammatico anche il tasso di suicidi avvenuti fra gli appartenenti al
    Corpo di Polizia Penitenziaria).
    Ciò è frutto soprattutto delle condizioni disumane in cui vive la maggioranza dei detenuti
    italiani, derivanti dal sovraffollamento (mediamente, in una “normale” casa circondariale
    italiana “trovano posto” più del doppio dei detenuti che un Paese civile come il nostro potrebbe
    sopportare e dovrebbe consentire), dalla promiscuità derivante, dall’architettura ormai vetusta e
    superata, dall’inadeguatezza, dagli spazi sempre più angusti, dai servizi quasi assenti o – in ogni
    modo – insufficienti della maggior parte delle Case Circondariali italiane.
    Naturalmente Brescia non fa eccezione. Canton Mombello occupa infatti la terza posizione
    nella classifica delle peggiori carceri italiane.
    Tutto questo è stato più volte denunciato dal garante dei detenuti Mario Fappani, nonché da
    altre realtà sociali e da varie associazioni/organizzazioni di volontariato che interagiscono con
    Istituzioni, direzione del carcere e gli stessi detenuti.
    E sebbene i problemi – e le difficoltà oggettive – siano molti di più e tutti di difficile soluzione,
    quanto da noi scritto dovrebbe comunque bastare a smuovere le nostre coscienze ed aprire – o
    rilanciare – un tavolo di confronto.
    Ma esiste un’altra ragione (una certezza) che ci spinge in via Spalto San marco n° 20: in questo
    luogo di utopica redenzione, nonostante tutto, sopravvive e si alimenta quel senso di
    appartenenza alla nostra Terra, alla nostra città, ed in particolare ai nostri colori: il bianco ed il
    blu (molti detenuti sono infatti tifosi della Leonessa oppure lo diventano proprio in queste
    difficili circostanze). Un valore intrinseco – quest’ultimo – da valorizzare, con la speranza che
    diventi un motivo di riscatto e un incoraggiamento nel sopportare l’indifferenza e le carenze
    tipiche di una società sfibrata come la nostra, figlia di uno Stato spesso distratto.
    Il terzo e ultimo motivo dell’iniziativa è in relazione con le condizioni sempre più precarie
    del nostro essere Ultras. Nostro malgrado infatti, a causa delle nuove leggi speciali, come già
    detto liberticide e al limite della costituzionalità, diventa sempre più difficile andare allo stadio,
    ma allo stesso tempo sempre più facile varcare le soglie del carcere.
    P.S. Noi non abbiamo mai chiesto privilegi di sorta, e non cominceremo certo ora. Chi
    sbaglia deve assumersi le proprie responsabilità, a qualsiasi livello. Ma scontare una pena non
    dovrebbe mai comportare l’annientamento sociale e culturale, e nemmeno la scomparsa dei
    diritti fondamentali (tranne in casi eccezionali quello relativo alla libertà di movimento) sanciti
    dall’articolo 27 – comma III – della Costituzione: il diritto al lavoro, alla salute, all’istruzione,
    ecc. Oggi però, tali diritti non sono purtroppo garantiti, in particolar modo ai cittadini che si
    trovano ristretti in carcere, siano essi in attesa di giudizio o condannati in via definitiva.

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