Soli delle Alpi, respinto il reclamo di Adro: dovranno essere tolti tutti. La curiosità: il giorno prima dell’inaugurazione erano 5, poi sono diventati 700

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    Il tribunale del lavoro di Brescia ha messo oggi l’ultima parola sulla questione della scuola Gianfranco Miglio di Adro. E la Cgil può cantare vittoria. Con la sentenza emessa e depositata oggi, infatti, il giudice del lavoro ha respinto il reclamo del Comune di Adro contro la decisione dello stesso tribunale, che imponeva la rimozione di tutti i simboli del Sole delle Alpi presenti sul tetto (dove, martedì, c’era stato un nuovo sopralluogo delle forze dell’ordine) e all’interno della scuola. Nell’ordinanza si ribadisce l’obbligo, sottolineando nuovamente la natura discriminatoria dei simboli. Ma si sottolinea anche un fatto curioso. Al momento della consegna dell’opera nella scuola – lo scorso 12 settembre – erano presenti solo cinque soli, che sono diventati magicamente più di 700 il giorno dopo, quando l’edificio è stato inaugurato ufficialmente.  

    PUBBLICHIAMO IL COMUNICATO DELLA CGIL:

    Sono stati respinti dal tribunale di Brescia gli ultimi inutili tentativi del Comune di Adro di giustificare la presenza dei Soli delle Alpi nella scuola.

    Con l’ordinanza resa nota questa mattina, in merito al reclamo presentato dal Comune franciacortino dopo le prime ordinanze di condanna (conseguenza del ricorso fatto da Camera del Lavoro di Brescia ed Flc Cgil), il tribunale ha infatti ribadito che «I soli delle Alpi» sono ricollegabili al simbolo politico della Lega Nord e che quindi discriminano in modo inequivocabile insegnanti e alunni.

    Nell’ordinanza si legge infatti che la presenza del Sole delle Alpi, quale simbolo della Lega Nord, «discrimina gli insegnanti addetti alla scuola di Adro, creando una situazione di svantaggio consistente nella compromissione della libertà di insegnamento, rispetto agli insegnanti di tutte le altre scuole pubbliche, cui la stessa è invece garantita con la necessaria e doverosa ampiezza». «La Libertà in questo campo è talmente importante – si legge ancora nell’ordinanza – che la Costituzione protegge non solo la libertà nella scuola, ma anche la libertà della scuola, prevedendo la possibilità dei privati di istituire scuole caratterizzate (queste sì, a differenza delle scuole pubbliche) anche da peculiari orientamenti educativi, culturali e religiosi».

    Nell’ordinanza si richiamano insomma tutti quei principi costituzionali sulla libertà di insegnamento e sulla necessità di non condizionare ideologicamente gli alunni. Tutte idee e argomentazioni note ai più, ma non evidentemente al sindaco di Adro, alla sua giunta e a chi lo ha nei fatti sostenuto o presenziando alle inaugurazioni della scuola l’11 settembre scorso o non facendo tutto quanto avrebbe potuto e dovuto fare in base al proprio ruolo istituzionale.

    Nell’ordinanza si ribadisce quanto previsto da precedenti ordinanze, ovvero: la rimozione a spese del Comune di Adro del simbolo partitico e la ricollocazione delle suppellettili asportate prive del simbolo partitico a spese del Comune di Adro; l’esposizione della Repubblica Italiana e di quella dell’Unione Europea in modo permanente e in conformità all’art. 4 D.P.R 7 aprile 2001 n. 121; la pubblicazione di copia integrale del presente provvedimento presso il medesimo Istituto per una settimana lavorativa.

    I simboli, viene sottolineato nell’ordinanza, dovranno essere rimossi a spese del Comune, non in modo «parziale e provvisorio» (come è stato finora) ma «in modo da ripristinare perfettamente lo stato dei luoghi quo ante». Unica novità, la pubblicazione del presente provvedimento su un quotidiano a scelta tra Repubblica e il Corriere della Sera invece che su entrambi.

    Si tratta comunque di una partita giocata sulla pelle di alunni e insegnanti che è durata troppo a lungo e che è costata (e costerà) alle casse comunali diverse decine di migliaia di euro. Lo potremmo definire un utilizzo imbarazzante e sfrontato del denaro pubblico per finalità ideologiche di partito: una considerazione sempre vera ma ancora di più in un periodo di ristrettezze economiche per gli enti locali. 

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