Unità d’Italia, ecco il testo integrale dell’intervento del vescovo Monari

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    Pubblichiamo in versione integrale il discorso pronunciato questa mattina – durante la seduta straordinaria del consiglio provinciale – dal vescovo Luciano Munari sul 150esimo dell’Unità d’Italia

    ECCO IL TESTO

    Grazie di cuore per l’invito a vivere questo momento di festa e grazie anche per l’invito a dire una parola di saluto. Lo faccio volentieri e desidero sia un’espressione di riconoscenza. Anzitutto riconoscenza personale, che viene dalla mia storia, dal mio vissuto. Nessuno sceglie il luogo dove nasce, la famiglia, le tradizioni, il mondo culturale nel quale viene introdotto con l’educazione; queste dimensioni fanno parte di un dono originario di cui siamo fruitori senza merito alcuno. Sono nato Italiano e debbo dire che questa identità non mi è mai stata di peso; al contrario, l’ho vissuta con gioia e, in alcuni momenti, anche con fierezza. Italiani sono i miei genitori, la maggior parte dei miei amici; in Italia ho studiato e lavoro; l’Italia è intrecciata con i miei pensieri e desideri. Dall’Italia ho ricevuto una lingua come strumento per pensare e per conoscere il mondo grande e affascinante in cui viviamo. Il bambino infante – che non ha ancora il dono della parola – vive nel piccolo mondo dell’immediato, quello che egli può raggiungere con l’uso dei sensi: il mondo dei suoi bisogni e delle sue gratificazioni. Ma quando il bambino si appropria della parola diventa capace di conoscere e indicare cose che non si vedono, arricchisce la memoria con un passato che va ben al di là della sua nascita, si apre a un futuro di progetti e di speranze… Insomma la lingua amplia gli orizzonti del mondo in cui uno vive, di cui si interessa, in cui opera. Questo mondo ampio mi è stato trasmesso attraverso la lingua italiana e ancora oggi, pur avendo studiato altre lingue, penso in italiano.

    Con questa lingua ho studiato e ho conosciuto una letteratura nobile e ricca; ho conosciuto una storia fatta di fatica e di successo, di bene e di male, di illusioni e delusioni, di speranze e realizzazioni. Sono profondamente legato alla cultura italiana e ne sono contento. Non perché disprezzi altre culture – sarei stupido e meschino – ma perché questa cultura è di fatto la mia e sono contento che sia la mia. Insieme con la cultura ho ricevuto dall’Italia una buona, positiva tradizione civica, politica; ho imparato a essere cittadino, a rendermi conto dei miei diritti e dei miei doveri strettamente intrecciati tra loro, a immaginare e costruire il rapporto con gli altri come esperienza di dialogo, di confronto, discussione, collaborazione. Trovo, ad esempio, nella Costituzione del mio paese il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di soluzione delle controversie internazionali. So quale cammino tormentato abbia alle spalle un’affermazione di questo genere; come sia germogliata e cresciuta attraverso le lezioni a volte terribili della storia e, mi sembra, attraverso il seme tenace del vangelo di Gesù. Ho citato l’art. 11 della Costituzione perché gli voglio bene; ma avrei potuto citare tutti i primi articoli per mostrare il livello di cultura civica e politica che ci è stato trasmesso e che costituisce un tesoro immenso. La cultura giuridica romana, la fioritura del pensiero medievale, il recupero della tradizione classica nel rinascimento, la nascita e lo sviluppo sempre più ampio e travolgente di una cultura scientifica, attenta alla varietà dei fatti e dei dati… tutto questo e altro ancora mi sono stati trasmessi in questo paese nel quale vivo.

    Come dicevo, questo non significa disinteresse per le altre nazioni e tradizioni. La cultura non è uno schema rigido e immutabile; non siamo guerrieri catafratti, protetti ma anche intralciati da una corazza pesante. Siamo soggetti creativi che partendo da un patrimonio ereditato, costruiamo equilibri nuovi, facciamo scoperte originali, disegniamo orizzonti più ampi di pensiero e di vita. Per questo il contatto tra le diverse culture, con tutti i problemi che comporta, non ci fa paura. Il radicamento nella tradizione del nostro paese ci permette di incontrare con scioltezza stili di vita diversi, mentalità diverse, di partecipare alla costruzione di una famiglia umana universale, varia nelle sue espressioni ma unita nel rispetto della libertà e della responsabilità delle persone. È giusto che di tutto questo io sia riconoscente e in questo momento in cui ricordiamo 150 anni dall’unificazione politica dell’Italia dica la mia partecipazione convinta.

    Ma vorrei dire questa riconoscenza all’Italia non solo come cittadino, ma anche come vescovo. L’unità d’Italia non si è fatta senza tensioni a volte forti tra le élites culturali e la gente comune, tra il potere politico e l’autorità religiosa. Rileggevo in un manuale le principali correnti di pensiero politico operanti durante il nostro Risorgimento: la federalista neo-guelfa, la neo-ghibellina, la unitaria monarchica, la unitaria repubblicana, la federalista repubblicana; e mi veniva da pensare: unità d’Italia, ma certo non uniformità; correnti diverse e a volte contrastanti hanno contribuito a formare il processo della storia italiana. Forse era inevitabile che fosse così; e probabilmente anche in futuro sarà così. Eppure, nonostante tutto, l’Italia ha camminato e progredito; con balzi avanti, con regressioni dolorose, con momenti creativi ma anche con irrigidimenti, il nostro paese è passato attraverso diverse stagioni storiche custodendo alcuni valori importanti: il rispetto dell’uomo e della donna e il riconoscimento dei loro diritti, la libertà delle persone e dei gruppi sociali, la democrazia come metodo per operare le trasformazioni utili senza conflitti violenti.

    Per questo anche la Chiesa può e deve essere grata all’Italia. Ripeto: non che tutto sia andato sempre bene; non che non ci siano state tensioni e incomprensioni. Ma in questo paese la Chiesa ha potuto compiere la sua missione, quella di annunciare il vangelo dell’amore di Dio per tutti gli uomini, di testimoniare uno stile di vita che viene da Gesù Cristo e che, siamo convinti, è in grado di umanizzare l’uomo e la società. Non pretendiamo che tutti siano cristiani perché la fede o è libera o, se non è libera, non è nemmeno fede; desideriamo solo che Gesù Cristo e il suo vangelo siano presenti nel nostro orizzonte culturale. E lo desideriamo non perché Cristo sia una fazione culturale con la quale ci identifichiamo e che desideriamo prevalga sulle altre, ma perché in Cristo abbiamo trovato il fondamento di una fede che apre a una visione positiva del mondo e della storia, al rispetto di ogni uomo e di tutto l’uomo. Ebbene, l’Italia ci ha dato questa libertà: di praticare a predicare la fede, di testimoniare l’amore che da questa fede scaturisce. La storia del cattolicesimo bresciano è la dimostrazione di come la comunità cristiana abbia intensamente partecipato alla formazione del tessuto civile del nostro paese.

    Quello che auspichiamo è semplicemente che il nostro cammino possa continuare e crescere e maturare; che i germi di bene possano svilupparsi; che i germi di male – ci sono inevitabilmente anche questi – vengano identificati e corretti. La società si sviluppa positivamente solo se i suoi membri esercitano la libertà secondo verità, non secondo le preferenze di parte; con responsabilità, cioè cercando il bene di tutti accanto, e talvolta prima, del bene individuale. Chi è egoista e valuta tutto in funzione del proprio successo individuale deve sapere che in questo modo fa del male agli altri; chi è fazioso e vede tutto in funzione del successo della sua parte deve sapere che danneggia il tessuto del paese e prepara sofferenze per gli altri e per se stesso. Le sfide che abbiamo davanti sono impegnative e possono essere affrontate vittoriosamente solo con competenza e virtù, con studio e ascesi, con speranza e saggezza.  

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