Se Brescia piange, l’Italia non ride

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    C’è qualcosa che non quadra. Non solo a livello locale ma pure su quello nazionale. Cominciamo dal primo. Secondo  l’indagine del notissimo (!) e autorevolissimo (!?) “Centro Studi Sintesi” di Venezia , Brescia sarebbe la quinta città d’Italia a rischio povertà.  Avete letto bene: quinta. Vale a dire che la nostra città  presenta il maggior numero di soggetti a rischio povertà, o meglio uno su cinque dei suoi abitanti sono sotto la soglia della povertà. Per capirci, veniamo subito dopo città quali Enna, Trapani o Cosenza, capoluoghi da sempre citati come modelli cronicamente e strutturalmente attanagliati da una povertà atavica e conclamata. Ebbene,  scopriamo invece che il capoluogo della terza provinciale industriale d’Italia, ai primi posti della classifica nazionale del Pil pro-capite e ai primissimi posti per  produzione industriale e ricchezza sociale, è invece una delle aree più povere della Penisola. Certo la crisi ha penalizzato anche le ricche province della ricchissima Lombardia (citata da Tremonti  pochi giorni fa come la “regione più ricca d’Europa e forse del mondo”) ma nessuno immaginava che la recessione avrebbe spazzato via il nostro consolidati record di ricchezza collocandoci invece ai primi posti della povertà. Non si conoscono bene i criteri, ossia i parametri  o gli algoritmi (modelli matematici)  con cui vengono compilate queste statistiche (se sono condotte che gli stessi criteri dei sondaggi politici e di opinione,  Dio ce ne scampi) né si sa quanto siano scientificamente fondate  tali ricerche. Trattandosi di rilevamenti statistici, si pensa ad un approccio matematico quindi esatto come “due più due fa quattro” o quantomeno oggettivo, non una ricerca per campione o un metodo deduttivo probabilistico. Invece siamo nella più improbabile approssimazione, nella più abborracciata estrapolazione induttiva. Tale da dar ragione al noto assioma di Trilussa, secondo cui “la statistica è quella cosa in base alla quale se tu mangi un pollo e io digiuno, abbiamo mangiato mezzo pollo a testa”. Qui non si tratta di polli bensì di redditi, ma la sostanza non cambia: la statistica di cui si parla appare talmente e evidentemente infondata da non essere credibile. Basta fare un giro in città per capirlo. A meno che non si includano nell’indagine i 180 mila extracomunitari residente tra  città e provincia.  Ma la ricerca in questione non lo specifica. Ragion per cui dobbiamo rassegnarci: siamo quinti in Italia per povertà. Alla faccia dell’enfasi patriottarda della “terra più ricca d’Europa”.

    Da Brescia all’Italia il discorso non cambia. Anzi si aggrava, ma questa volta con ragioni più evidenti e credibili. Ha cominciato Standard & Poor’s, accreditata agenzia di rating (votazione)  a  declassare l’outlook (previsione) sull’Italia da “stabile” a “negativo”. Ha continuato l’Istat, l’Istituto Centrale di Statistica (lo stesso che all’indomani dell’avvento dell’euro  disse con ragione che la moneta unica aveva dimezzato il potere d’acquisto della lira) dimostrando che un italiano su quattro non è a rischio povertà ma povero tout court. Non solo, ma dopo la Spagna deteniamo il record di disoccupazione giovanile dell’euro (30% dei giovani sono disoccupati) mentre sono 500mila i giovani che solo negli ultimi due anni hanno dovuto lasciare il lavoro. Ha proseguito l’Ocse parlando di cose purtroppo arcinote come l’Italia “fanalino di coda” della Ue,  la  crescita che non c’è (nessuno ne ha ancora trovato la quadra, nonostante gli interminabili “dibattiti” svolti da centinaia di “esperti”), l’aumento del Pil annuo a una cifra (l’unità), il debito pubblico a 1800 miliardi di euro (non più terzo ma secondo al mondo)  e il  risparmio delle famiglie dimezzato  (il cosiddetto “debito privato”, leggi credito poiché si tratta di risparmio, che Tremonti è riuscito a far accettare a Bruxelles come parametro integrativo per la valutazione complessiva dei conti pubblici e del “debito sovrano”, grazioso eufemismo per definire il debito dello Stato).  Insomma, se per Brescia sono alquanto improbabili le statistiche che la collocano al quinto posto in Italia per rischio povertà,  per l’Italia le valutazioni degli osservatorii  internazionali sono da prendere sul serio, dal momento che si tratta di  indagini svolte da enti e istituti  collaudati (anche se Standard& Poor’s, mai dimenticarlo, aveva assegnato la tripla A alla Lehman Brothers pochi giorni prima del fallimento, per dire che  seppur  autorevoli anche le agenzie, come le società di auditing – si veda la vecchia Arthur Andersen oggi Accenture- vanno prese con beneficio di inventario).  Lo scenario non è roseo, ma le alternative sono altrettanto nebulose. Ricette non esistono e risposte non ci sono. Salvo dire che non dobbiamo confondere la  congiuntura (la ripresa) con la  struttura (la crescita). Per la congiuntura basta la ripresa del mercato, per la crescita occorre la ripresa delle politica.

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    UN COMMENTO

    1. I poveri? Andate a vedere quanti cassaintegrati ci sono, quante partite iva a reddito zero, quanti giovani precari, quanti uomini costretti a dormire in auto perché devono pagare gli alimenti alla ex…. Come fa tutta questa gente a credere nel futuro???

    2. Sono assolutamente d’ accordo con quello che è stato scritto.Soprattutto per la non tanto velata allusione(stoccata?..)che conclude l’articolo.

    3. La ripresa della politica…già…peccato che negli ultimi 15-20 anni il livello della nostra classe politica è precipitato. Il dottor Cheula ha snocciolato una serie di dati, studi e analisi da far tremare le vene ai polsi. Voi vi ricordate qualche riflessione seria della nostra classe politica su quetsi problemi? Vi ricordate qualche rpogramma di rilancio della nostra economia? Vi rciordate qualche dibattito, anche culturale, su come far crescere il nostro Paese? Altro che scenario poco roseo, siamo proprio nella m….

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