I test a luci rosse all’Aler? Non andavano fatti

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    Vi ricordato il caso dei test a luci rossi all’Aler? Ebbene, a due mesi di distanza è emerso che quel test non doveva essere utilizzato. Le domande avevano infatti un fondamento clinico e non erano certo utili per selezionare un dirigente dell’ufficio tecnico dell’azienda regionale per l’edilizia pubblica.

    Tre documenti sancirebbero la non idoneità del CBA 2.0 (questo il nome del test che contiene domande sugli usi sessuali, l’assunzione di droghe e problemi psicologici). Il primo è una lettera del 7 giugno 2011 del presidente dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia Mauro Grimoldi il quale – rispondendo a una richiesta di chiarimenti del presidente dell’Aler Brescia Ettore Isacchini – spiega che il CBA serve "per la valutazione di idoneità per mansioni a rischio" ma non può essere utilizzato per effettuare una selezione per un posto di lavoro (lo vietano i principi della legge Biagi).

    Ma non basta perché a prendere le distanze dal test è stata anche l’Aler di Brescia: l’8 giugno la direttrice Lorella Sossi ha scritto una lettera al Cispel (l’istituto a cui era stato affidato il compito di selezionare il dirigente) in cui spiega che – se le autorità che hanno in esame il caso confermeranno il parere dell’Ordine – la società “unica e diretta responsabile della scelta di somministrazione del test in discussione, sarà tenuta a manlevare questa Azienda per ogni eventuale conseguenza derivante dalla violazione delle vigenti disposizioni di legge o regolamentari”. Infine va registrato che anche un membro del consiglio di amministrazione di Cispel, Angelo Gerosa, avrebbe preso le distanze dall’uso di questi test. 

     

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