Inchiesta di Repubblica sul Musil, il “museo mai nato”

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    Il Musil sbarca su Repubblica. Il quotidiano romano dedica infatti la ventesima puntata delle sue inchieste al museo dell’industria e del lavoro di Brescia. Un "museo mai nato" come si intitola l’articolo firmato da Paolo Rumiz. Il giornalista racconta l’incontro con il presidente della Fondazione Micheletti Pier Paolo Poggio, la visita al Comparto Milano, in particolare alla ex Tempini, l’edificio dove dovrebbe sorgere la sede centrale del Musil e le difficoltà sorte per la sua realizzazione. 

    Scrive Rumiz: "Era dura a Brescia trovare un luogo della memoria. Lo era anche per la fondazione. Il luogo era già stato individuato, un pezzo della città del tondino chiamata "Comparto Milano", un enorme spazio dismesso a un chilometro dal centro di Brescia. Posizione perfetta per trasformare in museo i cinquanta autotreni di macchine industriali raccolte dalla Micheletti. I soldi per la trasformazione c’erano, ma la Lega Nord si era messa di mezzo. Perché buttare soldi in storie finite, avevano detto i paladini dell’identità padana. I musei non rendono, sono roba da intellettuali comunisti. Meglio cemento nuovo fiammante. Cemento purchessia, cemento anche in assenza di idee di riuso per l’area. Così la fondazione, ormai pronta al trasloco, era stata lasciata a bagnomaria, col suo immenso patrimonio industriale in sofferenza. Un’intera città delle macchine salvate dal naufragio che stava lì ad aspettare". 

    Qui il testo completo dell’articolo.

    Qui il video di Repubblica 

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    UN COMMENTO

    1. La notizia della interruzione del percorso che avrebbe dovuto portare alla costruzione del Museo dell’Industria e del Lavoro Musil rappresenta per Brescia quello che potrebbe rappresentare, per ciascuno di noi, la scomparsa dell’archivio mentale della nostra vita lavorativa e sociale. Pensare che una città come Brescia, che vanta una storia manifatturiera secolare, con una filiera completa dall’estrazione dei minerali alla formazione del prodotto finito, con una tradizione e con capacità tecnologiche riconosciute in tutto il mondo (dalla Beretta all’industria metallurgica pesante), possa rinunciare alla celebrazione ed alla memoria di se stessa, è come pensare che Parigi possa rinunciare alla continua celebrazione del suo connubio con la moda, o Roma del suo connubio con la civiltà antica, o la Svizzera intera del suo connubio con l’orologio. Semplicemente inimmaginabile.
      Eppure la decisione di rinunciare, in nome delle difficoltà economiche delle finanze pubbliche, alla costruzione della sede principale di Brescia del Musil non ha prodotto alcuna reazione significativa, se non quelle relative alle perdite dei finanziamenti, alla monetizzazione degli oneri, ai rapporti economici con la società che avrebbe dovuto farsi carico della realizzazione del progetto. Il tutto sulla base di previsioni di sottoutilizzo, elevate spese di gestione, quasi inutilità pubblica. Fa specie che nell’accordo di programma siglato nel marzo 2005 non compaiano in modo diretto i protagonisti della storia economica, industriale e sociale di Brescia, gli industriali e le associazioni dei lavoratori, come se fossero estranei ad una operazione che non li riguardasse. Come se tutta la società civile rimanesse timidamente a guardare, con strana pudicizia, la creazione di un museo su di essa. Sì, perché un museo dell’Industria e del Lavoro, a Brescia, ha un valore superiore a quello di un museo della città. È il museo della città, e l’errore di non perseverare, anche a fronte delle mille difficoltà, sarà amaramente ricordato in un futuro non lontano.

    2. "I soldi per la trasformazione c’erano, ma la Lega Nord si era messa di mezzo. Perché buttare soldi in storie finite, avevano detto i paladini dell’identità padana. I musei non rendono, sono roba da intellettuali comunisti. Meglio cemento nuovo fiammante". meditate gente…meditate…altro che difesa del terriotorio

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