Una via sul ring (Viale Piave, Via Mantova) – Il villaggio cambia volto (Badia)

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    Una via sul ring – Viale Piave, Via Mantova 

    di Salvatore Scandurra – “È un viale abbandonato a se stesso, ci abito da 50 anni ma ho deciso di andarmene, non ce la faccio più…”. Le voci della strada, prima di tutto. Sono stati tantissimi i cittadini che abbiamo voluto intervistare in questo numero. Ne è scaturito un quadro contrastante: Viale Piave, volente o nolente, è alle prese con un’integrazione ancora tutta da risolvere tra bresciani non più giovani e famiglie di extracomunitari; via Mantova, pur a un passo, risulta essere una zona congestionata dal traffico ma tranquilla, in cui si percepisce soddisfazione. Viale Piave è un quartiere residenziale con spiccata vocazione commerciale: più porta d’uscita che d’entrata della città, sulla via che porta al lago, è nato nel boom economico degli anni ’60 ed è caratterizzato da palazzine sorte in quel decennio. Ben servito, si contano diverse banche supermercati, piccoli negozi di quartiere e svariate attività di ristorazione, italiane come straniere. Un efficiente centro scolastico che va dall’asilo nido fino alla scuola secondaria di I grado statale caratterizza il viale, alla stregua del parco Ducos, autentico polmone verde della città: una delle zone verdi più belle di Brescia. Eppure via Mantova, angolo del viale, è spaccata in due: zone deserte contrapposte al caos. Venendo da sud, dal cavalcavia fino alla rotonda della Coop, la zona è caratterizzata dal complesso commerciale e dall’annesso parcheggio “Castellini”, mentre dopo il semaforo, la via si stringe e aumenta la densità di popolazione, con i palazzi che costeggiano la curva a gomito che immette direttamente su Piazza Arnaldo. Volenti o nolenti, Via Mantova fa parte a tutti gli effetti del Ring di Brescia, ed è chiaro come sia inadeguata a sopportare una mole di traffico ogni giorno importante. Traffico e carenza di parcheggi: queste la maggiori lamentele riscontrate dagli abitanti di via Mantova. Discorso diverso per i residenti di Viale Piave, che parlano di problemi di integrazione con i tanti immigrati subentrati negli anni, ma anche di insicurezza, di strade sporche e rifiuti gettati a terra, di spaccio di droga e di prostituzione durante le ore notturne. Una popolazione bresciana prevalentemente anziana che fa fatica a integrarsi con le giovani famiglie di extracomunitari (anche se, lo precisiamo, per altri residenti il problema non sussiste proprio e l’armonia regna sovrana) che nel corso di un decennio hanno popolato il Viale. Facendo due passi in Viale Piave, la forte connotazione multiculturale della zona salta subito agli occhi. Mormora, non smette di farlo il Piave: le voci della strada, prima di tutto.

     

     Il villaggio cambia volto – Badia

     di Esterino Bennati  – È il 1957. Dopo la costruzione del villaggio Violino la cooperativa “La Famiglia” inaugura il primo blocco del nuovo insediamento voluto da Padre Marcolini: il Villaggio Badia. Il primo ministro Adone Zoli giunge a Brescia per presenziare all’evento e, salito sul tetto di un fabbricato, scruta l’orizzonte con ammirazione chiedendo a Padre Marcolini: “Con quale piano finanziario statale lo avete realizzato?”. Il sacerdote bresciano risponde: “Signor presidente, l’abbiamo fatto col piano del baffo. Metteremo due grandi baffi di bronzo all’ingresso di ogni villaggio con la scritta: «Ce li siamo fatti di Roma»”. Quella boutade generò una fragorosa risata che rimase impressa nel cemento della Badia. Era una freccia scoccata in favore dell’iniziativa sociale, spesso più efficace di certi labirinti burocratici statali. Una provocazione che, a distanza di oltre mezzo secolo, risuona con il suo inquietante carico di attualità. La “storia moderna” del villaggio Badia iniziò così. Oggi, per rivivere l’incipit del suo film, bisogna passeggiare tra il verde del parco dei Poeti e fermarsi davanti alla statua del prete-muratore-imprenditore: un eroe consegnato al mito insieme all’immancabile cazzuola intinta in un secchio di malta. La sua semplicità è rimasta nel dna di questo quartiere-paese che, nel frattempo, si è espanso attorno al nucleo originario, anziano nelle strutture come nella carta d’identità degli abitanti “storici”. Dopo anni di emigrazioni giovanili, tuttavia, il riciclo del villaggio è iniziato di pari passo con la crescita edilizia che ha riguardato la zona ovest, dove sono sbocciate abitazioni a schiera seguite da alcune villette, posizionate più a nord. L’edilizia popolare ha invece assunto il volto dei palazzoni situati all’ingresso del quartiere. Quella dimensione operaia e contadina di un tempo, però, è svanita: qualcuno si è fatto un baffo dei buoni propositi di Padre Marcolini e le bifamigliari che negli anni Sessanta valevano 1 milione e 200mila lire, oggi costano circa 200mila euro! Nel dipinto del Villaggio Badia, dunque, alcuni colori sono andati sbiadendosi, ma certe atmosfere restano, come il silenzio che, durante il giorno, avvolge vie e traverse. Sembra di stare in uno spartito immacolato che, alle prime ore del pomeriggio, si accende, animato dal ronzio delle biciclette dei gnarellini che attraversano il villaggio. Partono a gruppetti dando vita ad un porta a porta finalizzato alla recluta di compagni di avventure e in poco tempo diventano stormi disordinati. La loro meta non può restare segreta: quel pallone nel cestino della “Graziella” significa partitella all’oratorio, e poco importa se sul campetto il sole picchia come non mai. Intanto le cicale si uniscono alla sinfonia del villaggio, mentre qualche anziano, destatosi dal pisolino pomeridiano, inizia a dedicarsi al giardinaggio: la partita di briscola al bar può attendere. Sono proprio loro, giovani e vecchi, le due facce di una Badia che cresce e cambia volto. La semplicità dei loro gesti quotidiani è il tatuaggio sulla pelle del villaggio. Ricorda a tutti il valore della comunità e invita a farsi un baffo della frenesia artificiale dei tempi moderni.

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