Centro Storico, Via Crocifissa, Via Galilei

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    Centro Storico

    di Salvatore Scandurra e Alessandra Tonizzo – C’ è da chiedersi cosa vogliamo farcene. Come riusciamo ad immaginarcelo nel futuro prossimo, in che modo desideriamo viverlo. La seconda puntata del nostro personalissimo “viaggio in Centro” volge al termine, ed è tempo di tirare le conclusioni. Si dice che ogni città d’Italia sia, in sé stessa, un microcosmo. Tanti piccoli affreschi in cui campeggiano pregi, cliché e vergogne dello “stivale”. Brescia non fa eccezione: città di grandi slanci nel momento del bisogno ma anche, ahinoi, una dei tanti capifila del sottile egocentrismo italico. Ognuno, stretto al proprio bottino, scruta dalla finestra sperando che la tempesta cessi da sé, che il fulmine cada un po’ più in là, che risparmi proprio lui. Poche storie. Le istituzioni troppo spesso sono state ostaggio delle richieste dei commercianti, e per questioni politiche, per un pugno di voti, le idee sulla viabilità, posteggi e quant’altro cambiano direzione come cambia il vento. La questione non parte, e non può essere risolta dalle amministrazioni che inevitabilmente si succedono. Parte da dal basso, da noi cittadini, e deve convertire le chiacchiere in fatti. Abbiamo parlato di identità, e forse si è capito cosa renda Brescia una città d’ombra, un terreno da decodificare con difficoltà, dalle tinte fosche: quante volte l’abbiamo vista a terra, prostrata, vuota, per poi risorgere così, per un momento, dalle sue stesse ceneri? Lavorare a colpi di defibrillatore, certo, è più semplice che operare: la pila si ricarica per un po’, poi chissà… Ma a quale prezzo? Vogliamo un centro colorato come un bel quadro impressionista per bearci negli obiettivi delle macchine fotografiche dei turisti? “Bella, bellissima Brescia vista da fuori”. È questo che vogliamo sentirci dire da chi la visita? Lo preferiamo calmo e tranquillo 365 giorni l’anno? Dedicato ai residenti e irraggiungibile per chi si addentra quella volta a settimana? Oppure, il centro dei desideri è forse un centro commerciale a cielo aperto in grado di resistere alla concorrenza dei giganti dell’hinterland? Sono domande che dobbiamo avere il coraggio di farci, da cittadini, da bresciani, da semplici passanti. La soluzione migliore ovviamente sarebbe la sintesi di queste tre ipotesi, realizzarla è difficile, quasi utopica, ma non provarci sarebbe un delitto. Occorre rivitalizzare Brescia dalla sua anima più antica, dalle piazze, dalle vie più affollate, dai vicoli più nascosti, ripartendo dalle panchine “anti bivacco” che sono state rimosse. Soluzioni come queste non ci piacciono, non risolvono i problemi, semmai li mascherano, ma solo per un po’. In una città che pullula di associazioni, consorzi e società, sembra impossibile che non si arrivi a una tavola rotonda in grado di concertare qualcosa che sia più costruttivo e duraturo di una due giorni d’eventi, del cabaret in piazza, per poi far calare il sipario. Si dice che ci si accorga del valore di una cosa nel momento in cui la si è perduta. Ma vogliamo davvero arrivare a questo? In via San Faustino non si mangia che kebab, nelle altre zone la piadina o il sushi (che va un gran tanto di moda). Fa quasi sorridere, ma il problema non è carne di montone o pesce crudo, ma igiene e qualità. È una questione di qualità, e di mentalità, che vale sia per i residenti che per i commercianti, e interessa i bresciani come gli immigrati. Le zone chiuse o a traffico limitato andrebbero riviste: perché non ridare agli automobilisti un corridoio animato e scorrevole in Via delle Battaglie ad esempio, perché non de-pedonalizzare via Garibaldi, che ha perso gran parte dell’appeal iniziale, a favore, ci immaginiamo, di un Corso Martiri della Libertà che oggi soffre la presenza del Freccia Rossa e dove dal 1946 non si è fatto alcun intervento? Anche l’impalcatura della Chiesa dei Miracoli, con i lavori fermi da un anno e mezzo, di certo non aiuta la visibilità dei negozi limitrofi. Ma ancora: non è ammissibile che al giorno d’oggi in via Cattaneo chiudano negozi e siano destinati ad uso garage. Non è possibile che i commercianti di via Cavour non trovino posteggio anche solo per lo scarico merci e che con il trasloco del tribunale ben otto negozi siano già stati costretti a chiudere. Il centro città resta e resterà sempre il cuore pulsante di Brescia, ma dati alla mano, sono ben 30.000 i residenti che negli ultimi 15 anni sono “scappati” in periferia. La nuova amministrazione, va detto, sta lavorando affinché il fenomeno di desertificazione venga invertito: la rotazione dei posteggi, una segnaletica più chiara, il nuovo piano di sosta, le agevolazioni tariffarie per i residenti sono indubbiamente un bell’incentivo, ma non bastano. Anche la nuova linea 19, dedicata interamente al centro storico con mezzi di trasporto piccoli ed ecologici punta a mettere i cittadini in condizione di poter scegliere il mezzo pubblico per sicurezza, economicità e tempi di percorrenza bassi. Ma con i bar chiusi, dalle 20.00 in poi perfino Piazza Vittoria può far paura, e la desertificazione continua. I commercianti dovrebbero saper investire, uniti, nelle vie chiave d’ingresso alla città. Non è più il tempo per curare il proprio orticello, ma guardare oltre, saper iniettare ottimismo, sposando una filosofia di rinascita. Il commercio del centro non può vivere basandosi esclusivamente sul bacino di utenza dei soli residenti, la verità è che potrà decollare solo se saprà attrarre tutti i quattrocentomila abitanti residenti nel raggio di dieci chilometri, che oggi prediligono altre mete: dai centri commerciali più facilmente raggiungibili, ai comuni turistici con negozi aperti anche la domenica. Gli orari dei negozi del centro sono quelli del ’68: il mondo è cambiato, ma si pongono troppe resistenze nell’andare incontro alle nuove esigenze dei clienti. C’è ancora chi parla di clientela d’élite e clientela da centro commerciale. Tutto ciò è insopportabilmente provinciale: da un’indagine di mercato fatta nel 2004 è scaturito come, per i bresciani (il 72%), l’orario ideale per fare acquisti vada dalle 18.30 alle 22.30. Un orario auspicabile e moderno sarebbe un continuato, dalle 11 alle 20.30, perché è chiaro, nessuno si sogna di prendere permessi dal lavoro per comprarsi un paio di scarpe. Il problema del posteggio poi in fondo è fasullo: diventa un ostacolo solo per le presenze “mordi e fuggi”. Un servizio navetta che ruoti nei quattro posteggi chiave del centro, da Fossa Bagni a via Gramsci per intenderci, consentirebbe di risolvere molti problemi, facilitando presenze più lunghe, con passeggiate a piedi in tutto il centro e con un comodo ritorno alla propria auto, indipendentemente dal posteggio utilizzato.

    È la varietà, la qualità dei servizi che ancora latita in centro: dai bar alle lavanderie, dai negozi sportivi a quelli storici. È questo che manca: comodità, sicurezza e offerta amplia. La ricetta giusta, alla fine del nostro viaggio, ci è parsa questa. Più pensiline, più aree di sosta, più illuminazione. Iniziative come la recente Notte Bianca in fin dei conti sono poco sostenibili, non danno seguito, sono belle ma collaterali, e non risolvono il problema. È fondamentale, in conclusione, che i residenti, come chi abita fuori dal ring, percepiscano un nuovo concetto di vivere il centro, che si sentano in un ambiente accogliente, stimolante e appagante sia da vivere che da condividere. Condivisione, già. Problema tipico dell’individualismo bresciano, che fino a qualche anno fa per certi versi era una forza, ma adesso è divenuto un grosso limite. Nel commercio, nell’industria, ancor di più nella vita di tutti i giorni, nelle piccole e grandi avventure che ogni giorno la vita ci propone.

    Un operoso via vai -(Via Crocifissa, Via Galilei)

    di Esterino Bennati – C’ è una Brescia che ricorda Milano in via Crocifissa di Rosa, con quei palazzoni che svettano sopra un brulichio incessante di automobili e persone e la Lam che sfreccia indisturbata ricordando, per certi versi, i tram meneghini. La gente passeggia a ritmi che raramente sono da passeggio, c’è chi butta l’occhio sulle vetrine e chi attende spazientito il via libera del semaforo pedonale per poi affrontare continui saliscendi da un marciapiede all’altro. Una vecchietta ha appena acquistato fiori variopinti, una bionda e una mora sognano davanti al diamante della vita. Una ragazza infila gli ultimi spiccioli rimasti nel parchimetro, un ragazzo straniero si concentra su quell’insegna da sistemare. In effetti ci sarebbe bisogno di qualche colore in più. I grigi dominano nelle tinte materiali e quando non li vedi li puoi sentire nell’aria appesantita da uno smog tanto fastidioso quanto familiare. Se il centro cittadino fosse un’abitazione via Crocifi ssa sarebbe l’ingresso, anzi no, l’uscita sul retro. A separarla da porfi do e storia c’è una galleria che attraversa il colle Cidneo e tanta frenesia in più, ma è pur sempre sapore di casa, impreziosito dall’immancabile sorriso di commercianti operosi e reso magico quando i lampioni s’accendono di quel giallo intenso d’autunno metropolitano. Per riacquistare una dimensione locale basta attraversare la strada e percorrere la via parallela, quella più bresciana, verde VIA e tranquilla, dove ci sono più automobili parcheggiate che in movimento e la gente cammina più lentamente guardandoti negli occhi quando incroci il suo cammino. È via Galilei, dedicata a quel tale che diceva: “La filosofi a è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi”. Ripenso a tutto ciò che ho visto e mi siedo su una panchina a riflettere, finché un’anziana signora mi si avvicina con sguardo sognante chiedendomi: “Scusi, ma lei che lavoro fa?”. Le rispondo “Provo a fare il giornalista…”. “Sa, qui si vive davvero bene” mi risponde e con un cenno della mano saluta e se ne va.

     

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