Il guscio è forte ma il frutto è secco (Noce)

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    di Bruno Forza – Se le case fossero di legno e le strade coperte da uno strato di sabbia rossa, la Noce potrebbe somigliare a uno di quei villaggi tipici dei film western, dove il forestiero è guardato con diffidenza, le insegne dei saloon cigolano e il vento è più loquace delle persone. In questa frazione cittadina abitata da 500 anime c’è un insolito mix di desolazione e urbanizzazione, con le tangenziali che la circondano quasi fossero gli anelli di Saturno e la zona industriale che sembra voler fagocitare il cuore di un paese che – oggi come ieri – non riesce a considerarsi parte integrante del tessuto cittadino. Tra campi, case e capannoni regna un silenzio surreale, rotto solamente dall’incedere delle automobili e dall’eco neanche troppo lontana di uno dei principali polmoni del commercio bresciano: il Campo Grande, un formicaio di attività dai grandi nomi dove brulicano migliaia di persone ogni giorno e ogni notte tra negozi, supermercati e multisala. I riflettori sono lì, mentre alla Noce è rimasta solo la luce fioca dei lampioni e tutti hanno chiuso i battenti, nel silenzio di un quartiere dormitorio sempre più vecchio e sempre meno accogliente, dove è impossibile fare due chiacchiere con la fornaia o il giornalaio semplicemente perché non esistono. È il luogo ideale per i cinesi, che osservano molto, parlano poco e capiscono al volo dove stabilirsi per lavorare senza lasciare tracce nella memoria storica di un contesto sempre meno sociale, dove un oratorio obsoleto resta l’unico luogo di ritrovo per i pochi bambini, adolescenti e giovani della zona. Un quartiere che ha alle spalle un ricco album dei ricordi ma che rischia di non essere più in grado di scattare fotografie, sempre che… non apra gli occhi

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