Ungari e Cammarata: il Pd deve costruire un’alternativa

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    Egregio Direttore, siamo cresciuti in un Paese orgoglioso della sua maturazione – economica, sociale e civile – costruita nonostante le contraddizioni, i vizi e gli errori che conosciamo fin troppo bene e che hanno frenato il suo vero progresso. Sapevamo che la crescita senza progresso è pura illusione, ma ritrovarci oggi catapultati sull’orlo del declino ci fa venire i brividi, più per la rabbia verso chi ha (mal)gestito il presente che per la paura di cosa ci aspetta in futuro.

    Siamo cresciuti sentendoci parte di una storia collettiva dalle radici antiche, di un popolo che ha saputo guadagnarsi il rispetto del mondo e che ha giocato in tanta parte della storia, da quella antica a quella contemporanea, un ruolo centrale nel panorama internazionale, spesso un ruolo guida nel saper immaginare e costruire un futuro comune; basti pensare, ad esempio, alla visione e all’impegno messi nella costruzione europea. Ritrovarci oggetto dello sberleffo, dell’ironia e delle mire di chi magari ci vede come possibile terra di conquista per nuovi scenari di dominio nel mercato globale è una cosa che ci ferisce profondamente, ma allo stesso tempo sveglia in noi una irrefrenabile voglia di riscossa, di fare la nostra parte per riprenderci il ruolo che ci spetta. Non a discapito di altri, ma con gli altri, per disegnare un futuro che non può che essere di comune progresso.

    Per chi come noi ha creduto e crede di poter contribuire, con l’impegno pubblico, nella società civile e nelle istituzioni, alla costruzione di quel comune progresso, osservare il decadimento dell’etica pubblica, la perdita di autorevolezza e di fiducia nelle istituzioni, l’assenza di una politica capace di svolgere davvero il proprio ruolo ci lascia attoniti e spaesati. Eppure vogliamo continuare a crederci e a impegnarci, perché abbiamo visto con i nostri occhi cosa può fare la politica quando sa andare oltre le convenienze personali o di parte, quando si pone davvero al servizio del bene comune.

    Allora non si tratta di dividersi e tifare per una o per l’altra delle fazioni in campo – né tanto meno delle tante, troppe sotto-fazioni interne ai partiti, ad iniziare dal nostro – ma di offrire il proprio impegno ad un obbiettivo comune: la rinascita del nostro Paese. Consapevoli che solo dal rispetto delle differenze (culturali, politiche e anche generazionali) e dalla loro valorizzazione, può nascere la nuova unità su cui rifondare il nostro destino comune e riconsegnare all’Italia il ruolo che può e deve avere in Europa e nel mondo.

    Per questo non vogliamo stare al gioco di chi si limita a individuare i colpevoli e scaricare le responsabilità su altri. Sappiamo bene chi ci ha portati fin qui e siamo convinti che gli italiani lo sappiano bene, ma non ci entusiasma più la politica fatta contro qualcuno, quella che ha bisogno del nemico, esterno o interno che sia, per legittimarsi.

    Vogliamo agire la nostra responsabilità nella costruzione di un’alternativa alla decadenza. Perché la crisi è dura, ma faticosamente superabile, mentre la decadenza è un orizzonte buio, dal quale è difficile uscire. Per non caderci dentro è necessario fare ognuno la propria parte (anche quando la propria è farsi da parte), per tornare insieme ad “osare inventare l’avvenire”.

    La prima cosa da fare è risollevarsi da questo knock-down e per farlo serviranno sacrifici, certo, ma dobbiamo dire con estrema chiarezza che non è più pensabile che i sacrifici li facciano sempre e solo gli stessi. Chi ha accumulato grandi patrimoni (magari proprio evitando quei sacrifici) deve essere il primo a contribuire. Poi bisognerà riformare la fiscalità su basi più serie ed eque.

    Una volta rialzatasi e rimessa in sesto, l’Italia non può che basare la propria riscossa su di un rinnovato assetto istituzionale, più snello, meno costoso e più efficiente, su una rifondazione dell’idea e della pratica della cittadinanza – aperta e attiva, che rimetta al centro tanto i diritti quanto i doveri, le libertà come le responsabilità – e su una radicale revisione delle priorità del proprio modello di sviluppo.

    Il futuro del nostro Paese non può che essere pensato a partire dalla bellezza, dalla ricchezza (ma anche dalla fragilità!) del proprio territorio e dalla nostra capacità di trasformare questo in cultura, economia, impresa, qualità della vita. La tutela e la promozione del territorio, del paesaggio e dell’ambiente che fanno dell’Italia una realtà unica e invidiata è la sola strada per ritrovare il nostro ruolo in un mondo dove la competizione non è più tra le imprese, ma tra i territori.

    Per questo servono infrastrutture moderne, ma non saranno certo i progetti faraonici che faranno grande e ricca l’Italia (e la Brescia) di domani, non può essere il consumo sfrenato di territorio e di risorse naturali a risistemare bilanci pubblici e privati. E la Liguria di questi giorni, drammaticamente, è lì a ricordarcelo. Non si tratta di frenare lo sviluppo, ma di comprendere che l’economia del futuro, in un mondo abitato da 7 miliardi di persone con gli stessi diritti, non potrà che essere sostenibile, pena il collasso del pianeta. E quell’economia non potrà che basarsi su una cultura, anche politica, di sostenibilità.

    Siamo contenti e orgogliosi che il nostro partito, a partire da Brescia, abbia compreso l’importanza di questa sfida. Perché la politica in tutto questo può e deve fare ancora molto. Ed è per questo che, nonostante tutto, a noi piace ancora fare politica.

    Roberto Cammarata

    Giuseppe Ungari

    PARTITO DEMOCRATICO (Brescia)

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