Il Barbiere di Siviglia fa il pieno al Grande

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Si annuncia il tutto esaurito per il Barbiere di Siviglia, capolavoro comico di Gioachino Rossini in scena al Teatro Grande venerdì 16 (ore  20.30) e domenica 18 dicembre (ore 15.30).

L’ultimo titolo d’opera del cartellone bresciano vedrà tra gli artisti la partecipazione delle nuove voci che hanno vinto il concorso As.Li.Co, oltre ad artisti di comprovata esperienza come la ben nota Loredana Arcuri.

La regia di questo nuovo allestimento, molto applaudito sulle altre piazze del Circuito Lirico Lombardo, è stata affidata ad un giovane regista, Federico Grazzini, che ha deciso di ambientare il suo Barbiere di Siviglia nell’America degli anni ’50. Particolarmente attento ai nuovi linguaggi espressivi e all’applicazione nell’ambito dello spettacolo dal vivo delle tecnologie più innovative, Grazzini ha già collaborato con il Circuito soprattutto per alcuni progetti dedicati al giovane pubblico.

Alla direzione d’orchestra lo affiancherà Matteo Beltrami direttore che il pubblico bresciano ricorderà nella direzione del dittico Voix Humaine – Pagliacci in scena nella Stagione 2009.

NOTE DI REGIA
di Federico Grazzini

UN VORTICE DI FOLLIA
Rispetto alla fonte francese Rossini carica le tinte dei personaggi e di alcune svolte drammaturgiche, facendo sì che la drammaturgia acquisti nuovo ritmo e carattere. Il mondo de Il barbiere di Siviglia diventa lo specchio (se pur deformato) di una quotidianità in cui lo spettatore si può riconoscere e di cui può ridere. In questo senso, la genialità di Rossini sta nell’inserire il comico già nella musica: il primo compito della regia è dunque quello di trasferire tale comicità sulla scena rendendola viva e pulsante. I personaggi del Barbiere vivono in una dimensione ludica e dichiaratamente teatrale, senza mai diventare figure stereotipate (Rosina e Almaviva sono ben lontani dagli ‘innamorati sospirosi’ e Bartolo è tutt’altro che un vecchio barbogio e rimbambito). Questo perché la musica di Rossini infonde vita ai caratteri dei personaggi e racconta le situazioni comiche restando sempre in bilico tra realismo e assurdità, generando un vortice di follia in cui vengono travolti tanto gli spettatori quanto i personaggi. Questa attitudine al gioco attoriale, questa vivacità scenica, che per certi versi rimanda alla Commedia dell’Arte crea un dialogo costante tra azione e musica. Per dare vita a questa partitura è quindi necessario partire dalle situazioni, dagli eventi, da cosa accade nella vicenda. Ai cantanti è richiesta una grandissima abilità nel riuscire a recitare una miriade di azioni e di reagire all’infinita costellazione di accadimenti di cui la drammaturgia è costellata.

La nostra lettura del Barbiere si sviluppa su due livelli: quello sociale e quello metateatrale. L’immaginario americano degli anni ’50 fornisce la distanza giusta (geografica e storica) per permettere allo spettatore di oggi di riconoscere dei tipi sociali e di riderne. La società americana del dopoguerra ci è sembrata uno sfondo appropriato alle situazioni e alla vicenda dell’opera, perché nel mondo egoistico e dispotico di Bartolo è possibile trovare molte corrispondenze con i valori autenticamente borghesi del ‘sogno americano’: individualismo, utilitarismo, santificazione del denaro e culto dell’apparenza.

L’ambientazione americana è trattata in modo estremamente libera e non filologica, usando il patrimonio iconografico di quel contesto come punto di partenza per rendere meglio leggibili le dinamiche del Barbiere che altrimenti apparirebbero al pubblico di oggi datate e svuotate di senso. Nell’opera di Rossini esistono troppi riferimenti metateatrali per essere ignorati, basti pensare a quante volte è citata dai personaggi l’opera stessa: L’inutil precauzione. Se si cercasse di rileggere la storia in chiave naturalistica, certi elementi apparirebbero drammaturgicamente incoerenti. Nella regia la finzione è dichiarata fin dall’inizio: lo spettacolo si apre con un’insegna luminosa che riporta il titolo dell’opera accanto ad una lanterna da barbiere. I personaggi entrano e si muovono su una pedana verde che rimanda ad un campo da gioco sul quale Bartolo giocherà la sua partita contro tutti. La scenografia stessa, che cita la cultura americana stilizzandone gli elementi, è coinvolta in un gioco di cinesi scenica che descrive la costruzione del mondo ordinato di Bartolo: la casa, il giardino, la staccionata, la luna, tutto deve raggiungere il suo posto a sipario già alzato. E così come è dichiaratamente finta la nascita del mondo, altrettanto deve esserlo la sua graduale scomparsa. Sulla scena resteranno solo dei relitti del mondo ordinato di Bartolo: hanno trionfato la libertà e la fantasia dei due innamorati.

Un altro elemento fondamentale che attraversa l’opera e che abbiamo voluto tematizzare è la follia, l’imprevedibile alternanza delle situazioni e la varietà del gioco teatrale che porta nel finale primo «il cervello poverello» dei personaggi e degli spettatori a «confondersi» e ad «impazzar». Abbiamo deciso di sviluppare simbolicamente questo filo rosso per mezzo di un elemento: la palla della lanterna del barbiere (tipica dell’iconografia americana) che compare nel titolo dell’inizio. La sfera rossa comparirà nei due finali come elemento di rottura che fa breccia nel reale: nel primo per far «rimbombare muri e volte con barbara armonia», nel secondo per sancire festosamente la vittoria dell’amore come forza irrazionale sul mondo ordinato e dispotico di Bartolo. Nella folle deriva del finale primo ogni logica narrativa è scardinata, la musica di Rossini conduce i personaggi (e gli spettatori) in un luogo fantastico dove par d’essere «in un’orrida fucina, dove cresce e mai non resta dell’incudini sonore l’importuno strepitar». Ci siamo immaginati questo momento come un ripiegamento dell’opera su se stessa, in cui i personaggi vengono travolti come birilli dal crescendo degli eventi. È un cortocircuito diegetico che avrà ripercussioni anche sulla ripresa della narrazione.

All’inizio del secondo atto, infatti, la casa di Bartolo ha subito gli effetti del finale primo. Figaro conduce i lavori di ristrutturazione. Ben presto l’interno dell’abitazione diventa nuovamente il campo di gioco per una serie di situazioni comiche che si concluderà con la vittoria dei due innamorati sulla tirannia di Bartolo. Tutta l’azione tende verso la grande Scena ed Aria di Almaviva, durante la quale avverrà la scomparsa delle pareti della casa e la scena sarà invasa ancora dalla palla rossa del barbiere, stavolta moltiplicata in una nuvola di palloni ad aria che volano leggeri sopra le teste dei personaggi: è il trionfo della libertà, dell’amore di Almaviva e Rosina sulla tirannia di Bartolo. E il gioco metateatrale, che attraversa tutta la messa in scena, avrà il suo emblematico coronamento nell’epilogo: Figaro «smorza la lanterna», dichiarando concluso il mirabolante gioco della finzione.

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