“Natale vi doni la speranza che viene da Dio”

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Narra il vangelo di Luca che Maria, incinta di Gesù, andò a visitare una sua parente, Elisabetta, anch’essa incinta, al sesto mese di gravidanza. Non c’era niente di straordinario in quella visita; eppure appena Maria salutò Elisabetta, questa sentì il bambino muoversi nel suo seno e interpretò questo movimento come un segno di gioia; il bambino, disse, ha esultato di gioia nel mio grembo. La gioia veniva naturalmente da Gesù che Maria aveva concepito e portava nel suo seno. Per secoli Israele aveva desiderato e atteso la salvezza di Dio e ora, finalmente, quella salvezza era lì, in Maria; come non sussultare di gioia?

Anche la Chiesa bresciana è incinta di Gesù e vorrebbe comunicare la gioia di Gesù a tutti gli uomini; vorrebbe fare sentire a tutti che non sono soli, che Dio s’interessa di loro, che la vita ha un senso, che vale la pena amare anche quando questo chiede dei sacrifici e delle rinunce; che nel vivere secondo il vangelo c’è una sorgente di autentica consolazione e di gioia pulita. La Chiesa è incinta di Gesù. Porta Gesù nel vangelo che viene annunciato tutte le domeniche: il vangelo è parola di Gesù. Porta Gesù nell’eucaristia che celebriamo: l’eucaristia è memoria di Gesù. Porta Gesù nel sacramento della confessione: la confessione è il perdono di Gesù; e così via. Gesù, che è vissuto duemila anni fa in Israele, continua a essere presente e attivo nella storia dell’uomo. È lui, Gesù, che fa i santi; che ha fatto sant’Agostino dandogli la forza di staccarsi dalle passioni giovanili; è lui che ha fatto san Francesco spingendolo a baciare il lebbroso e ad abbracciare una vita nuova fatta di povertà e di lode a Dio; è lui che ha fatto san Vincenzo e lo ha reso servitore dei poveri. In santi come questi l’azione di Gesù si vede con chiarezza: la loro capacità di amore, la loro forza di sacrificio, il loro distacco dai soldi e dal potere sono segni evidenti della presenza di Gesù. Ma Gesù agisce in ciascuno di noi, nella misura della nostra fede e cioè della disponibilità a lasciarci plasmare dalla parola di Gesù.

Ma perché Gesù è così importante? Perché dovrebbe essere in grado di cambiare la mia vita? Il vangelo che abbiamo ascoltato ci può aiutare a capire. Anzitutto il racconto della nascita: “Mentre [Giuseppe e Maria] si trovavano in quel luogo [cioè a Betlemme], si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.” Il racconto è semplicissimo, non contiene niente di straordinario: quel bambino che nasce appartiene davvero alla famiglia umana; non è un alieno venuto da chissà dove; non appartiene a una super-razza; è proprio uno di noi, ha un corpo come noi e ha impulsi, desideri, pensieri, sentimenti, decisioni, comportamenti come i nostri; è legato concretamente a una famiglia e, attraverso questa famiglia, a tutte le altre famiglie della terra. Quando gli angeli annunciano ai pastori la nascita di Gesù, lo presentano come salvatore, ma aggiungono che il segno è semplicemente “un bambino avvolto in fasce, deposto in una mangiatoia”. Cosa c’è di straordinario in questa immagine?

Eppure questa nascita, così semplice, è accompagnata da una eccelsa proclamazione angelica: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace sulla terra agli uomini, che Dio ama.” Possibile che la nascita di un bambino, per quanto ammirevole, significhi gloria a Dio nel più alto dei cieli? La sorpresa viene proprio dall’unione di semplicità e di grandezza. Se debbo immaginare una manifestazione gloriosa di Dio, sono portato a immaginarla con apparati grandi e impressionanti, scenari che si aprono su misteri nascosti e paurosi. Ma Dio non è come immagino io; e quando Dio ha voluto rivelarsi, lo ha fatto nella vita concreta di una persona concreta. Il lavoro oscuro di Gesù a Nazaret, la sua predicazione in Galilea, le guarigioni e gli esorcismi che egli ha operato a favore degli uomini sono il vero volto di Dio, la rivelazione della sua attenzione verso l’uomo, della sua volontà che l’uomo viva, del perdono che egli non rifiuta a chi lo chiede con sincerità.

Se l’uomo Gesù di Nazaret, nella sua esistenza umana concreta, è davvero rivelazione del volto di Dio; se la sua esistenza, pur essendo pienamente umana, ha realmente i lineamenti di Dio, allora l’esistenza umana è riscattata dall’insignificanza e viene riempita di valore. La nostra esistenza quotidiana è fatta di cose minime che fanno poco rumore: i rapporti di famiglia, il lavoro, i sentimenti di affetto; col passare del tempo si fanno sempre più evidenti anche i limiti – la vecchiaia, la malattia, la debolezza. Tutto questo può apparire banale; ma se la vita di Gesù uomo è davvero rivelazione di Dio, anche la vita di noi – uomini – può portare in sé i lineamenti del mistero di Dio. E non è necessario, per questo, che la nostra vita sia pensata come qualcosa di magico, toccata da una sostanza sovrumana. Basta pensare alla nostra vita come vissuta sul modello di Gesù, con la sua fiducia in Dio Padre, con la sua docilità allo Spirito di santità che viene da Dio, col suo amore agli uomini, con la sua pazienza di fronte alla sofferenza, con il suo abbandono a Dio nel momento della passione.

Ci dicono che nel prossimo futuro saremo inevitabilmente più poveri; e non è certo una buona notizia, soprattutto perché questo riguarda anche in primo luogo famiglie che non sono particolarmente ricche e non hanno quindi una riserva su cui giocare. Eppure, le limitazioni che potremo subire non potranno mai togliere significato e valore alla nostra vita. Pensare, sentire, decidere, amare faranno sempre parte della nostra esistenza e proprio in queste esperienze, se vissute con senso di responsabilità e con amore, troviamo il gusto di essere persone umane, di produrre sentimenti e desideri degni dell’uomo, di stabilire rapporti sinceri e fedeli con gli altri. È vero: è meglio una vita ricca che una vita povera perchè offre maggiori possibilità tra cui scegliere e quindi dilata lo spazio di libertà. Ma quante volte la disponibilità di soldi, di occasioni ci ha resi stupidi anziché saggi? Quante volte la seduzione della ricchezza, invece di rendere possibile la solidarietà, ha prodotto corruzione, violenza, menzogna? E non c’è dubbio: un uomo corrotto, violento, mendace è meno uomo; è una persona che si è venduta. Valiamo così poco?

San Leone Magno, in un tempo ben più difficile del nostro – erano gli anni delle invasioni barbariche con il tragico corteo di distruzioni, uccisioni, carestie, gli anni di Attila, flagello di Dio – in quegli anni si attentava a predicare dicendo: “Riconosci, cristiano, la tua dignità e, reso partecipe della natura divina, non voler tornare all’abiezione di un tempo con una condotta indegna.” Proprio così: povero, debole, a volte sfinito, e tuttavia ‘partecipe della natura divina.’ Ma proprio questa dignità fonda e richiede un impegno personale effettivo: devi comportarti da uomo, da figlio di Dio: non lasciarti quindi dominare dal male, ma vinci con il bene il male. A volte si ha l’impressione che dietro al desiderio di negare la grandezza dell’uomo ci sia il rifiuto di assumersi gli obblighi che una vera umanità comporta.

Il Natale è un antidoto a ripiegamenti egoisti; è lo stimolo a fare della nostra esistenza uno slancio coraggioso verso un’umanità più vera. Solo così, di fatto, riusciremo anche a superare vittoriosamente le sfide che abbiamo davanti. Se ciascuno di noi non prende su di sé la responsabilità della sua vita e non s’impegna a migliorarla con determinazione, quell’edificio complesso e straordinario che i nostri padri sono riusciti a creare con immensi sacrifici (la nostra società con la sua complessità e il suo livello di benessere) non riuscirà a stare in piedi perché per tenerla in piedi ci vuole una quota di solidarietà, di fiducia, di collaborazione che oggi ci manca. C’è una serie di scelte economiche da fare che richiede competenza e saggezza; qui il vangelo non ha molto da dire. Ma c’è un ambiente di fraternità da creare per far sì che le scelte di uno e le scelte dell’altro si saldino in un’armonia vera e non si distruggano a vicenda; e in questo il vangelo ha molto da dire e da dare agli uomini.

Per questo la Chiesa bresciana, incinta di Cristo, vi augura un buon Natale, un Natale che vi doni la speranza che viene da Dio. Questa speranza non basta certo a risolvere la crisi, ma è difficile pensare di farne senza; e non si vedono in giro molte idee o movimenti che sappiano creare solidarietà tra le persone e motivare scelte di sacrificio per contribuire al bene di tutti. In Gesù è apparsa quella che san Paolo, nella lettera a Tito, chiama la ‘filantropia’ di Dio, il suo amore per gli uomini. Che questa filantropia, che la notte del Natale ci fa ammirare, riesca creare un’autentica filantropia in noi, un sincero amore per gli uomini.

25 Dicembre 2011

Messa di Mezzanotte – Chiesa Cattedrale di Brescia – Omelia del vescovo Luciano Monari

 

 

 

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UN COMMENTO

  1. visto il tenore tutto terreno di questa omelia (di Natale!), con riferimenti sempre e solo alla umanita’, alla filantropia, alla solidarieta’ fra fratelli, alla fiducia, alle scelte economiche che richiedono saggezza, alla fratellanza fra simili etc etc … mi par di capire che a tutte le menate sulla Vita Eterna, sull’anima, sull’inferno che aspetta i cattivi e il paradiso che premia i buoni dopo la morte che la Chiesa ha raccontato per 2000 anni non ci credano piu’ nemmeno gli alti prelati…!!

  2. Nella capitale della Nigeria, nel frattempo, una bomba faceva 19 morti(per ora) in una chiesa proprio durante la celebrazioen del Natale. Il gruppo attentatore si fa chiamare quello che tradotto in italiano significa "l’ducazione occidentale è peccato".

  3. forse tra 50 anni o anche meno la chiesa cattolica sparira’ e non sara’ certo per colpa di mussulmani o ebrei ma per colpa di questi alti prelati ottusi e con le fette di salame sugli occhi .

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