Cellatica e Gussago lo stesso amore per la propria terra

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    di Alessandra Tonizzo – Che sia forse un grappolo d’uva a legare le storie di Cellatica e Gussago, due paesi vicini ma differenti? Con l’omonimo vino Doc il primo, e con la celebre festa settembrina legata al nettare di Bacco il secondo, questi due paesi brillano sotto lo stesso sole ma riflettono luci diverse. Arriviamo a Cellatica, ai piedi delle Prealpi bresciane, paese che nasconde bene i suoi 5mila abitanti: a mattino inoltrato – sotto una fresca brezza che solo poche zone possono vantare per purezza e refrigerio –, incontriamo poca gente, che cammina a ritmo lento, prendendosi tutto il tempo necessario per le piccole spese quotidiane. Sono gli anziani di Saladega, come il signor Gino, che si muove con il suo trepiedi cercando l’ombra proiettata da vecchie tegole sul pavè tirato a lucido, e l’elegantissima Maria, perfettamente a suo agio nell’abitino di satin nero, ancorata al cartoccio del pane fresco. L’idea è quella di un borgo da cartolina – ordinato e netto, in cui anche il vento cerca di non crear scompiglio tra gli alberi del parco –, e la gente è cordiale come solo nei tempi andati: non si negano un sorriso, un’indicazione, quattro chiacchiere. I negozi, dopo molte chiusure negli ultimi anni, sono sparuti ma efficienti, e servono quasi esclusivamente la comunità locale. Proseguiamo oltre, augurando al paese che questa calma – in tempi di caos e nervosismi – non l’abbandoni, ma nemmeno lo sopraffaccia. Una manciata di minuti e siamo a Gussago che, invece, è centro di passaggio non soltanto per le oltre 16mila persone che lo abitano, ma anche per chi fa stazione alla nota clinica, chi raggiunge i suoi negozi di fiducia. Il paesaggio collinare colpisce ancora, certo, ma siamo lontani dalla placidità di poco fa: qui il brulichio e l’attività incessante ci fanno capire che il tournover di gente, gli scambi e il lavoro sono in prima linea. Tanto che, diversamente da quanto accadeva poco tempo addietro, il traffico si fa sentire e trovare un parcheggio “al primo round” è una chimera. A Ghüsàch non si perde tempo, ci si muove svelti, come se la tipica concitazione cittadina, a soli 9 chilometri di distanza, contagiasse l’intero paese; tanto che è difficile trovare chi voglia parlare, dalla mamma in marcia con il passeggino, al commerciante, al passante. Ma, nonostante tutto, si capisce che l’affezione, anche dei cosiddetti oriundi, è palpabile: Gussago strega gli animi, ammalia la gente che, giura, non cambierebbe mai casa. Torniamo sui nostri passi contenti d’aver trovato per questi due paesi un’altra similitudine, più sincera e significativa del tralcio in tempi di diaspore e difficoltà, ossia la consapevolezza di star bene nella propria terra, che sia nativa o… adottiva. 

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