I gnari de na òlta, a due passi dal centro

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    -Bruno Forza- Casazza si è strappata di dosso, ormai da tempo, quel fastidioso stereotipo di quartiere malfamato ed oggi è un posto tranquillo, forse fin troppo. Negli alveari dell’edilizia popolare si annidano le prime cellule della società del futuro, dove le famiglie bresciane convivono con i nuovi arrivati senza grosse difficoltà. Intanto il quartiere invecchia, con gli anziani a mettere radici e i giovani pronti a staccare le loro per raggiungere – nella maggior parte dei casi – i paesi dell’hinterland, più economici e a misura d’uomo. Dall’altra parte delle mole i cugini di S. Bartolomeo vivono più o meno la stessa realtà, ma con ritmi più compassati, simili a quelli di un paese atipico: senza piazza, con un gioiellino di parrocchia ridotta a magazzino, ma con una forte identità che si respira nel rituale del pirlo o varcando la soglia del barbiere, un porto di mare dove gli anziani si incontrano anche se barba e capelli sono già a posto. Qui si fa un balzo per commentare la sconfitta dell’Inter, l’ultima trovata del Governo o quel bel paio di gambe della Belen, immortalate sulla rivista spostata dal tavolino per dare il via a qualche giro di briscolone. Sono spaccati di una società moderna che mantiene un animo antico, figlio delle pietre poco distanti del borgo delle Gabbiane, nucleo originario della zona. Un tesoro che sopravvive a stento, facendo equilibrismo tra l’incuria di pezzi di storia e i ricordi incancellabili dei gnari de na òlta, quelli delle sorsate estive alla fontana o dei ritorni a casa dopo giornate di tuffi al Mella. Chi ha la barba velata di bianco ha già visto cambiare il volto di “Sanba e guarda con preoccupazione al futuro di un quartiere i cui problemi potrebbero essere risolti solamente con un compromesso. Addio – finalmente – ai camion diretti all’Ori Martin grazie alla costruzione di una bretella di collegamento dalla tangenziale all’acciaieria, ma concessione all’azienda del lasciapassare per trasformare la vasta area verde di fronte alle scuole in un parcheggio destinato ai camion, proprio là dove le Gabbiane, già soffocate, vorrebbero volare via. Chi ci abita ha il viso rassegnato di chi ha perso l’ottimismo, abbattuto da anni di rumori, bruciori di gola e un’inquietante serie di tumori. Le logiche del progresso (e non solo quelle) disegneranno il futuro volto della zona. Intanto Il Turco si è seduto ancora una volta sul muretto in via del Gallo dove trascorre intere giornate a perdere i suoi occhi nel sole e a cantare. Tempo sprecato? No. Davanti a lui ogni stagione si alternano neve bianca, terra scura, fili d’erba verdissimi, pozze d’acqua trasparenti, pannocchie dorate e fieno, poi lo spettacolo ricomincia. Forse in futuro la tavolozza dei colori lascerà posto al grigio e lui diverrà il bizzarro custode dell’ennesimo ricordo splendido da raccontare con stupore a chi potrà solo immaginare i campi di grano in città.

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