Parliamo di code. E delle strategie dei furbetti per evitarle

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di Lucia Marchesi – Parliamo di file. Dello stare in fila e, soprattutto, del rispetto delle file. In questi tempi frenetici capita sempre più spesso di doversi rassegnare a interminabili attese, tutti in fila indiana. Attesa, questa, che richiede disciplina, ma soprattutto una buona dose di pazienza e di autocontrollo.

 

Doti purtroppo non molto diffuse, tanto che quando si sa di doversi sottoporre al supplizio della coda, si parte già nevrastenici, a priori, pronti a scattare come bestie feroci alla minima occasione.

Non mi riferisco solo ai casi limite, come gli uffici postali, dove a volte la sanità mentale dei poveri clienti in attesa viene effettivamente messa a durissima prova, ma anche a situazioni che, tutto sommato, potrebbero essere affrontate un po’ più serenamente.

Esempio. Tempo fa ero in coda dal fornaio. Negozio pieno, oltretutto non molto spazioso. Un distinto signore, probabilmente un po’ distratto, si avvicina al banco e chiede quattro panini morbidi. Apriti cielo! La signora accanto gli è letteralmente saltata alla gola strillando «C’ero prima io!». Adesso, sinceramente, è il caso di reagire così? Un calmantino la prossima volta?

Il motivo per cui ci si arrabbia così tanto? Che siamo abituati ai furbetti, quelli che cercano di evitare la coda in tutti i modi. Per colpa loro, chi è semplicemente distratto rischia il linciaggio della folla inferocita.

Glissare le code è un’arte, e i veri artisti la esportano all’estero. Due estati fa ero in fila alle biglietterie di Mont Saint Michel. Agosto, alta stagione. Attesa piuttosto lunga. Dall’ingresso avanza un gruppo di ragazzi, tra i 18 e i 20 anni, chiaramente bresciani. Tono di voce e cadenza ci rendono abbastanza riconoscibili, soprattutto in trasferta.

Insomma, saranno stati cinque o sei, ognuno si è posizionato nella fila di uno sportello diverso, per vedere chi se la sarebbe sbrigata prima. Niente di male, forse non molto elegante, ma accettabile. Se non fosse che pretendevano di continuare la loro amabile conversazione, urlando come degli ossessi da un capo all’altro del salone. L’eco ha quasi stordito tutti i presenti.

Se la mancanza di rispetto della fila è fastidiosa in queste situazioni, diventa pericolosa quando si manifesta sulle quattro ruote.

Sembra che il rispetto delle corsie e della segnaletica orizzontale sia quasi diventato un optional. Le frecce disegnate sulla carreggiata sono gentili consigli, e ci si sente liberi di prenderle in considerazione o meno.

Esempio. Sabato sere ero in via XX Settembre e stavo per imboccare via Gramsci. Ero quindi sulla corsia di sinistra, quella riservata alle auto che devono svoltare, come indica la gigantesca frecciona che ci hanno disegnato sopra.

Davanti a me, altre auto dovevano compiere la stessa manovra, quindi abbiamo tutti rallentato. Dietro, sulla stessa corsia, arriva un suv (tanto per cambiare) bianco a velocità supersonica che non si accorge di essere nella corsia sbagliata, visto che la sua intenzione era quella di proseguire dritto.

Cosa fa il genio, invece di rallentare e mettere la freccia a destra per rimediare all’errore che, per carità, può sempre capitare? Senza nemmeno scalare la marcia si tuffa nella corsia di destra, tagliando la strada alla povera berlina che sopraggiungeva in quel momento. A nulla è servita la strombazzata: in questi casi, come sappiamo, è sempre il suv ad avere ragione. Una delle famose leggi non scritte bresciane sulla fruizione della strada.

Le corsie della carreggiata sono un vero mistero per alcuni, che non riescono proprio a evitare di ragliare la strada agli altri. Probabilmente non ci riuscirebbero nemmeno se al posto delle righe bianche ci fossero dei muri di cemento armato a separare le corsie.

Sono gli stessi che in autostrada stanno solo nella corsia centrale. Sempre e comunque. Anche se la strada è sgombra per chilometri. Manie di protagonismo? È disdicevole stare nella corsia di destra? Non l’ho mai capito. Oppure quelli che per evitare la coda al casello partono sparati verso l’uscita libera, pensando forse che gli altri siano tutti deficienti, e poi si ritrovano in quella riservata al telepass dovendo poi anche fare la pericolosissima retromarcia. Strano, perché mi sembra che quei giganteschi cartelloni gialli e le strisce gialle sull’asfalto riescano ad avvertire con un discreto anticipo che quella è un’uscita riservata.

Ma torniamo alle strade di città. Avete presente l’incrocio che da via Leonardo da Vinci permette di svoltare in via Tartaglia? Quando il traffico è congestionato, lì regna il caos.

Escludendo le due corsie di destra, che portano poi in via Veneto, e quella centrale, che ti obbliga a proseguire diritto, le corsie che consentono la svolta in via Tartaglia sono solo due, quelle più a sinistra. Sembra una cosa banale, ma mi ricordo che il mio istruttore di scuola guida mi prendeva in giro perché ero letteralmente terrorizzata da quell’incrocio. Eppure la sua spiegazione non fa una grinza: sei sulla corsia di svolta più a destra? Fai la curva larga, per ritrovarti di nuovo sulla corsia di destra. Sei sulla corsia a sinistra? Fai la curva più stretta per ritrovarti, in via Tartaglia, nella corsia centrale o in quella più a sinistra. In questo modo non rischi di tagliare la strada a qualcuno.

Elementare? Non lo so. Ogni volta che arrivo al semaforo devo riflettere un attimo. Ma forse non sono l’unica.

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  1. infatti in quel caso si parla di attesa. leggere prima di sparare no ne! e poi i numeri non danno un ordine? quindi è come essere in fila. che elasticità mentale!

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