La nascita di un bambino e la perdita della trebisonda

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di Lucia Marchesi – Parliamo di nascite. Argomento felice questa settimana, che trae ispirazione da un recente lieto evento. Prima di tutto, approfitto di questo spazio per una piccolissima osservazione. Pur essendo io una grandissima sostenitrice dell’aria condizionata, forse, e dico forse, ricreare la temperatura del Polo Nord in un reparto che pullula di neonati non è proprio il massimo. Ne ho visti alcuni avvolti in due coperte di pile. Ad agosto. Hanno poche ore di vita, non c’è mica bisogno di conservarli nel freezer, suvvia.

Comunque, venendo a noi, avete mai notato la pesante regressione che subisce un adulto davanti a un neonato? Anche il più burbero si scioglie come un cioccolatino davanti alla culla addobbata di rosa o di azzurro.

A causa dell’incontenibile entusiasmo dei visitatori, quelli di maternità sono in assoluto i reparti più caotici degli ospedali cittadini. Nell’orario di visita si trasformano in piazze affollate di gente che si spintona davanti al vetro del nido e nel vociare confuso spicca ogni tanto un commosso «Ma Dio, se l’è bel! L’è bel fes, eh! Ada che bel che l’è!». A quanto pare, l’emozione rende un po’ ripetitivi.

Adulti entusiasti che perdono un po’ la trebisonda e, indicando una culla nell’angolo del nido, esclamano affascinati «Guarda, guarda! È lui! È tale e quale alla sua mamma!». Finché la mamma in questione non si materializza alle spalle con in braccio il suo bambino, quello vero, facendo seriamente dubitare al gioioso parente della propria capacità di cogliere le somiglianze.

Non parliamo poi della grandissima emozione che si prova quando il microscopico fagottino ti afferra un dito e lo stringe con tutta la forza della sua piccolissima manina: «Mi ha preso il dito!» esclami, sull’orlo delle lacrime.

Peccato che dietro l’angolo ci sia sempre l’esperto pedagogista, che con aria di sufficienza spezza l’incantesimo: «A questa età è un riflesso. Non è mica un gesto controllato dalla volontà». Va bene, Piaget, d’accordo. Ma dovevi proprio dirmelo? Non potevi lasciarmi nella mia abissale ignoranza, convinta che il piccolo mi trovasse simpatica?

Ma i nuovi arrivati non sono gli unici protagonisti di questo momento speciale: ci sono anche loro, i fratelli maggiori. Che, stranamente, non sempre condividono il dilagante entusiasmo. È dalle loro bocche, infatti, che escono le vere perle di saggezza, straordinari apprezzamenti verso il fratellino, o la sorellina, che viene loro indicato attraverso il vetro.

Uno dei più memorabili che mi è capitato di sentire è stato «Sembra una scimmia», amorevolmente esclamato da una bambina di tre anni verso la nuova sorellina. Gaudio che qualche volta non si placa nemmeno quando il neonato viene dimesso e arriva finalmente a casa. Ho sentito infatti un altro entusiasta fratello domandare «Ma quand’è che la sua mamma lo viene a prendere?», evidentemente convinto che prima o poi si sarebbe liberato del fastidioso intruso.

In fondo, un bambino di tre o quattro anni ha bisogno di un po’ di tempo per comprendere il suo importante ruolo di fratello maggiore. Di solito inizia quando supera un fondamentale gradino: quando la fatidica domanda, ripetuta all’infinito, «Posso prenderlo in braccio?» trova finalmente una risposta positiva.

Rigorosamente seduto, sul divano o sulla poltrona del salotto, può finalmente prendere in braccio e godersi il fratellino. In realtà, gli viene semplicemente appoggiato sulle gambe (ovviamente con l’adulto lì vicino, pronto a intervenire) dopo un interminabile elenco di raccomandazioni che lo portano, una volta ricevuto il fraterno fagottino, a stare praticamente immobile, quasi in apnea.

Trauma infantile che raramente viene superato: noi che questa esperienza l’abbiamo avuta, oggi quasi trentenni, se andiamo a trovare un’amica appena diventata mamma, alla domanda «Vuoi prenderlo in braccio?» rispondiamo quasi spaventati «No, no! E se si rompe?!». Ma tra noi pensiamo «Magari ci provo quando lo porti a casa…»

Ovviamente, solo seduti sul divano.

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