Bonometti (Omr): le aziende salveranno l’Italia

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di Andrea Tortelli – ***Marco Bonometti è un bresciano. Uno di quelli che, se gli chiedi cosa ha fatto nella vita, afferma senza imbarazzo: “Ho lavorato, e basta”. Uno che all’Italia – complici le sue mai celate simpatie di destra – ci crede ancora. “Ma all’Italia dell’economia reale”, precisa subito, “non a quella della finanza, che è carta straccia, o agli astrologi delle agenzie di rating”. Uno che – ancora – rimboccandosi le maniche, ha costruito un’eccellenza. Le sue Officine Meccaniche Rezzatesi, che producono componentistica per autoveicoli, riforniscono la Ferrari dal 1978. Ma anche i numeri lasciano poco spazio ai dubbi. Il gruppo Omr conta dodici stabilimenti (quattro tra Marocco, Brasile, India e Cina), dà lavoro a 2.500 famiglie e ha un fatturato che sfiora il mezzo miliardo di euro. Con queste premesse, Bonometti – classe 1954, una laurea in Ingegneria e nessuna moglie, almeno per ora – non ha ceduto alla tentazione di portare tutto in qualche paese emergente, dove tasse e vincoli burocratici sono decisamente inferiori. Anzi: sul piatto ha messo 40 milioni. Da investire in Italia. A Rezzato. Perché, spiega, “i nostri sono prodotti ad alta tecnologia, in cui la trasformazione non è il costo principale, e comunque voglio tenere il cervello, oltre che il cuore, dell’azienda nella Leonessa”. Ed è anche per questi ragionamenti – senza tralasciare i fatti – che il presidente della Repubblica ha deciso a maggio di nominarlo Cavaliere del lavoro.

Un riconoscimento importante…

Non sono raccomandato, né ho ricevuto spinte politiche. Il fatto che Napolitano abbia nominato Cavaliere un metalmeccanico mi ha ridato fiducia nello Stato. Perché vuol dire che l’Italia, nonostante il marasma, crede ancora nei fondamentali e dimostra attenzione per l’industria manifatturiera: quella che dà da mangiare alle famiglie.

C’è ancora speranza dunque?

Per fortuna l’economia reale tiene e il mercato non lo fa la nostra politica. Se l’Italia riesce ancora a vendere all’estero è perché le aziende hanno fatto più del possibile in termini di qualità dei prodotti, servizio ai clienti e logistica. La nostra forza è la genialità. Ma non sappiamo organizzarci e fare gruppo. I costi di produzione si stanno livellando in tutto il mondo, poter contare su un sistema-Paese efficiente è sempre più decisivo per restare competitivi.

Lei viaggia spesso per lavoro. Come sono visti gli italiani all’estero?

Ci rispettano. E portano in palmo di mano me come l’ultimo dei miei operai. In Italia abbiamo il brutto vizio di piangerci addosso e di esaltare soprattutto le negatività. Dobbiamo smetterla e assumerci le nostre responsabilità, ciascuno per la propria parte.

Come sta lavorando Monti? E’ davvero il male minore?

Credo proprio di sì. Con tutto il rispetto per i politici italiani, pochi di loro oggi sarebbero in grado di comprendere la situazione e porvi rimedio.

Le sue simpatie politiche sono note. Qualcuno vorrebbe ricostituire l’area degli ex An. Che ne pensa?

Senza le scelte di Fini, forse oggi Alleanza Nazionale sarebbe al 20%. Ma non credo che possa esistere ancora una forza in grado di rappresentare quei valori. Manca un vero leader. E probabilmente non avrebbe più nemmeno senso: le nuove generazioni non percepiscono differenza tra destra e sinistra.

E di un partito delle imprese che ne pensa?

Che rischierebbe di essere un partito come tutti gli altri. Critichiamo tanto la politica, ma Confindustria e sindacato si muovono sulla stessa lunghezza d’onda.

Lei è sempre stato critico verso Confindustria. Come mai?

Confindustria non interpreta più i bisogni di rappresentanza delle imprese. E comprende anche realtà come banche e aziende partecipate dallo Stato, che hanno obiettivi ben diversi dai nostri. Per questo me ne volevo andare. Ma ora c’è un nuovo presidente: vedremo come si muoverà.

Di Aib che dice?

Giancarlo Dallera ha fatto una svolta netta: sta portando un nuovo clima e maggiore trasparenza nei rapporti all’interno dell’associazione. Ma comunque Aib deve essere più incisiva. tanto più in una provincia come la nostra caratterizzata da un sindacato anomalo. E gli imprenditori devono sentirsi classe dirigente della città.

Anche sul Csmt la sua è sempre stata una voce fuori dal coro…

Il Csmt può diventare il punto di incontro tra le esigenze delle imprese e le potenzialità dell’università. Ma siamo noi a doverci chiarire le idee su quello che vogliamo: poi l’università, in qualche modo, si deve adeguare. A settembre si farà il punto della situazione e verranno illustrati i nuovi programmi. Secondo me, Brescia ha bisogno di un centro di propulsione per permettere alle imprese di fare un salto di qualità. Le ragioni per le quali Aib e importanti aziende sono entrate in Csmt sono ancora valide. Oggi questa è una realtà che fattura 3 milioni di euro in ricerca e trasferimento tecnologico.

Lei è anche nella Fondazione Comunità Bresciana. Lì la Leonessa è più capace di fare sistema?

Sì, perché la politica ne è stata tenuta fuori. Il presidente Giacomo Gnutti, poi, è stato bravo ad aggregare le persone giuste e a lasciarle lavorare liberamente. La Fondazione è la dimostrazione che Brescia può fare grandi cose. Lo dico sempre, e vale anche per le imprese: i soldi in qualche modo si trovano, sono le idee che mancano.

Torniamo alla politica. Come giudica l’operato di Paroli e Molgora?

Non sono in grado di esprimere un giudizio su Molgora: la Provincia nella società bresciana è sostanzialmente ininfluente. Quanto alla città, con Paroli abbiamo avuto una grossa opportunità. Ma non so se l’abbiamo sfruttata a pieno. Aspetto la fine del mandato per tirare le somme. Il sindaco oggi è impegnato in tante cose, mi auguro che ritrovi la determinazione per completarle.

Un tema concreto. Il Comune ha bisogno di soldi, ma spesso i troppi vincoli urbanistici sono un freno alla cessione degli immobili. Meglio rischiare di svendere o di non vendere?

Ai costruttori dico: meglio svendere salvando l’azienda che rischiare di chiuderla nel tentativo di mantenere il valore. Lo stesso discorso vale per il Comune, che dovrebbe modificare le destinazioni d’uso pur di fare cassa. Gli strumenti urbanistici sono stati fatti più nel nome dell’ideologia che per il bene della collettività. La nostra classe politica non è più all’altezza della situazione, perché continua ad anteporre il proprio interesse a quello comune. La politica non deve essere una professione, ma una missione: chi la fa dovrebbe avere soltanto un compenso minimo.

Ok. Domani la nominano presidente consiglio con pieni poteri. Cosa fa come prima cosa?

Siccome la nostra materia prima è il lavoro, innanzitutto farei lavorare tutti più ore. Ma i nodi da affrontare sono diversi. I salari netti sono troppo bassi, il costo del lavoro è eccessivo. E il sindacato non può ostinarsi ottusamente a contrastare contratti che si fanno in tutto il mondo: la flessibilità degli orari, ad esempio, deve seguire commesse e ordini. Sia nel privato sia nel pubblico il merito va premiato maggiormente. Inoltre i monopoli pubblici che gravano sui conti delle famiglie vanno smantellati e la burocrazia dello Stato va ridotta sensibilmente.  

*** TESTO TRATTO DAL NUMERO DI SETTEMBRE DI 12 MESI 

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  1. Il bene della collettività coincide con gli introiti del Comune e con il fare cassa cambiando le destinazioni d’uso o peggiorando ulteriormente un già pessimo PGT cittadino cementificatorio ? Pessima visione della gestione della cosa pubblica e della politica al servizio dei cittadini: i Comuni non sono assimilabili ad imprese private il cui doveroso obiettivo primario è la realizzazione del profitto !

  2. Il bene della collettività coincide con gli introiti del Comune e con il fare cassa cambiando le destinazioni d\’uso o peggiorando ulteriormente un già pessimo PGT cittadino cementificatorio ? Pessima visione della gestione della cosa pubblica e della politica al servizio dei cittadini: i Comuni non sono assimilabili ad imprese private il cui doveroso obiettivo primario è la realizzazione del profitto !

  3. E chi salverà le aziende?
    Ho sentito i Ns ministri dire che le PMI sono destinate a smettere di esistere a favore delle multinazionali. Che è ora che l’Italia cambi.."evolva"..! Sì.. ma.. NON SIAMO MIIIICA GLI AMERICANI!!! L’eccellenza italiana è stata da sempre fatta dalle PMI, quelle che facevano il PIL del Nostro paese.. ed ora.. cosa dovremmo fare? Vendere tutto agli americani/cinesi/ind iani??? Sempre che essi siano interessati a farlo perchè tra i dedali burocratici, l’instabilità politica, i costi, e le difficoltà del nostro paese.. trovino interessante investire.. altrimenti saremo tutti degli operai della ALCOA!
    STAY UP!!!

  4. La fiera dei luoghi comuni! Lavorare di più? In nord Italia si lavora più dei tedeschi ma questi stanno meglio,perchè? Svendere il paesaggio per 10 euro di oneri in più? Meglio che Bonometti vada aventi con le sue aziende e si fermi lì

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