Paola Vilardi: così sono tornata a vivere

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*Ogni giorno drammi di salute colpiscono la vita di tante persone, che di colpo vedono sconvolta la propria esistenza, quella della loro famiglia e di tutti coloro che gli sono vicini. Succede agli anziani, ad adulti sani – con o senza alcun preavviso – e spesso purtroppo anche a bambini. A Brescia, grazie a medici capaci, personale paramedico professionale, inservienti amorevoli e umani, aiutati da apparecchiature e tecniche d’avanguardia, questi casi hanno, sempre più di frequente, decorsi favorevoli. Nella nostra comunità dobbiamo considerarci dei privilegiati rispetto alla maggior parte degli abitanti del mondo e purtroppo anche del resto d’Italia. In queste righe cerchiamo di raccontare la recente esperienza di una nota concittadina, come messaggio di solidarietà e vicinanza verso tutti quelli hanno vissuto e stanno vivendo fatti tanto traumatici

di Andrea Tortelli

Attorno a te ci sono uomini in camice bianco che ti fanno domande. Che figuraccia!, esclami. Flashback. Sei su un palco, di fronte a decine di persone. Prendi la parola. Poi d’improvviso senti un gran mal di testa. E la tua bocca non riesce più ad articolare i pensieri. Ti svegli dopo un numero imprecisato di minuti in ospedale. Sei viva. Ma hai vacillato sul confine tra la vita e la morte. Tra un’esistenza piena di successi e la disabilità. Come la pallina da tennis del monologo iniziale di Match Point di Woody Allen. Questa storia capita ogni giorno a tanti, anche nel Bresciano. E non sempre poi i protagonisti hanno la fortuna di poterla raccontare. Il dono, invece, l’assessore all’Urbanistica di Brescia Paola Vilardi l’ha avuto.

“Stranamente avevo del tempo libero e, in pausa pranzo, sono passata dal parrucchiere”. Il 29 maggio di Paola Vilardi inizia meglio di tanti altri giorni. Ma una scossa di terremoto, poco dopo, la porta a mandare al marito (e deputato Pdl) Stefano Saglia un sms quasi profetico: “La nostra vita è in mano a Dio: esci di casa e non sai mai se tornerai”. Torna a casa, indossa il vestito preferito e va a Santa Giulia per intervenire a un convegno. Si siede e prende appunti. L’ultima parola sul foglio, conservato come una reliquia, è “Visuale”. Poi tocca a lei. Le 18 sono passate da poco. Paola Vilardi ringrazia. Biascica qualche parola e perde conoscenza cadendo all’indietro. Scatta il panico. Più d’uno chiama il 118. Il microfono rimane acceso e dalla platea si sentono distintamente le angosce dei primi soccorritori.

“Di quel momento”, dice, “ricordo il mal di testa e la sensazione di stare nell’ovatta senza riuscire a parlare. Ricordo anche l’immagine di un cerchio colorato sul computer di uno dei relatori. Poi il buio”. E non c’erano (quasi) stati segni, prima. “Non facevo sport, fumavo molto e conducevo una vita frenetica”, spiega, “ma – a parte un piccolo mal di testa nei giorni precedenti – sono sempre stata bene. Solo durante l’iter di approvazione del Pgt, a settembre, avevo avuto dei problemi alla vista. Ma avevo dato la colpa alla stanchezza o alla pressione”.

Al Civile arriva in codice rosso. E la diagnosi è di quelle che fanno tremare i polsi: aneurisma carotideo. “Quando ho capito dov’ero, ho esclamato: che figuraccia! Vomitavo e avevo mal di testa. Ma ero lucida e serena: ho subito pensato a mia madre, mio fratello e a mio marito”. Poi Paola Vilardi guarda gli occhi bagnati di chi le sta intorno e capisce che la situazione è seria. “La sera ho dettato a un’amica le disposizioni testamentarie”, dice. La notte passa tranquilla, poi i medici decidono di operarla. E prima le spiegano tutto. Tutto. Anche che rischia di morire o restare handicappata. Lei chiede l’anestesia totale e firma la liberatoria. E’ ancora serena. Prima di entrare in sala operatoria fa una battuta ai medici. Poi, al risveglio, vede le amiche e le sollecita a organizzare al più presto una partita di burraco. Ma lì inizia la fase più dura. “Mi hanno trasferita in terapia intensiva: 48 ore completamente immobile, poi a letto, intubata, per quasi due settimane. Io – abituata a gestire la vita degli altri – mi sono trovata completamente nelle mani degli infermieri, che ringrazio per le amorevoli cure, e di mio marito, che è stato straordinario”, racconta commuovendosi sull’ultimo accenno.

Poi Paola Vilardi cambia reparto e torna gradualmente alla quotidianità: “la sensazione fantastica del primo shampoo, il primo biscotto, i primi passi”. Legge i giornali. “Il primo pezzo su quanto mi era accaduto l’ho letto su bsnews.it, scoprendo il commento di un amico di Roma che avevo conosciuto al mare a 15 anni. Poi ho cercato sui quotidiani locali gli articoli dei giorni precedenti”. Quindi arrivano anche le prime lacrime, liberatorie. “Dopo qualche giorno”, racconta, “sono andata a messa nella cappella dell’ospedale: mi sono seduta e sono scoppiata in un pianto a dirotto. In quell’istante è arrivato Stefano, se non sono segni questi…”.

Fuori dall’ospedale la prima azione “normale” di Paola Vilardi è andare dall’estetista. In pubblico ricompare, fugacemente, il 31 luglio. “Ma non ero pronta”, sottolinea. A lavorare riprende il 3 settembre. Dall’aneurisma sono passati tre mesi: un tempo record, visto che generalmente il recupero ne richiede almeno sei. “La molla”, spiega, “è stata in parte quel senso del dovere che mi ha sempre impedito di concedermi tempo per me, ma anche il bisogno di tornare alla normalità e cercare di dimenticare la paura”. Ma molto è cambiato. “Ho smesso di fumare, mangio regolarmente, alle riunioni cerco di non fare troppo tardi e spesso vado a camminare accompagnata da un personal trainer perché non mi sento ancora sicura”.

Anche la percezione della realtà è ben diversa dal prima. “Mi stupisco se vedo un fiore in Maddalena”, racconta, “e quando mio marito mi ha portata all’isola d’Elba per qualche giorno ho pensato: che bello, sono viva e posso rivedere un tramonto così”. Poi ci sono i sentimenti, la rivoluzione più grande. “Il sentimento nei confronti di Stefano”, spiega, “è diventato più forte. E si è centuplicata l’importanza dei rapporti umani nella mia vita. In quei giorni la rete delle amiche e degli amici più cari, oltre che dei familiari, è stata essenziale. Dalla morte di mio padre porto dentro la paura di non riuscire a dire tutto alle persone più care. Oggi questa paura è più forte. Ma sia chiaro: se devo arrabbiarmi lo faccio ancora”. E l’impegno politico, al momento, non è in discussione. “Già prima”, spiega Paola Vilardi, “avevo abbozzato un bilancio della mia vita. Ora ci penso di più. Ma la politica è un modo per dedicarmi agli altri, continuerò a farla finché sarò utile. Certo”, conclude, “ma se mi proponessero di sostenere un progetto finalizzato alla prevenzione e alla riabilitazione di chi ha vissuto un’esperienza come la mia, cambierei vita e direi subito di sì”.

La pallina della vita ha toccato il nastro. E’ rimasta sospesa nell’aria per un numero indefinibile di istanti. Poi è caduta. Dalla parte giusta del campo.

* TESTO TRATTO DAL MENSILE 12 MESI

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