La Bassa bresciana centro-orientale, da crisi a crisi, a testa alta

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    Bagnolo Mella, Pontevico, Manerbio e Verolanuova: "Mi piego ma non mi spezzo" 

    di Alessandra Tonizzo – Torniamo a dirigersi a sud, gli occhi puntati sull’orizzonte pianeggiante della nostra Bassa, mentre il sole fa brillare la nebbia su chilometri di campi coltivati.

    I confini di questa terra ¬– a nord le colline moreniche prealpine, a est e ovest i fiumi Chiese e Oglio, a sud le province di Cremona e Mantova – parlano della sua stessa storia: una conca fertile all’interno della Val Padana, il cui clima deciso ha permeato le zolle di quella che può da sempre dirsi la riserva agricola della provincia. Il grande tavoliere della piana, diviso in tre zone – occidentale, centrale e orientale – vista la sua estensione (è infatti l’aera provinciale con più comuni: ben 63, tra i quali Montichiari, Palazzolo e Chiari sono i più popolosi), ha iniziato una profonda trasformazione economica che risale ai primi del Novecento, e vede un crescente sviluppo dei settori dell’industria e dei servizi.

    La città di Bagnolo Mella ¬– questo il titolo del popoloso comune (circa 13mila abitanti) guadagnato nel gennaio 2011 – è una realtà il cui incremento demografico non ha intaccato la sua vocazione: restano numerose le aziende agricole del territorio che, generosamente irrigato da rogge e seriole, praticano l’allevamento di bestiame, relativo alla produzione lattiero-casearia, e quello suinicolo e avicolo. Nel centro storico, i commercianti si sentono decimati e imputano il lungo periodo di magra non solo alla crisi, ma alla grande distribuzione che erode introiti e spopola le vie.

    A Manerbio – comune quasi equidistante da Brescia e Cremona, cosparso di boschetti, case coloniche e chiese di campagna – la realtà sfaccettata della Bassa appare per intero, concretizzandosi nell’affiancamento di agricoltura (16kmq in cui si coltiva prevalentemente mais), artigianato (nella zona ovest del comune sono diverse le grandi aziende specializzate nei settori alimentare e metallurgico), industria (al confine con Leno, molte le fabbriche, perlopiù nei comparti informatico e tessile) e servizi. Mentre le sorti dell’area ex-Marzotto – un terreno di centomila metri quadrati, lasciato da molto tempo al degrado – sono ancora da discutere, il paese sembra rassicurare poco i giovani che, dicono i residenti, a causa di carenza di lavoro e di svaghi, tendono a trasferirsi altrove.

    Proseguendo sulla SS 45 bis, arriviamo a Pontevico, comune di oltre 7mila abitanti, centro di pianura di antiche origini che, accanto alle tradizionali attività agricole (tutte connesse all’allevamento del bestiame, hanno subito un calo del -24,52% dagli anni ’90 al 2000), ha sviluppato il tessuto industriale e il commercio, tanto da poter contare, oggi, nomi noti nei settori delle confezioni, dell’abbigliamento, della meccanica e della trasformazione dei metalli. I pontevichesi aspettano da anni la costruzione della nuova tangenziale – in grado di risparmiare al paese l’abbondante afflusso di rumore e traffico portato dalla statale, che attraversa il comune per intero – e nel frattempo mantengono intatte le loro tradizioni, come la suggestiva festa del Ringraziamento, durante la quale si benedice la terra e i trattori sfilano nella bruma.

    Sempre all’interno del “Parco del fiume Oglio” – che, con l’oasi delle Vincellate, fa parte del “Parco sovracomunale del fiume Strone”, ultimo lembo esistente delle zone umide della Bassa –, arriviamo all’ultima tappa del viaggio: Verolanuova. Anche in questo caso, l’economia locale non ha abbandonato l’agricoltura, grazie alla quale si producono cereali, frumento, foraggi, ortaggi, uva e frutta; molto diffuso è l’allevamento di bovini, suini e avicoli, seguito da quello di caprini ed equini. L’industria calzaturiera e quella metalmeccanica, che hanno goduto il loro periodo d’oro negli anni ’70, sono oggi affiancate da aziende operanti nei comparti edile, tessile, lattiero-caseario, cartario, chimico, fino alla pelletteria e alla piscicoltura. L’animo dei verolesi è impegnato nel ricordo, fatica a stare al passo con i tempi, e si confronta con relativa difficoltà con la componente straniera, seppur presente in maniera non troppo significativa. Infine, in paese si attende con ansia il restauro della preziosa chiesa dei Disciplini di Santa Croce: un pezzo di storia e arte sacra che potrà diventare una sala civica per convegni e incontri, o suggestivo spazio espositivo.

    Lo scorso anno abbiamo sorpreso la Bassa nella dura lotta alla crisi nascente, i denti e le unghie conficcati nella speranza di una ripresa tutta da conquistare. Oggi, la Bàsa bresana si piega ma non si spezza, e accanto al rimpianto del passato germoglia la consapevolezza di un necessario rinnovamento: si tamponano le ferite, si guarda avanti.

     

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