Deaglio a Brescia: “L’Italia è come la Costa Concordia”

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(a. tonizzo) Lo Stivale come la nave del comandante Schettino: irrimediabilmente incagliata, in attesa d’essere trainata in porto e rimessa a nuovo. La similitudine di Mario Deaglio, professore ordinario di Economia Internazionale alla Facoltà di Economia dell’Università di Torino (le sue ricerche scientifiche riguardano la struttura delle moderne economie occidentali: distribuzione del reddito, "economia sommersa", risparmio e cicli "lunghi" dell’economia, globalizzazione), ha colorito la presentazione del XVII Rapporto sull’economia globale e l’Italia del Centro Einaudi, tenutasi ieri sera alla Sala Conferenze di UBI Banca in Brescia Piazza Monsignor Almici.

Al convegno sullo studio economico, nato dalla collaborazione tra Centro Einaudi e Ubi banca, erano presenti Franco Polotti, presidente del Banco di Brescia, Giuseppina De Santis, direttore del Centro Einaudi, Mario Deglio, curatore del Rapporto, Giancarlo Dallera, presidente dell’Associazione industriale bresciana, Mario Bertoli, presidente di Assomet e amministratore delegato di Metra spa.

Dalle numerose slides proiettate dal professore, è emerso con chiarezza che il baricentro dell’economia globale continua a spostarsi da Occidente ad Oriente, specificatamente in Cina, la quale “continua ad andare sempre meglio, pur non essendo ancora in posizione di leadership”. I giudizi sugli Usa (il cui interesse per l’Europa è oramai nettamente secondario) sono stati meno positivi del previsto: diminuiscono le nascite, crescono le morti, il debito è in continua crescita, il dollaro viene tassato in diversi paesi, e mai come oggi è percepibile un consistente flusso migratorio verso Canada, Australia e paesi anglosassoni (la stima è di 1/2milione di persone, tra le quali giovani e pensionati). Per l’Europa, invece, sono state individuate sette grandi debolezze, dal contesto finanziario, politico-amministrativo, demografico ed anche psicoanalitico: “è da notare come, in tedesco – ha puntualizzato Deaglio – esiste una sola parola per indicare “debito” e “colpa”; ne risulta che il debitore è sempre colpevole, da solo, ma questa logica, lo si è visto per Spagna e Grecia, è deleteria per l’intero sistema”.

Prima di passare all’analisi del Paese, il professore ha evidenziato due problemi che, nel lungo periodo, diverranno cruciali: il dominio dei corsi d’acqua (si stanno già costruendo dighe su Tigri ed Eufrate, sul Nilo, sul Rio Grande) e l’aumento dei prezzi alimentari (la cosiddetta “agflazione”, scatenata dall’innalzamento del prezzo dei cereali conseguente alla riduzione dei terreni disponibili).

L’Italia, metafora marina a parte, sta soffrendo perché i suoi punti forti, in un clima di globalizzazione, gli si ritorcono contro; “siamo all’ultimo posto nel G7 – ha specificato Deaglio – a causa delle carenze nel settore tecnologico: ci siamo specializzati nei settori “sbagliati”, quelli che pesano poco”. L’excursus sui dati negativi è stato il seguente: soffriamo della “sindrome di Milocca” (dal racconto di Pirandello), ovvero diciamo “no” ad ogni innovazione (l’ultimo esempio portato dal curatore del Rapporto è stato il rigassificatore di Brindisi: gli inglesi, stanchi d’aspettare, hanno lasciato cadere d’opera); il resto del mondo lavora in equipe, mentre noi siamo più accentratori; c’è troppa vicinanza tra la finanza dell’impresa e quella della famiglia; accantoniamo spesso metodi finanziari innovativi. Fortunatamente, l’analisi di Deaglio si è conclusa con uno spiraglio di speranza, poiché nell’ultimo anno la domanda è cresciuta bene ed abbiamo rimborsato una buona fetta di debito; “se i tecnici ci hanno illustrato i meccanismi per uscire dalla crisi – ha commentato Deaglio – ora è tempo di proseguire con un’unione politica di base. Siamo verso una ripresa, ma servono tante gocce d’acqua per dare vita a questo terreno arido”.

In chiusura, mentre Bertoli ha puntualizzato sulla necessità di tornare a fare politica industriale (“tutti devono trasformarsi, in tempo di crisi, partendo da basi comuni”), Dallera ha comunicato la sua “ricetta” per “svecchiare” il Paese: “l’immobilismo culturale è il male dell’Italia: l’imprenditore deve capire che “piccolo” non è più “bello”, che il mondo sta crescendo senza di noi. La nostra priorità è investire sulla formazione, ma il Governo deve avere il coraggio di prendere delle decisioni per salvare l’impresa: cominci cancellando l’Irap, riportando il costo dell’energia elettrica vicino a quello europeo, poi dia profondità alla legge sul mercato del lavoro”.

 

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