L’economia del bene Comune è sbarcata a Brescia. Per rimanerci?

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(a.c.) Una crisi ecinomica, finanziaria, sociale, di valori, politica, ecologica. Ma si tratta semplicemente di una crisi, cioè di una condizione momentanea, seppur grave e duratura, o forse di una vera e propria malattia? In ogni caso una risposta per affrontarla potrebbe venire da un concetto tanto semplice quanto rivoluzionario: per uscirne si deve tornare ad occuparsi non solo del profitto ma anche del benessere comune.

A Vincenzo Lanzoni, giovane sindaco di Mairano, ed Alessandro Bardelloni, che ieri sera hanno presentato il progetto in un convegno all’interno in una sala gremita della Camera di Commercio di Brescia, va il grande merito di avere portato in città un’idea che altrove, in Trentino prima e poi in Austria, Svizzera, Germania, ha già attecchito. 

A fare gli onori di casa il presidente Francesco Bettoni, che ancora una volta ha ricordato che la competitività delle imprese passa, e passerà sempre di più, dalla valorizzazione del territorio, richiamando l’attenzione sulla necessità di un ripensamento dello stile di vita e di produzione delle merci. Niente di nuovo, ma se viene dal presidente della Camera di Commercio, di Bre-Be-Mi, e altro, fa un certo effetto. Moderatore, ma molto più di un semplice invitato utile a gestire la successione degli interventi, Tonino Zana, che ha ricordato in apertura da dove veniamo e dove siamo diretti. Per Zana si tratta di una sfida, di una meta: raggiungere il "Bene Comune" cambiando paradigma, attraverso l’economia, che però non può essere quella che ci ha portato fino al disastro (non senza speranza) nel quale viviamo.

Franco Cesaro, di Cesaro & Associati, è abituato a parlare di economia in pubblico. E si fa capire molto bene quando dice che qualcosa nella nostra società non va: come è possibile che un uomo a 70 anni lavori ancora, mentre uno a 30 sia disoccupato? La risposta non è semplice, ma la soluzione al problema non può che passare attraverso un cambiamento. Ricordando che l’Economia è una scienza sociale, prima di tutto, e che il Mercato non è il problema, ma anzi un’opportunità, Cesaro ha proposto un ritorno a tre valori tanto cari alla Chiesa: solidarietà, sussidiarietà e sostenibilità. 

Le stesse cose, declinate in termini di marketing, strategie di mercato, analisi e modelli di gestione, le ha affrontate Günther Reifer, coordinatore per l’Italia del movimento per l’economia del bene comune ed egli stesso imprenditore e consulente d’impresa a Bressanone. Per Reiffer gli imprenditori non sono parte del problema, ma parte della soluzione verso il Bene Comune. Non un modello utopistico, ma un concreto modello di mercato inserito nel liberismo, l’Economia del Bene Comune mira a far capire agli imprenditori la differenza tra profitto e bene comune, tra concorrenza e cooperazione, nella convinzione che senza certi valori non si vada da nessuna parte. Tramite la compilazione di un Bilancio Sociale le società (anche grosse banche) e le aziende (di ogni tipo, da industrie metalmeccaniche ad alberghi, da negozi ad aziende ortofrutticole) redigono tramite il Terra Istitute un Bilancio Sociale, la valutazione dell’azienda che tiene conto di 17 criteri non prettamente e non semplicemente economici: dignità dell’essere umano, solidarietà, ecosostenibilità, equità sociale, cogestione democratica e trasparenza etc, il tutto valutato nei confronti dei tradizionali stakeholders dell’azienda.

Il risultato è concreto, tangibile, e crea un ritorno economico misurabile e misurato: in Trentino l’hanno capito e lo stanno applicando, chissà se anche a Brescia uno dei tanti imprenditori presenti ieri sera vorrà provarci.

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UN COMMENTO

  1. Tutto molto interessante, ma ormai la salvezza va in direzioni molto più innovative. Ad esempio, non si sente parlare a questi convegni di decrescita selettiva del Pil, di dimunizione del consumo di risorse che porta riduzione di costi e persino occupazione utile, di produzione selettiva e qualitativa (troppe merci prodotte con utilità uguale a zero), di autosufficienza energetica tagliando quel 70% di energia che viene sprecata senza riutilizzo, e magari parlare di sovranità alimentare. Teorizzare il "bene comune" da affiancare al profitto non ci porta lontano se non si passa radicalmente e rapidamente a ridiscutere modelli di crescita e sviluppo non più sostenibili.

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