Il vescovo Monari ai giornalisti: il primo caduto di queste elezioni è la verità

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(a.t.) “Mi viene in mente la famosa frase di un senatore americano: quando scoppia una guerra il primo caduto è la verità. Purtroppo ho l’impressione che queste elezioni siano una guerra. E mi imbarazza”. A dirlo è stato questa mattina il vescovo di Brescia Luciano Monari – accompagnato dal responsabile Comunicazione della Diocesi don Adriano Bianchi – nel tradizionale incontro con la stampa bresciana al centro Paolo VI di via Calini. Quindi, il vescovo – sollecitato dalle domande dei giornalisti – ha affrontato la questione del ruolo dei cattolici in politica. “Difficile dare una risposta sull’unità dei cattolici”, ha spiegato, “ma ritengo che il problema non sia la dispersione, se l’appartenenza a partiti diversi non diventa anche una frattura all’interno della comunità cristiana”. Quanto invece alla questione delle discese (o salite) in campo di autorevoli giornalisti, Monari ha spiegato che “sull’indipendenza di preti e magistrati non ci piove, ma per i giornalisti la questione è più complicata: non è che un giornalista non possa candidarsi, ma dovrebbe comunque stare attento a non essere settario”.

Nel merito della professione giornalistica, il vescovo ha sottolineato l’importanza della figura del cronista, indicando tre livelli d’attenzione: dato, intelligenza e racconto. “Qualunque comunicazione”, ha chiarito affrontando il primo punto, “si basa su una scelta dei dati. Se raccontando un evento televisivo dedicato alla moda parlo del colore della cravatta di uno degli ospiti compio una scelta doverosa, ma se lo faccio per un talk show politico in qualche modo sto distraendo la gente e manipolando la verità. Inoltre importante è saper distinguere tra fonti credibili e inquinate”. Quanto all’intelligenza, “i dati vanno capiti e collegati l’uno con l’altro, ma senza considerare la propria intuizione vera a prescindere e senza piegare i dati a sostegno di questa. E’ necessario verificare e avere pazienza, anche se sono conscio del fatto che i giornalisti abbiano poco tempo per farlo”. Ancora la questione del racconto, per cui i giornalisti devono “mettersi dal punto di vista del lettore per far capire senza voler necessariamente colpire o suscitare meraviglia. Perché la parola può essere un’arma e ogni volta che si distrugge una parola si cancella un angolo di esperienza umana”. “Una delle parole in serio pericolo”, ha aggiunto, “è ‘perdono’: quando sento chiedere a una madre se perdona gli assassini del figlio avverto una domanda indiscreta e imbarazzante che non può avere una vera risposta, perché", ha concluso il vescovo, "il perdono non è una grazia giuridica, ma una parola straordinaria e creativa che ha bisogno del silenzio per essere significativa”.

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  1. A me Avvenire sembra il giornale a tiratura nazionale maggiormente obbiettivo, tralasciando le questioni etiche su cui ovviamente influisce il credo religioso. Ma in un paese in cui la stampa mitizza corona e parla a secondo di come è impegnato politicamente l’editore, non si può pretendere molto.

  2. Guerra!!!! Parola che per la chiesa non ha nulla a che fare con il MALI, AFGANISTAN, IRAQ. Pazzesco : centinaia di migliaia di morti (tanto sono mussulmani) e non se ne accorgono… che pena per i cattolici sinceri…

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