Etica delle nuove tecnologie, la presentazione in Cattolica

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Domani, venerdì 22 febbraio 2013 alle ore 18 nella libreria dell’Università Cattolica, via Trieste 17/d – Brescia sarà presentato il libro del filosofo Adriano Fabris "Etica delle nuove tecnologie" edito da La Scuola Editrice.

Ilario Bertoletti intervisterà Adriano Fabris. L’incontro è promosso da CCDC, La Scuola editrice e Libreria Università Cattolica.

ADRIANO FABRIS – Allievo di Vittorio Sainati e di Gadamer, Fabris è professore ordinario di Filosofia morale all’Università di Pisa dove insegna anche Filosofia delle religioni ed Etica della comunicazione. È direttore del Master di II livello in "Comunicazione Pubblica e Politica". A Lugano, Fabris insegna Etica applicata alla Facoltà teologica dove è vicedirettore dell’Istituto di Filosofia applicata.
Ha svolto attività d’insegnamento all’estero nelle seguenti Università: Frankfurt a.M., Münster, Madrid (Università Autonoma), Lisbona (Università Nuova), Parigi IV (Sorbona), Valparaiso (Cile), Neuquén (Argentina). È inoltre membro del consiglio direttivo dell’Associazione Amici di Eranos (che organizza annualmente dal 1933 ad Ascona, Svizzera, i Colloqui Internazionali di Eranos) ed è responsabile della patnership fra l’Università di Pisa e la Northwestern University (USA). Adriano Fabris dirige la rivista Teoria, è membro dei Comitati di redazione di numerose riviste filosofiche italiane e straniere, e dirige le collane "Parva Philosophica" e "Comunicazione e oltre" presso le Edizioni ETS di Pisa.
Tra le sue pubblicazioni recenti: Filosofia, storia, temporalità. Heidegger e i problemi fondamentali della fenomenologia, ETS, Pisa 1988; Introduzione alla filosofia della religione, Laterza, Roma-Bari 1996, 2002; Tre domande su Dio. Un "game book" filosofico, Laterza, Roma-Bari 1998; "Essere e Tempo" di Heidegger. Introduzione alla lettura, Carocci, Roma 2000; I paradossi dell’amore fra grecità, ebraismo e cristianesimo, Morcelliana, Brescia 2000; Paradossi del senso. Questioni di filosofia, Morcelliana, Brescia 2002; Etica della comunicazione interculturale, Eupress, Lugano 2004; Teologia e Filosofia, Brescia, Morcelliana 2004; Etica della comunicazione, Carocci, Roma 2006; Senso e indifferenza. Un clusterbook di filosofia, ETS, Pisa 2007; Heidegger (con Antonio Cimino), Carocci, Roma 2009; Filosofia del peccato originale, Alboversorio, Milano 2009; TeorEtica. Filosofia della relazione, Morcelliana, Brescia 2010, Etica delle nuove tecnologia, La Scuola, Brescia 2012.

L’etica, la cura e le “nuove” tecnologie
di Elio Matassi | 18 dicembre 2012 – Il Fatto Quotidiano
In prima approssimazione le due espressioni ‘etica’ e ‘cura’ vanno in due direzioni, se non contrapposte, indubbiamente molto diverse.
Da un lato, etica – data la parentela con l’espressione greca ethos, ossia costume, consuetudine – indica un forte legame di appartenenza, un qualcosa che abbiamo in comune; dall’altro, un’attitudine specifica dell’essere umano, quella stessa capacità di conoscere per agire che ci qualifica come tali. In questa seconda sfumatura di significato etica e tecnica sono strettamente correlate.
La cura pone un problema completamente diverso le cui origini possono essere localizzate in quello straordinario passaggio del secondo Faust, la Bibbia laica per eccellenza, nel quale Goethe introduce come una delle quattro donne "grigie" – insieme alla Mancanza, l’Insolvenza e la Distretta – anche la Cura. Mentre le prime tre non osano entrare nel palazzo reale di Faust, la quarta, appunto la Cura, vi penetra per sfidare direttamente Faust.
ll dibattito sempre più drammatico che si svolge tra le due figure rappresenta, a livello simbolico, il conflitto interiore che si svolge dentro Faust stesso che, non casualmente, ricusa ogni possibilità di confronto con la Cura. Quest’ultima obietta che tale ricusazione obbedisce a una logica puramente difensiva, a una volontà di esorcizzare in maniera definitiva una linea di tendenza che, invece, è già dentro Faust come dentro ogni uomo: la rinuncia, la cedevolezza progressiva rispetto a quel senso di appartenenza che l’etica richiama.
In maniera suadente e allusiva, dentro la Cura si cela – come nota il sociologo francese Pierre Bourdieu – la procura, ossia proprio nella sua accezione giuridica, quel negozio col quale una persona conferisce a un’altra il potere di rappresentarla, dunque, un potere di rappresentazione che fuoriesce da sé per essere concesso ad altri.
Una fuoriuscita che è chiaramente trasparente nelle nuove tecnologie e, in genere, nella tecnologia che spesso viene confusa concettualmente con la tecnica, come suggerisce con forza e chiarezza uno dei nostri maggiori esperti di etica e di etica della comunicazione, Adriano Fabris, nel suo recentissimo Etica delle nuove tecnologie.
Se la tecnica esalta l’etica, ossia la possibilità di costruire l’azione, qualsiasi azione secondo modalità razionali, la tecnologia scandisce il dominio della cura-procura, ossia la progressiva espropriazione del soggetto, la perdita dell’autocontrollo, finendo col cedere alla società del "controllo", ossia a quella società, come quella contemporanea, dove gradualmente abdichiamo alla nostra autonomia, al nostro potere decisionale per cederlo inconsciamente alle nuove "tecnologie".
Ricordo alcuni anni fa di aver letto un romanzo veramente "profetico" e che avrebbe meritato sicuramente un successo maggiore, Delfi, il cui protagonista alla fine denuncia la sua condizione d’impotenza che sta tra la vita e la morte. Non può essere considerata "vita", perché l’esistenza vitale per eccellenza, cioè la capacità di progetto, si è consumata, estenuandosi in un processo d’avvitamento senza ritorno; non può essere considerata neppure a rigore "morte" perché comunque le condizioni minimali della sopravvivenza sono garantite.
Questo stato estremo, questa sospensione tra la vita e la morte è quella che il dominio della cura-procura finisce col presumere alla fine di un processo in cui l’adattamento, l’adattarsi alla logica funzionale degli strumenti delle nuove tecnologie è diventato totale, incondizionato.
Come suggella molto bene nella conclusione di Delfi, il protagonista Egon Hereafter: "Il sogno progressivamente svanì, ed Egon benché cosciente, si ritrovò nel nulla. Non riusciva a trovare altre parole per quello che provava. Sentiva di non esistere più, ma di non essere ancora morto".

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