Lavoro, Bonometti (Aib): servono nuove regole, altro che l’articolo 18

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Il neo segretario del PD Matteo Renzi ha rilanciato con forza il tema del lavoro, ed ha proposto l’abrogazione dell’articolo 18 per i nuovi assunti. Il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, dal canto suo, non perde occasione per lanciare allarmi sullo stato di salute del Paese e dell’industria. Ma gli imprenditori bresciani che valutazioni danno di questo dibattito? Ha risposto, con un lungo commento, il presidente di Aib, Marco Bonometti. 

DI SEGUITO IL TESTO INTEGRALE DELLA RISPOSTA:  "Come presidente di AIB, interpretando il sentimento degli imprenditori che rappresento, provo allora a dare una risposta articolata alla domanda che ci poniamo, perché affronta un tema complesso e delicato. Ma da risolvere e alla svelta! Anzitutto è mia profonda e radicata convinzione che questo tema vada affrontato senza preconcetti. Da parte di tutti, senza nessuna esclusione.Ci sono alcuni presupposti fondamentali dai quali partire. Non c’è lavoro, soprattutto per i giovani.

Non c’è crescita del PIL, e non è prevista per il futuro, se non marginale, e tutta ancora da verificare. Chi trova lavoro, oggi, lo trova da precario, e questa situazione di precariato dura per anni. Anche nella pubblica amministrazione, dove ci sono professori che insegnano da vent’anni, ma sempre da precari, per fare un esempio.

Esiste la possibilità che questa situazione cambi a breve? Io non credo, purtroppo, se non cambiano i fondamentali. Giorgio Squinzi denuncia, con ragione, i gravi rischi che incombono sull’industria, essendo noi ormai molto vicini al punto di non ritorno della crisi industriale.

Il segretario del Pd Renzi dimostra coraggio, affrontando il tema del lavoro e cominciando dall’articolo 18. Lo fa, secondo me, per scuotere dall’immobilismo, soprattutto di certe élite intellettuali, in cui ci troviamo. Non credo, infatti, che ci siano oggi molte cause giacenti in tribunale per l’articolo 18, visto che la stragrande maggioranza dei giovani sono precari, ed i “vecchi”, quelli nel fortino dei tutelati, stanno bene attenti a tenersi ben stretto il lavoro, a prescindere dall’articolo 18.

Per fare diminuire la disoccupazione bisogna allora cambiare le regole, soprattutto nell’industria, perché è nell’industria che si creano le più ampie possibilità occupazionali, è l’industria che contribuisce, in modo deciso, alla costruzione del PIL. Matteo Renzi lancia segnali forti, in questa direzione, e lo fa anche con il contratto unico. E’ una follia che, ancora oggi, ci siano in Italia centinaia e centinaia di contratti di lavoro, alcuni per poche migliaia di addetti.

Io sono a favore del contratto unico, che dovrebbe regolare in modo uniforme temi come orario di lavoro, ferie, diritti sindacali, salario minimo, lavoro straordinario. Il resto dovrebbe essere contrattato a livello aziendale, dove si crea il risultato, del quale far trarre beneficio anche i lavoratori, in modo che la crescita dell’azienda si ripercuota direttamente e positivamente sui lavoratori.

Ci vuole omologazione tra sistemi, e mi riferisco a sistemi moderni, di paesi industrializzati, non alle economie del sottoscala. Tra i paesi industrializzati molti crescono, molti emergono, noi arretriamo. Le nostre aziende soffrono, alcune emigrano, molte chiudono, altre ancora “si vendono”, specie nell’alimentare e nella moda. Noi abbiamo l’articolo 18, quelli che crescono no, e non hanno nemmeno 400 contratti di lavoro, più o meno.

Proviamo allora a chiedere ai giovani se preferiscono la disoccupazione, il precariato, la sottoccupazione, rispetto ad un contratto a tempo indeterminato, a retribuzione normale, ma senza l’articolo 18. Credo sia facile immaginare cosa risponderebbe la quasi totalità?

Se si chiedesse oggi ad una multinazionale, ad un fondo di investimenti, se preferisce investire in Italia o in Germania, piuttosto che in Brasile o in Turchia, cosa risponderebbe?

Ovviamente non basta l’articolo 18, neanche il contratto unico, lo so bene, ma da qualche parte bisogna cominciare, ed ognuno è chiamato a fare la propria parte, non a cercare alibi nel “benaltrismo”. Susanna Camusso si dice contraria a Renzi sull’articolo 18, cosi come molti del sindacato e dello stesso PD.

Ma vorrei domandare: va bene a voi restare così? Siete contenti che gli investitori stranieri siano scomparsi dall’Italia e che molti italiani investano all’estero?

E’ vero, le farse del governo e della politica, di questa politica, non incoraggiano nessuno. Ma vogliamo reagire positivamente ed iniziare a costruire un futuro migliore, o vogliamo continuare a dire che “il problema è ben altro”?

Oggi è necessario e indispensabile perseguire il cambiamento, perché ritengo che il cambiamento sia l’unica prospettiva. A meno che non si pensi che per pagare cassa integrazione, magari in deroga, e sussidi di disoccupazione, basti alzare le tasse, fino al soffocamento".

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UN COMMENTO

  1. E ti credo che al capobastone degli industriali, pur "incontentabile" le novità in campo piacciono! Quel che stupisce è l’infinita voragine nella quale continuano ad affondare coloro che dovrebbero stare dalla parte dei lavoratori, ovvero i sindacati confederali e la sedicente sinistraperquantodic entro. Certo che se questo è il nuovo che avanza, ‘aridatece il vecchio!’, vien da dire. Ogni giorno il Renzi compare sui giornali con presunte ricette nuove per rimettere l’Italia in sesto, riformare le istituzioni, dare lavoro ai giovani, ridurre le tasse, privatizzare le aziende pubbliche -almeno quelle rimaste, considerato il misero esito delle privatizzazioni passate- e via discorrendo. Peccato che queste ricette siano quanto di più vecchio e stantio già visto e sentito negli ultimi anni. Vogliamo creare occupazione? Allora dobbiamo ridurre le garanzie per chi il lavoro ce l’ha, rendere più flessibile il lavoro in entrata ed in uscita, eliminare l’art.18 e la giusta causa per i licenziamenti, favorire l’occupazione giovanile con la decontribuzione per i nuovi assunti, e via così fino ad arrivare a 47 tipologie contrattuali atipiche, con l’abolizione di fatto dell’art.18 e l’introduzione dei licenziamenti per motivi economici. Il risultato è stato un drastico calo dell’occupazione anche per chi giovane non è, con la disoccupazione ormai ad oltre il 12,5 %, mentre le ore di Cassa integrazione nel 2013 stanno per arrivare al miliardo e mezzo, con oltre 520.000 lavoratori fuori dalla produzione. Di chi la colpa questa volta? Non certo dei privilegiati del pubblico impiego visto che con il mancato rinnovo dei contratti dal 2010 al 2014, lo Stato risparmierà 12 miliardi, a cui si aggiungono i risparmi strutturali derivanti dal taglio dei servizi, dal blocco del turn over e quindi dal calo dell’occupazione, e ancora dal blocco dei contratti fino al 2017. Ma al giovane segretario del PD sfugge forse che l’occupazione non aumenta -nonostante tutte le deregulation ammazza diritti attuate- perché la domanda interna è ferma? Non si è accorto che questo dipende dal fatto che la crisi ha impoverito i ceti produttivi, che la gente riesce a malapena a soddisfare i bisogni primari, costretta com’è a pagare sempre più tasse, grazie al fatto che nessuno mai ha tentato una seria battaglia contro l’evasione fiscale? Che a forza di star dietro ai dettami della Commissione Europea, dei trattati europei a cominciare dal fiscal compact, della BCE e del Fondo Monetario internazionale il potere d’acquisto dei salari è tornato ai livelli di quarant’anni fa?
    Possibile che nessuno gli ha suggerito che alla riforma delle pensioni ci hanno già pensato in molti, dalla Fornero in giù, con il risultato che i ‘vecchi’ dovranno rimanere al lavoro fino a quasi settant’anni e i giovani una pensione non l’avranno mai a causa del nuovo sistema contributivo e della precarietà imperante, e non basterà certo, per riparare a tutto ciò, abolire le pensioni di reversibilità! Si dice che i giovani hanno la memoria corta, ma sembra proprio che questo qui esageri!
    In realtà c’è poco da scherzare, se dagli industriali continuano ad arrivare proposte riguardo all’occupazione che sembrano copiate dal programma di Renzi (o viceversa?). Entrambi propongono un contratto a tempo indeterminato, totalmente privo di tutele in fase iniziale, con l’acquisizione progressiva nel tempo di alcuni diritti non meglio specificati, ma con l’eliminazione completa di ogni possibilità d’intervento della magistratura; si prosegue poi con l’abolizione della CIG, anche quella in deroga per arrivare ad una forma di sostegno, per tutti quelli che perdono il lavoro, decrescente nel tempo fino ad un sussidio minimo di sussistenza; ma, come ha già avvertito Letta, questo costerebbe molto di più della CIG, che fino a prova contraria è pagata con contributi del lavoro dipendente: e allora? Niente paura, una risposta già c’è: si taglino le pensioni sopra una soglia minima con un’altra tassa del 10%. Ma dove hanno studiato questi per sparare tante c*****e in una volta sola? Purtroppo in questi anni ne abbiamo visti tanti che non avrebbero dovuto essere presi sul serio e che invece ci hanno massacrato ben bene: do you remember Amato, Dini, Padoa Schioppa, Tremonti, Brunetta, Monti, Fornero, ecc, ecc? Ce li ricordiamo quelli che abbindolavano le persone raccontando che "i giovani sono stufi del posto fisso"?
    P.S. Una novità c’è: per far digerire questa ennesima distruzione di diritti acquisti in cambio del nulla, Renzi si è preoccupato di accattivarsi le simpatie di Landini, promettendo d’inserire nel suo Job Act, come gli piace chiamarlo, anche un richiamo ad una legge sulla rappresentanza. Il segretario della FIOM è apparso soddisfatto!

  2. condivido il pensiero di Bonometti. Va aggiunta la modifica del limite dei 15 dipendenti che blocca la crescita delle ns. imprese. Serve nuova occupazione? Portiamo il limite da 15 a 20 dipendenti per fare scattare i numerosi obblighi collegati al superamento di tale limite, non solo x art.18

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