Renzi: no a chi divide lavoratori e imprenditori. Bonometti: sindacati ostacolo per la crescita

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Di seguito il riassunto degli interventi pronunciati questa mattina durante l’assembla di Aib, che si è tenuta questa mattina nella sede della Palazzoli.

NARCISA BRASSESCO PACE (prefetto)

E’ inusuale che il Prefetto porti saluto a questa assemblea, soprattutto in presenza del presidente del Consiglio. Lei ha detto che va dove si lavora, non poteva scegliere posto migliore. Qui anche la rappresentanza dello Stato vuole essere un beneficio e non un costo: per questo nelle sale dell’ufficio territoriale del Governo ha avuto origine il cosiddetto sistema Brescia. Con risultati d’eccezione.

MARCO BONOMETTI (presidente Aib)

Ringrazio il cavalier Moretti che ci ha ospitato, sottolineo gratuitamente. E mi scuso per i disagi che ragioni di sicurezza ci hanno imposto: questa è l’Italia che non vogliamo. L’assemblea di oggi assume una straordinaria importanza per la partecipazione di Renzi e Squinzi: grazie per essere venuti a Brescia, la vostra presenza è per noi motivo di orgoglio e di fiducia. Brescia rappresenta il 3 per cento del Pil italiano e anche all’estero c’è una quota importante di manifattura bresciana. Per non disperdere questo patrimonio gli industriali bresciani sono pronti alle sfide della competizione globale, ma i tempi dell’economia e dei mercati non coincidono con i ritardi della politica.

Fatti e non parole, questo le chiediamo Renzi. E le chiediamo attenzione a Piombino: i siderurgici bresciani temono che la soluzione toscana possa creare una voragine nella Leonessa. Comunque alla crisi si deve e si può reagire. Ridando centralità alle imprese e in particolare al settore manifatturiero. Purtroppo in Italia c’è la tendenza a demonizzare le imprese: dobbiamo far capire a tutti che senza le imprese non si creano lavoro e benessere.

Anche Confindustria è cambiata per rispondere alle esigenze dei propri associati. Ora il governo deve fare la sua parte. E cito due esempi: l’Imu sugli impianti e quella sulle cave. Basterebbe poco a ridare fiducia alle imprese. Una giustizia così lenta diventa ingiustizia. La burocrazia è una palla al piede e la Pubblica amministrazione spesso un freno per lo sviluppo.

In queste settimane la mia azienda (Omr) sta assumendo 250 nuovi dipendenti. Ai sindacati abbiamo proposto un patto per lo sviluppo, ma la trattativa si è arenata su due punti: il salario aziendale variabile in funzione degli obiettivi e il fatto che l’orario di lavoro deve essere stabilito dall’imprenditore. Il vero problema è che il sindacato oggi è un ostacolo sulla strada del rilancio dell’Italia (applausi). So di assumermi grande responsabilità nel dirlo, ma il sindacato italiano non può più continuare a essere di lotta e di governo. Ha governato l’Inps decidendo pensioni di invalidità, ha monopolizzato la formazione professionale, ha ostacolato formazione a distanza: ora basta. Per quale motivo gli iscritti pensionati dei sindacati sono più degli attivi? Perché la delega a favore del sindacato è una delle tante firme che si fanno con la domanda di pensione. Tutta colpa loro? No. Ma il rischio di atteggiamento di rifiuto verso il cambiamento è devastante. I sindacati devono capire che con lo sciopero non si difendono i posti di lavoro in una economia non competitiva come la nostra. (applausi scroscianti)

GIORGIO SQUINZI (presidente di Confindustria)

Lo scenario è quello che Bonometti ha descritto con precisione. Molti di noi credono nella possibilità di cambiare: sulle terapie ci sono letture diverse, ma tutti sono concordi nel dire che la fin della sfiducia passa necessariamente dal lavoro dalle imprese. Noi siamo pronti a cogliere i segnali di ripartenza sul fronte interno. E auspichiamo che l’Europa faccia la sua parte: da tempo chiediamo scelte diverse, che vadano oltre i dogmi dell’austerità. L’Ue deve mostrare a tutti le ragioni della sua esistenza: lo scetticismo dei cittadini si può vincere soltanto uscendo dalla crisi. E l’Italia sta dimostrando leadership e consapevolezza, chiedendo investimenti ma mantenendo con serietà gli impegni presi: un merito che va riconosciuto a Renzi e al suo governo.

Sul fronte interno, ora, il punto cruciale sono gli investimenti. E su questo la manovra fatica: il credito di imposta per la ricerca è apprezzabile, ma nei fatti punitivo per chi fa ricerca da sempre, e sono assenti le risorse per il rinnovo degli apparati produttivi e il sostegno alle politiche di export. Inoltre le infrastrutture hanno un ruolo fondamentale per la ripresa, così come la riforma del mercato del lavoro: l’obiettivo deve essere quello di rendere meno costosi e più flessibili i contratti a tempo indeterminato, anche quelli già firmati. Con due soli ammortizzatori sociali: la cassa integrazione e l’Aspi per chi ha perso il lavoro ed è attivamente alla ricerca di una nuova occupazione. Per fermare l’emorragia è necessario non cedere al passato: noi non siamo conservatori.

MATTEO RENZI (presidente del Consiglio)

L’Italia è oggi l’economia meno forte in Europa, ma è anche quella con più opportunità. Se facciamo quello che possiamo fare l’Italia diventerà la locomotiva del continente: bisogna farlo con coraggio, ora o mai più. Di fronte ai mercati internazionali non si possono invocare tavoli di confronto e documenti di analisi: bisogna fare scelte anche a costo di rischiare.

A cambiare deve essere in primis la politica, ma anche gli imprenditori non possono chiedere di stringere i denti ai lavoratori quando se ne vanno all’estero. Io ho deciso di partire dalla riforma costituzionale e dalla legge elettorale: chi vince le elezioni deve governare per cinque anni e mantenere le promesse fatte. Ci vuole un sistema come quello per l’elezione dei sindaci e deve essere chiaro chi è il responsabile di quanto fatto o non fatto.

Sulla giustizia in Italia occorrono mediamente 943 giorni per arrivare a sentenza, il triplo di quasi tutti gli altri paesi. Non so quanto questo incida sugli investimenti, ma noi stiamo lavorando per la semplificazione. Quanto al numero dei dipendenti pubblici dico a Marco con affetto che siamo nella media degli altri Stati europei: il problema semmai è la mancanza di organizzazione interna, che porta a inutili duplicati, e l’incapacità di creare un sistema meritocratico.

Ancora: il sistema fiscale. Complicarlo sarebbe impresa da Nobel, dobbiamo agire nella logica della semplificazione. Uno degli obiettivi deve essere quello di arrivare a una tassa unica locale, chiamatela come volete, affidata interamente al sindaco: questo è il federalismo.

Infine la questione del lavoro. Da aprile a ottobre i posti sono cresciuti di 153mila unità, ma nei sei anni precedenti ne abbiamo perso un milione. Da parte di qualcuno c’è un progetto preciso per dividere il mondo del lavoro: l’idea è quella di farne un luogo di scontro mettendo i lavoratori contro i padroni. In questo modo si sono persi venti anni. Per me esiste una sola Italia, unica e indivisibile: sia che si parli di imprenditori sia che si parli di lavoratori. E non consentirò a nessuno di strumentalizzare la sofferenza di un precario o l’inquietudine di una mamma senza garanzie facendone un territorio di gioco politico: l’unico modo che conosco io per risolvere i loro problemi è quello di creare posti di lavoro.

Non voglio nemmeno tralasciare la sollecitazione di Bonometti sulla siderurgia. Capisco che Piombino abbia delle implicazioni per Brescia e di certo uno dei nostri compiti è attrezzarci perché un Paese come il nostro, che è la seconda manifattura in Europa, non può fare a meno dell’acciaio. A Terni, io credo, si può arrivare una soluzione attraverso il dialogo. Ma la sfida è quella che il sistema Paese avanzi una nuova proposta da Taranto a Pombino, oppure non ci sarà modo di garantire un futuro alla siderurgia in Italiana.

Sulle banche, ancora, vorrei sottolineare che i risultati dello stress test europe dicono che la stragrande maggioranza dei nostri istituti ha le risorse per affrontare le sfide future, e le altre stanno lavorando per attrezzarsi a farlo. Sono ottimista. Poi, superato questo passaggio, dovremo comunque lavorare sul sistema creditizio per definire nuove regole e stimolare il credito alle imprese.

Infine, tornando a Brescia, garantisco il mio impegno per sbloccare la questione dell’albero della vita e garantire gli investimenti per il tratto bresciano dell’alta velocità.

L’Italia deve ritrovare fiducia. Il mio compito è quello di fare il post-it: ricordare all’Italia chi siamo e chi possiamo essere.

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