Bigio, i fatti contrapposti alle chiacchiere – LA LETTERA

La lettera a BsNews.it della presidentessa di Azione Sociale Laura Castagna sulle sorti del Colosso di Arturo Dazzi, oggi chiuso in un magazzino

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La rubrica delle lettere al direttore di BsNews.it
La rubrica delle lettere al direttore di BsNews.it

Egregio Direttore,

con la presente gradirei esprimere il mio punto di vista sull’ormai annosa vicenda del Bigio. Sicuramente, in questi ultimi anni, intorno ad essa si è alzato tanto di quel polverone che metà basterebbe per riflettere seriamente sulla reale qualità di un’amministrazione comunale che per questioni meramente ideologiche, peraltro tutte sue, nello stile che la caratterizza, ha finito di fare il buco più grande della pezza, nella pia illusione che eliminando una statua, si possa cancellare un periodo politico che, a prescindere da ogni giudizio, resta indubbiamente uno dei periodi più analizzati e discussi della Storia, finendo col fare la figura della montagna che alla fine partorisce il topolino, visto che con la mostra del Paladino allestita in centro e nello specifico, con quella  discutibile scultura nera di aspetto nazi – teutonico, che ricorda molto Dart Fener, il cattivo di Guerre Stellari, non ha certo proposto di meglio, né di alternativo sotto il profilo artistico, quanto estetico. Per fortuna che il nostro Bigione è di pietra, altrimenti, ci sarebbero stati tutti gli estremi per ricorrere al tribunale dei diritti umani per come è stato bistrattato e discriminato nel tempo da chi, riempiendosi la bocca di perbenismo e democrazia, gliene ha riservate di cotte e di crude, a cominciare dagli antimodernisti dell’epoca che lo ritennero a torto un’opera anticlassicista, o dalle scomuniche dei bacchettoni che ne vollero coprire le nudità pubiche, peraltro tanto apprezzate dai modernisti di allora che videro in esso un netto messaggio di rottura con il passato, che  si identificava nelle nuove ed evolute tendenze della dottrina fascista, all’epoca riconosciuta da tutti come alta sintesi di laicità contro il bigotto perbenismo ottocentesco, sempre che non si voglia mettere in dubbio il parere di esimi storici. Poi fu la volta di chi, dopo averlo rabbiosamente malridotto, lo ripose abbandonato in un magazzino, disprezzandone il valore artistico, dimenticando che quel valore appartenesse di fatto a tutti i contribuenti bresciani che lo avevano pagato, per continuare in tempi più attuali con coloro che, pur sapendo che si sarebbe potuto rivalutare e ricollocare al suo posto, pilatescamente non ebbero l’autorevolezza di procedere come la legge  del nostro Stato prevede, superando pressioni e calcoli bottega di pochi facinorosi gruppettari. E alla luce di quanto premesso, diviene impossibile non pensare quanto possa volare basso il pensiero di chi attraverso l’abbattimento di simboli e vestigia architettoniche pensa davvero di poter cancellare la Storia.

Solo persone limitate e con grandi fisime, come possono esserlo i distruttori di Aleppo e di altre inestimabili opere e città d’arte, pensano di poter annullare secoli di storia distruggendo monumenti o conculcando la libertà di espressione a chi non la pensa come loro, per il solo fatto che oltre alla violenza, all’arroganza, alla stoltezza di fare tabula rasa di tutto, non hanno argomenti validi per far affermare le loro idee. E’ avvilente pensare che dopo settanta anni, in una democrazia collaudata e compiuta, con tutti i problemi che attanagliano il mondo, ci siano ancora persone che continuano a preoccuparsi di una dottrina ritenuta sconfitta, dando la caccia a dei simboli, come in una pretestuosa caccia alle streghe, come se questi potessero minimamente affermarsi su ideali come pluralismo e libertà, cosa che potrebbe verificarsi  nel solo caso in cui i perenni allarmati fossero consapevoli di aver seminato e  razzolato molto male o in altra ipotesi, che dubitassero seriamente della reale bontà delle idee e dei valori da loro professati e vorrei tanto sperare che non fosse così, per non aggiungere al danno anche la beffa. Sarebbe buona cosa ricordare a questi guardiani della libertà e censori dell’arte, quanto affermò a suo tempo l’architetto progettista Bruno Fedrigolli, convinto socialista, in merito agli scalpellatori di lapidi intenti a cancellare il passato storico, non definendoli certo dei geni, o ciò che espresse lo storico Franco Robecchi  sulla stessa linea, o quanto detto in tempi recenti dal critico d’arte e comprovato esteta, Vittorio Sgarbi, che reputa Piazza Vittoria l’unica collocazione naturale del Bigio, senza dimenticare che lo storico Giordano Bruno Guerri, a cui va il merito di aver rilanciato alla grande il Vittoriale, il Bigio lo vorrebbe senza esitazioni e pruriti per collocarlo nella residenza dannunziana di Gardone Riviera, ma se proprio i tenaci amministratori comunali bresciani intendessero veramente cancellare ogni traccia di quello che fu il Ventennio, abbiano il coraggio e la coerenza di varare una delibera per  demolire la bellissima Piazza Vittoria, magari iniziando dall’Arengario, essendo essa una delle massime espressioni di architettura del Ventennio con la quale il regime fascista intendeva inequivocabilmente celebrare la sua forza e la sua grandezza.

Ci sarebbe davvero molto da ridere, o forse da piangere, se solo oggi in Italia si pretendesse di demolire tutte le case popolari ed interi quartieri e centri urbani costruiti o ricostruiti durante il fascismo e con essi le scuole, le ex colonie per i figli di famiglie proletarie e per gli orfani di guerra e del lavoro, gli edifici universitari, i musei, le sedi di province, di regioni o di governo come le prefetture, le caserme, gli enti di previdenza sociale, i palazzi di giustizia, i sanatori, i dispensari, gli ospedali, gli impianti sportivi, i dopolavoro, tutte le infrastrutture come i porti, gli aeroporti, gli invasi idrici e relative centrali elettriche ancora funzionali ed opere come l’EUR, compreso il progetto della metropolitana di Roma, i più importanti parchi nazionali, le grandi bonifiche, migliaia di chilometri di strade e ferrovie o quant’altro che possa essere stato costruito durante il Ventennio e di certo ci ridurremmo, in concomitanza alla precaria situazione sociale ed economica in cui versa l’Italia, a diventare l’ultimo paese del quarto mondo, anche se previdenza sociale, lavoro, sviluppo, finanza, sanità, istruzione, pubblica sicurezza e tutti quei capisaldi di uno Stato serio ed autorevole, hanno già provveduto a distruggerli nei loro effettivi contenuti. Avrei volentieri evitato questo lungo elenco, ma difronte all’ostinazione di chi si arrocca pretestuosamente dietro alla simbologia di un’ innocua statua per mantenere fede ad ideologie che nel mondo hanno seminato tanto di peggio, trattandosi peraltro di amministratori pubblici che dovrebbero fare un serio ripasso sul significato di pluralismo e res pubblica, non ho potuto fare a meno di contrapporre i fatti alle loro becere e inconcludenti chiacchiere.

PRESIDENTE AZIONE SOCIALE

Laura Castagna

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