Il Referendum per l’autonomia e la libertà di voto | di Claudio Bragaglio

A differenza delle elezioni politiche, il non-voto referendario (anche in assenza di quorum) ha piena legittimità - Leggi l'opinione dell'eponente del Pd

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Claudio Bragaglio
Claudio Bragaglio

di Claudio Bragaglio – Il Referendum del 22 ottobre, promosso dalla Giunta Maroni, entra nel vivo sia per il merito del quesito che per il senso politico dell’intera operazione.

Nel merito, la richiesta d’una maggiore autonomia non può che essere condivisa. Vorrei dire scontatamente condivisa. L’art. 116 del Titolo V della Costituzione, riguardante il “federalismo differenziato”, è stato a suo tempo voluto con il Referendum (2001) proprio dal Centro Sinistra, ma duramente contrastato dal Centro Destra. Ed è parte identitaria della politica autonomistica del Centrosinistra.

Ritengo sia stato quanto mai opportuno che il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, e Beppe Sala, Sindaco di Milano, con Del Bono e Mottinelli, Sindaco e Presidente di Brescia, ed altri sindaci di capoluogo, abbiano assunto, come amministratori pubblici e rappresentanti delle loro comunità, una posizione favorevole al quesito. Non sottacendo, peraltro, critiche per il carattere generico del quesito, il mancato confronto con il governo che rimane comunque il passaggio ineludibile stabilito dagli art. 116 e 119 della Costituzione. E su cui, con maggiore incisività si stanno muovendo l’Emilia Romagna ed il Piemonte. Non solo. Le loro critiche hanno riguardato il deprecabile spreco di risorse finanziarie, ormai ben oltre i 50 milioni di euro. Per non dire poi d’una richiesta di autonomia di Maroni, ma giocata in termini d’un nuovo centralismo regionale –  sul modello di Formigoni – contro il riconoscimento delle autonomie di Comuni e Province. Brescia inclusa, com’è noto.

Nel merito poi non sono mancate anche a Brescia altre autorevoli obiezioni. Penso in particolare a quelle, ben argomentate, espresse da Bortolo Agliardi, presidente dell’Associazione Artigiani.

La campagna referendaria si è però sempre più accompagnata ad un processo di politicizzazione e di strumentalizzazione così plateale ed aggressivo da suscitare una crescente preoccupazione, per non dire un rigetto. Sempre meno in gioco il merito del quesito e sempre più centrale invece un obiettivo tutto politico, che poco o nulla ha a che fare con l’effettiva autonomia della Lombardia.

Il più esplicito – per non dire anche il più sincero – è stato il parlamentare leghista Giancarlo Giorgetti che, sulle pagine di Libero del 16 agosto, ha reso esplicito il disegno d’una spallata lombardo-veneta al Governo: “Se vinciamo il Referendum conquistiamo l’Italia…ed inizierà un percorso di federalismo alla spagnola”. Secessione della Catalogna inclusa?… verrebbe da chiedere in queste ore.

E’ evidente come nell’opinione pubblica – prima ancora che nelle stesse forze politiche – scatti l’allarme d’una inaccettabile ed insidiosa strumentalizzazione. Anche recenti vicende referendarie hanno peraltro dimostrato come tra i cittadini vi sia un’evidente reattività a fronte d’un uso strumentale, personalistico e spregiudicato di battaglie referendarie. Al punto da far persino rigettare una proposta quand’anche fosse persino condivisa. A maggior ragione a fronte della pretesa di voler caricare sulle spalle del contribuente lombardo persino il costo – che spetta invece ai partiti – delle prossime elezioni di Maroni alla presidenza in Lombardia.

Messa in questi termini, la vicenda del Referendum sarebbe non tanto – e forse neppure più – un confronto civile tra Si e No all’autonomia, quanto piuttosto un aspro confronto sui fronti opposti  tra voto e non-voto.

A differenza delle elezioni politiche, infatti, il non-voto referendario (anche in assenza di quorum) ha piena legittimità, in quanto assume il significato politico di voler rigettare non tanto, o non solo, il merito specifico del quesito, ma il senso complessivo d’una operazione non condivisa. Operazione che – a differenza delle elezioni delle assemblee elettive – viene unilateralmente formulata ed impostata dai soli promotori e come tale poi sottoposta agli elettori.

Ciò vale per l’opinione pubblica, ma non meno per le stesse forze politiche che sono chiamate a condividere o meno il quesito. Al tempo stesso, però, esse possono altresì esprimersi anche rifiutando il senso politico assunto da referendum stesso. A maggior ragione a fronte d’uno stravolgimento dell’oggetto stesso della contesa. Con l’autonomia che da condivisibile scelta di civiltà democratica in Lombardia diventa invece lo scalpo da esibire sul terreno d’un aspro scontro politico di carattere nazionale.

La natura stessa del voto referendario è specifica e diversa da quella politico-amministrativa. Nel primo caso si configura come un diritto da poter esercitare, nel secondo come un diritto-dovere.

Ciò mette cittadini e partiti nelle condizioni d’un più ampio ventaglio di opzioni, anche politiche e non solo astrattamente intese: quella d’una scelta di voto per il sì o il no, quella della libertà di scelta nel voto, quella infine della libertà anche del non-voto.

Con riferimento a quest’ultimo passaggio ricordo che nel Referendum del 2009, sulla modifica del “Mattarellum”, Mino Martinazzoli ha presieduto il “Comitato per il non–voto”. Ognuno è poi libero nelle sue scelte. Ma ciò che va rilevato è la piena legittimità, data la natura del Referendum, di potersi esprimere – valutate anche le opportunità politiche e il rischio evidente della strumentalizzazione in atto – anche in termini di “libertà di voto”, che di “libertà di non-voto”.

* Presidente della Direzione Lombarda PD

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  1. Vorrei chiedere al professore come si fa in 10 righe a dire che Del Bono e Mottinelli fanno bene a votare sì e gli altri fanno bene a non votare. Circo???

  2. Malizioso ha centrato il punto: Del Bono è più o meno libero degli altri che non votano? Libero come loro, solo che nelle dinamiche Pd conta molto piùdi loro. Chi non vota che ruolo ricopre?

  3. Leggendo alcune riflessioni registro un certo fraintendimento. Con la mia riflessione non ho inteso dare una indicazione di voto. Mi sono limitato a constatare tre cose.1) Che una sollecitazione condivisibile (richiesta di una maggiore autonomia regionale) è stata poi stravolta dal tentativo strumentale di una campagna elettorale contro il governo ed il centro sinistra, fatta oltretutto pesantemente pagare ai contribuenti. 2) Che riterrei politicamente più opportuna la libertà di voto rispetto ad una indicazione rigida. 3) Che, data la natura del voto referendario consultivo (sempre, e non solo quando mi farebbe comodo!) ben diverso rispetto al voto politico-amministrativo (che ha a che vedere con il diritto-dovere della sovranità popolare), è pienamente legittima anche la scelta di non votare. Tutto qui. Il resto che leggo ci sta, ma non tanto perché ci stiano come i cavoli a merenda, ma perché per fortuna di tutti noi c’è pure la libertà di opinione. Di tutte le opinioni, comprese – con tutto rispetto – anche le più sbiellate.

  4. Cosa voto? Nel tempo ho maturato un’idea precisa. Come Direzione Regionale PD la scelta unanime è stata per la libertà di voto. Personalmente non voto, ritenendo legittima e opportuna tale scelta. Perché “nel tempo”? L’autonomia della Lombardia l’ho sempre condivisa, nel quadro d’un federalismo solidale. Anche al di là dei troppi zigzag di centro sinistra, DS e PD. Scelta autonomista, come interpretata anche da Gori, da Del Bono e da altri sindaci, che avrebbe richiesto convergenze che poi non vi son state. Anzi, il significato autonomista è stato strumentalizzato, stravolto, diventando prima il salvacondotto di Maroni per le elezioni anticipate del Consiglio regionale. Poi la voragine di soldi per fare la campagna elettorale, a spese dei cittadini, ma per una Lega con le sue casse sequestrate e vuote. Poi – con il mitico Giorgetti – una specie di marcia su Roma dei lombardo-veneti contro il Governo. Infine – oggi è del tutto evidente – la prova di forza nel centro destra d’un Salvini contro Berlusconi, sul terreno del sovranismo e del nazionalismo più estremo. Ma cosa c’entra l’autonomia lombarda con tutto ciò? C’entra più un bel nulla, quindi…me ne guarderei bene dal legittimare, anche solo con la partecipazione al voto, un qualcosa che è diventato non il Referendum per la Lombardia, ma per il futuro d’un…Salvini.

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