LETTERE DALLA KIRGHISIA: TERZA LETTERA

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La versione integrale di Lettere dalla Kirghisia di Silvano Agosti, pubblicata in formato digitale su BsNews.it su gentile concessione dell'autore
La versione integrale di Lettere dalla Kirghisia di Silvano Agosti, pubblicata in formato digitale su BsNews.it su gentile concessione dell'autore

Kirghisia, 2 agosto

Cari amici,

alcune vostre lettere esprimono sempre più stupore e incredulità, nei confronti dell’esperimento sociale che vi vado raccontando.

Chiedersi se sia o non sia reale, se esista davvero o no la Kirghisia, non deve in alcun modo sovrapporsi alla gioia che molti di voi hanno provato, anche solo di fronte a una descrizione esteriore e parziale di questa grande avventura sociale.

La vostra difficoltà a credere che sia possibile organizzare la società a favorire degli esseri umani e non dei gruppi di potere, testimonia la sottomissione che vi imprigiona, impedendovi di vivere.

Spesso anch’io, pur constatando di persona le straordinarie conquiste di questo Paese, faccio fatica a convincermi che possano essere reali e permanenti.

C’è, qui in Kirghisia, la stessa atmosfera che si respira a volte sui set cinematografici.

Si direbbe che qualcuno stia realizzando un film sulla società ideale e che, una volta filmate le varie realtà tutto possa essere smantellato e tornare nel grigiore di una società come la nostra fintamente efficace, fintamente a favore dei cittadini, fintamente legata alla vita e, soprattutto, fintamente felice di esistere.

Molti, in occidente, sembrano non accorgersi o aver dimenticato che le nuove tecnologie hanno diminuito enormemente i tempi di produzione, mentre gli orari di lavoro sono rimasti immutati.

Ancor meno ci si accorge che da oltre mezzo secolo i bambini, i ragazzi e i giovani vengono obbligati a starsene seduti, tra scuola e compiti, circa otto ore al giorno, e che, alla fine dei loro corsi di studi, a qualsiasi domanda culturale, il loro sguardo vaga smarrito o si esprime in un “boh!”

Chi rifiuterebbe di avere ogni giorno più tempo per “fare” finalmente ciò che desidera, o per ampliare e gestire il proprio territorio di conoscenza o di amore?

Oggi, durante il pranzo, che abbiamo consumato insieme a un migliaio di giovani nel parco principale della Capitale, il mio accompagnatore si è lasciato andare a una serie di riflessioni.

“Ognuno di noi è un capo di Stato, se non altro dello Stato che confina con se stessi. In fondo, la vera cultura sono i comportamenti e di questi ognuno di noi è autore, garante e responsabile.

Ogni essere che viene al mondo cresce nella libertà e si atrofizza nella dipendenza.
La Kirghisia è soprattutto il territorio in cui il cuore umano può battere senza paure, perché si è cercato e si cerca di eliminare ogni forma di dipendenza.

In questo piccolo paese, sperduto nel cuore dell’Asia, si tenta di portare al primo posto i desideri e le necessità degli esseri umani.
Ogni settore del sociale viene organizzato a misura d’uomo, nella consapevolezza che il soggiorno sul pianeta è, per ognuno, un’occasione unica e irripetibile nell’arco intero dell’eternità, e che quindi debba essere concepito nel modo più favorevole alla vita.

Così, oltre a limitare il tempo di lavoro e ad offrire un’esperienza formativa basata sul gioco e sull’informazione certa, qui si va disegnando un percorso esistenziale, dalla nascita fino al termine dell’energia vitale, capace di offrire a ognuno una serenità quotidiana priva di turbamenti”.

Ho trascritto per voi, cari amici, il senso del discorso che mi ha avvinto nel profondo del cuore, tanto che alla fine siamo rimasti a lungo in silenzio e abbiamo comunicato solo con qualche sorriso.

“Chi sono quelli vestiti di giallo?”
Chiedo al mio accompagnatore.

“Sono persone che hanno rubato. A loro viene richiesto di vestire completamente di giallo per un periodo equivalente a quello che, altrimenti, dovrebbero trascorrere chiusi in una cella. Qui siamo tutti convinti che la sola condanna possibile sia la consapevolezza del delitto.

Per questo devono spiegare, a chi glielo chiede, le ragioni che li hanno spinti a infrangere una norma comunemente stabilita, quella appunto di non rubare. Tanto più che le porte delle case qui da noi sono ormai quasi sempre aperte.”

Provo il desiderio di avvicinarmi a uno di loro, un uomo sulla quarantina con un minuscolo pizzetto bianco e i baffi neri.

“Chiedigli perché ha dovuto rubare.”
Il mio accompagnatore traduce lentamente.

“Io facevo il ladro, ho imparato da ragazzo e non sapevo fare altro. Prima che qui cambiasse tutto, entravo e uscivo di prigione. Sommando le condanne, l’ultima volta che mi hanno arrestato dovevo scontare dodici anni di prigione. La prigione è brutta, ti senti soffocare, minuto per minuto ti sembra di morire.

Per fortuna dopo qualche mese che ero richiuso tutto è cambiato qui in Kirghisia. Mi hanno fatto uscire subito dal carcere e posso vivere come tutti gli altri, devo solo finire i miei dodici anni vestito di giallo. Mi manca ancora un anno.”

“E per mangiare?” Chiedo. “Come fai per mangiare?”
“Vado al ristorante.

Nel nostro Paese tutti mangiamo gratuitamente un buon pasto al giorno. Con i soldi che si spendevano per le armi, le prigioni, i tribunali, le guardie del corpo, i poliziotti, gli insegnanti, le sigarette, l’alcool, le prostitute, i ministri e i deputati, si possono nutrire gratuitamente, con un abbondante pasto quotidiano, tutti gli abitanti del Paese!”

L’uomo sorride al mio stupore e mentre si allontana vedo che un ragazzino lo avvicina e ha l’aria di chiedergli perché è vestito di giallo.

“E quelli vestiti di viola?”
“Quelli hanno ucciso e devono vestire così fino a sessant’anni, spiegando a loro volta a chi lo chiede, le circostanze che li hanno portati a compiere un delitto.”

Il mio accompagnatore fa un cenno a una donna abbastanza anziana completamente vestita di viola.

La sua storia è emblematica, sotto il precedente regime ha ucciso il marito che era disoccupato e alcoolista e la tormentava. Il tribunale l’aveva condannata all’ergastolo, ora da dieci anni gira tra la gente vestita di viola.

“Ho raccontato migliaia di volte la mia storia e ora tutto sta per finire, perché tra poco compirò sessant’anni.”

Il mio accompagnatore conosce bene la donna. “Cara Lidia, faremo una grande festa quando compirai gli anni.”

Poi mi si avvicina.

“Ogni anziano è nominato ad Honorem “insegnante di vita” e viene invitato nei parchi e alle televisioni a raccontare la propria esperienza e la propria visione del mondo.

Ognuno, quando compie sessant’anni ha diritto a mangiare gratuitamente anche di sera in tutti i ristoranti e a circolare, sempre liberamente, su autobus, metropolitane, treni e aerei, nonché a frequentare cinema, teatri, mostre e concerti senza alcuna spesa. Ma degli anziani parleremo un’altra volta, qui in Kirghisia non abbiamo fretta.”

Amici cari, vi abbraccio.

In Kirghisia la notte è un incanto e appartiene a tutti.

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