Rifiuti e discariche, Aib critica il fattore di pressione e fa ricorso al Tar

Inefficace e inattuabile nella tutela ambientale e della salute, complesso e fortemente dannoso per il tessuto economico lombardo. Così AIB descrive la delibera regionale dello scorso 2 ottobre

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Il presidente del gruppo Feralpi Giuseppe Pasini.
Il presidente del gruppo Feralpi Giuseppe Pasini.

Inefficace e inattuabile nella tutela ambientale e della salute, complesso e fortemente dannoso per il tessuto economico lombardo. Così AIB descrive la delibera regionale dello scorso 2 ottobre in tema di rifiuti e discariche e per questo ha deciso di depositare un ricorso al TAR. Una decisione che ha suscitato vivaci critiche da parte degli ambientalisti, ma anche da parte del leghista Fabio Rolfi, che parla di scelta “antistorica”.

“L’adozione di un indice di pressione (un sistema di calcolo del “carico” dei rifiuti) così come stabilito – scrive Aib in una nota – va ben oltre l’essere più restrittivo del passato perché all’azione chiesta per il rispetto dei parametri imposti seguiranno reazioni contrarie all’interesse del territorio. AIB parte da un concetto chiaro: i rifiuti devono essere gestiti responsabilmente, recuperati ove la tecnologia lo consenta, oppure smaltiti in opportune sedi, le discariche, nei casi in cui la tecnologia non ne consenta il recupero. Non è sufficiente “spostarli altrove” – ossia fuori dai confini lombardi o nazionali – per salvare l’apparenza a scapito della sostanza. L’imposizione di valori dell’indice di pressione così come previsti dalla delibera non sortirebbe l’effetto voluto, ma si limiterebbe a favorire la delocalizzazione dei rifiuti con un grave danno collaterale: colpire pesantemente le imprese, soprattutto le preziose PMI, che si troverebbero a sostenere extra-costi capaci di incidere in modo significativo sulla loro competitività. Non è inoltre possibile imporre istantaneamente una sostanziale chiusura della capacità di accogliere rifiuti in Lombardia a fronte di tempi burocratici pari a cinque o dieci anni per avviare un’attività di recupero. Tutto con il rischio imprenditoriale e sociale dato dalla complessità e frammentazione della normativa, unita alla sua varietà interpretativa”.

“Non è inoltre possibile – continua il comunicato fiume – imporre istantaneamente una sostanziale chiusura della capacità di accogliere rifiuti in Lombardia a fronte di tempi burocratici pari a cinque o dieci anni per avviare un’attività di recupero. Tutto con il rischio imprenditoriale e sociale dato dalla complessità e frammentazione della normativa, unita alla sua varietà interpretativa. Questo non è l’approccio sistemico e virtuoso tra la pubblica amministrazione e il suo interlocutore privato necessario per progredire. La politica o l’impegno politico del “no” è sterile, se non dannoso, senza un contrappeso fatto di alternative sostenibili e realistiche. AIB, al contrario, è convinta che la tutela dell’ambiente e la difesa della competitività e vitalità del proprio tessuto manifatturiero siano obiettivi sinergici, non conflittuali, da ricercare con impegno in un continuo confronto. Gli esempi, purtroppo negativi, non mancano. È un caso emblematico la gestione delle scorie di acciaieria a Brescia (le cosiddette scorie nere), il cui recupero trova da anni piena applicazione in paesi della comunità europea come Francia, Germania Spagna sulla base di normative ad hoc che ne valorizzano e ne stimolano l’impiego, pur nel rispetto di una concreta tutela ambientale. Non a qui a Brescia, dove ci si impantana nei cavilli e si mettono le scorie sulla strada delle discariche anziché del recupero. È una contraddizione interna che un Paese moderno non può più accettare”.

«Le aziende bresciane – commenta quindi Giuseppe Pasini, presidente di AIB – hanno maturato la consapevolezza della propria responsabilità nell’adottare modelli evolutivi impostati su nuovi paradigmi che partano dalla crescita sostenibile e dalla creazione di valore per il territorio. È un impegno che le imprese hanno il dovere di far proprio. Con la stessa oggettività, dobbiamo ammettere che non sempre i tempi dello sviluppo sono comprimibili con una delibera. Oggi, gran parte della nostra manifattura, pur con tutto l’impegno profuso nella ricerca e nello sviluppo, per restare viva deve contare su un sistema che possa accogliere in sicurezza ciò che oggi la tecnologia non consente ancora di recuperare in modo virtuoso».

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