LETTERE DALLA KIRGHISIA: SETTIMA LETTERA

La settima lettera dalla Kirghisia: romanzo di Silvano Agosti pubblicato gratuitamente da BsNews.it su gentile concessione dell'autore

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La versione integrale di Lettere dalla Kirghisia di Silvano Agosti, pubblicata in formato digitale su BsNews.it su gentile concessione dell'autore
La versione integrale di Lettere dalla Kirghisia di Silvano Agosti, pubblicata in formato digitale su BsNews.it su gentile concessione dell'autore

Kirghisia, 22 agosto

Cari tutti,

nelle vie e nelle piazze della Kirghisia non ho visto un solo poliziotto o vigile urbano.
“Ma la polizia? Esiste ancora in Kirghisia la polizia?”
Il mio accompagnatore sembra sempre più preparato alle mie domande, del resto sono domande che chiunque di voi farebbe visitando questo Paese.
“Ci sono i guardiani della pace incaricati di osservare che nessuno si comporti in modo scorretto. Fino a qualche tempo fa, gli ultimi poliziotti che abbiamo avuto, in casi estremi si servivano di armi che addormentavano. Invece di sparare pallottole mortali, l’arma era provvista di una capsula che iniettava nel corpo della persona da neutralizzare, una sostanza che addormenta. Quasi tutti, al risveglio, erano talmente felici di non essere morti che si prestavano subito a riparare gli eventuali torti commessi. Ma ormai le persone hanno imparato a rispettarsi, a trattarsi l’un l’altro come capolavori e allora non c’è più bisogno neppure delle pallottole che addormentano. Anche i poliziotti, come prima i militari, sono scomparsi dalla nostra società.”
Mi stupisce sempre più questo paese dove la serenità si espande a macchia d’olio, per le strade, sui volti dei passanti, sui muri delle case, perfino nel muoversi armonico degli animali e dei bambini.
“Ma non vi annoiate a essere sempre felici?”
“Felici proprio non lo siamo ancora. Ci manca forse la vostra felicità. Comunque siamo sulla strada giusta. Ognuno ormai ha il necessario per vivere bene, senza dover dare in cambio del lavoro il tempo della vita stessa.
Abbiamo ben presto capito che chi lavora meno produce di più e meglio. Come potremmo annoiarci, visto che abbiamo mille occasioni per scoprire sempre più la vastità della vita.
Al tempo in cui ognuno di noi separava continuamente il bene dal male e il male sembrava essere divenuto il prezzo indispensabile del bene, anch’io ero convinto che una vita serena, troppo serena, sempre serena, potesse portare la noia.
Poi ho scoperto la creatività, emozione inestinguibile, che nessuno prima poteva provare, perché tutti avevano sempre da fare e il tempo dell’esistenza era ogni giorno esiguo e portava la maggior parte degli uomini alla depressione, spesso alla disperazione.
Avevamo dimenticato, tutti, che sul pianeta si vive una volta soltanto e che l’occasione della vita è unica e non si ripete.
Ci avevano costretti a credere che fosse necessario solo lavorare, lavorare e lavorare.
Poi avevamo anche dimenticato l’inestimabile valore di ognuno di noi e ci svendevamo per poco denaro a datori di lavoro voraci, senza avere in cambio altro che l’ansia per il futuro e la depressione come traccia del passato.
Inoltre eravamo talmente lontani da noi stessi che perfino ringraziavamo quelli che, dandoci un lavoro, ci toglievano il tempo indispensabile per vivere.
Ma ora tutto questo è finito.
In pochi anni abbiamo sconfitto la corruzione politica, le droghe, la prostituzione, la pubblicità, le malattie nervose e organiche da stress, l’ostilità degli uni verso gli altri, quasi sempre causata da una scarsa stima in se stessi.
Le ricerche sulle cellule staminali si sono sviluppate rapidamente e siamo ormai in grado di guarire un numero elevatissimo di malattie.”
Osservo anziani estasiati che salgono e scendono gratuitamente da autobus e treni, e la gente che ogni giorno conversa sulle panchine dei viali, come da noi accade raramente o solo nei giorni festivi.
Mi avvicino per capire di cosa stiano parlando e prego il mio accompagnatore di tradurre.
“Parlano degli orti.”
Un ragazzo di dieci anni sta mostrando a un gruppo di compagni che, attraverso una serie di lenti, è riuscito a catturare l’energia solare e ad arroventare una piastra, sulla quale ha cucinato una zuppa di verdura.
“Questa è la zona degli orti. Li chiamano “gli orti della luna”, perché spesso gli anziani ballano fino al sorgere della luna.
Ogni orto è stato affidato a una famiglia.
In questa zona ce ne sono circa diecimila.
Ogni famiglia qui da noi ha in dotazione un orto e, in genere, gli anziani lo coltivano procurando verdura fresca per tutto l’anno.”
Per la prima volta ho la fierezza di un ricordo.

Anche il mio amico Mario Tommasini, operaio del gas, divenuto assessore alla sanità di Parma, già vent’anni fa aveva occupato insieme agli anziani qualche chilometro quadrato di terra del comune alla periferia della città. Poi vennero distribuiti oltre duemilaquattrocento orti ad altrettanti anziani che, invece di starsene rintanati dietro le finestre o al bar, avevano incominciato a coltivarli. Anche i figli, che prima li visitavano raramente, avevano ripreso a incontrarli, se non altro per portarsi a casa della buona verdura fresca.
Poi pian piano erano sorte le prime balere e ogni giorno gli anziani ballavano quelle due orette dopo aver lavorato nell’orto e prima di innaffiarlo per la notte. E nascevano gli amori e una donna di ottant’anni si lamentava, dicendo che gli uomini preferivano corteggiare quelle più giovani, quelle di settant’anni.

Insomma, anche lì, come ovunque qui in Kirghisia, avevo avvertito il profumo della vita e della gentilezza.
“Vieni, ti faccio vedere qualcosa di particolare.”
Il mio accompagnatore mi fa salire su una collinetta e di lì vediamo, al centro di un immenso prato, una tavola imbandita lunga almeno trecento metri, imbandita, intorno al quale sono sedute alcune centinaia di cittadini della Kirghisia.
Mangiano felici e scambiano ricordi e progetti.
Mi avvicino e qualcuno indica un posto vuoto.
“Siedi, quel posto è riservato a te. A ogni tavola piccola o grande della Kirghisia c’è un piatto intatto, preparato per un eventuale ospite. Chi arriva deve avere la sensazione che gli altri, tutti gli altri, lo stavano aspettando.”

Amici cari,
come non abbracciarvi?

… o amore,
in quale abisso di infiniti mari,
giace il tesoro del tuo ritorno?
Poetessa kirghisa

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