LETTERE DALLA KIRGHISIA: OTTAVA LETTERA

L'ottava lettera dalla Kirghisia: romanzo di Silvano Agosti pubblicato gratuitamente da BsNews.it su gentile concessione dell'autore

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La versione integrale di Lettere dalla Kirghisia di Silvano Agosti, pubblicata in formato digitale su BsNews.it su gentile concessione dell'autore
La versione integrale di Lettere dalla Kirghisia di Silvano Agosti, pubblicata in formato digitale su BsNews.it su gentile concessione dell'autore

Kirghisia, 26 agosto

 

Cari amici miei,

dopo le meraviglie viste nelle città, ho avuto il desiderio di visitare un villaggio della Kirghisia.

Il mio sguardo si è spostato oltre le periferie, in un piccolo paese di circa tremila abitanti, proprio quello in cui è nato il mio interprete e accompagnatore.

Ci arriviamo rapidamente perché, qui in Kirghisia, se chi guida ha uno o più posti liberi sulla macchina, espone un piccolo quadrato verde e chi va nella stessa direzione fa un cenno e viene trasportato. Ai bordi delle strade, di tutte le vie, strisce lunghe e strette di terra coltivate a erba e fiori, offrono a chi le percorre una visione gioiosa. Le porte delle case sono socchiuse, come si usava anche da noi nei villaggi fino a mezzo secolo fa.
Sui muri esterni delle abitazioni sono appesi in bella mostra, quadri di pittori locali raffiguranti le attività agricole e i paesaggi che si vedono tutt’intorno al paese.
Sui marciapiedi c’è chi suona, chi dipinge, chi balla da solo o in coppia, e a ogni angolo di strada è sistemato un piccolo chiosco dove chiunque può dissetarsi con bevande offerte dalla comunità.

Di fronte a questo brulichìo di artisti e di bambini, di gente in vario modo allegra, chiedo che festa si stia celebrando.

“Nessuna, qui da noi ogni giorno si festeggia la vita. La gente ormai ha riscoperto il miracolo di esserci e lo stare insieme è diventato per tutti lo scopo principale.”
Cerco di immaginare questo strano sentimento che abbatte i recinti angusti delle porte chiuse e fa in modo che la famiglia si estenda a dimensioni sempre più vaste.
È lo svanire progressivo e inarrestabile del concetto di estraneità.
Mi emoziona poter valutare ogni nuova persona che incontro, come un ulteriore patrimonio che la vita mi offre.
“Ogni estraneo è la parte sconosciuta di noi che il destino ci offre, ogni incontro è portatore di mistero”, scrive un altro poeta kirghiso.

Al centro della piazzetta principale del villaggio è sistemato uno schermo cinematografico, molto ampio, dieci, dodici metri circa. Chiedo al mio accompagnatore il perché di quel gigantesco schermo.
“Torneremo questa sera. Allora capirai” dice con aria misteriosa. “Solo allora potrai capire.” Poi mi porta a visitare il Consiglio Comunale.
I consiglieri comunali, come i deputati, prestano la loro opera in forma di volontariato, continuando semplicemente a percepire lo stesso stipendio che ottenevano dalla loro professione.
Un primo consiglio si occupa della gestione del villaggio, il secondo consiglio comunale ha il compito di progettare e proporre il miglioramento delle strutture, proprio come accade per il governo di questo Paese.
“In questo momento stanno discutendo la possibilità di realizzare anche qui i marciapiedi mobili, che consentano alle persone di percorrere lunghi tratti si strada senza troppo affaticarsi” dice l’accompagnatore.
Il sindaco interrompe il dibattito e dà il benvenuto a nome della cittadinanza.

“Da dove vieni amico?”
“Dall’Italia.”
“E come si svolge da voi la vita?”
“Beh, la gente lavora, guarda la televisione e se ne va
in giro in macchina.”
“E quante ore lavorano in generale?”
“Sei, otto ore al giorno. Qualche volta anche di più.”
I consiglieri si guardano stupiti e al sindaco sfugge la battuta.
“Ma quando vivono?”
“La domenica e un po’ la sera” rispondo timidamente.
Un’amichevole risata, riempie la grande aula del consiglio.
Il sindaco si avvicina e mi stringe la mano.
L’interprete rinfrancato traduce. “Perdoni la risata, ma qui da noi tutti lavorano tre ore al giorno e stiamo studiando il modo per ridurle a due.”
La sensazione di attraversare un grande sogno non mi abbandona.
Sembra che tutto, in Kirghisia si semplifichi nella concordia comune.

Verso sera raggiungiamo la piazza principale.
Di fronte al grande schermo ci sono numerose persone in attesa.
Al giungere del crepuscolo lo schermo si illumina e vi si legge il titolo “Memorie del sorriso”.

Poi in primo piano, uno dopo l’altro appaiono i volti degli abitanti.
Ognuno resta sullo schermo il tempo necessario per un sorriso e sotto il volto appare il suo nome.
Bambini, donne, anziani, uomini di ogni età. Uno dopo l’altro e ognuno ha un suo sorriso, unico e irripetibile.
La gente viene qui, ogni sera per vedere il proprio viso sorridente, gigantesco e i volti di tutti coloro che abitano nel villaggio. Visto che il sorriso non porta in sé barriere della lingua mi emoziona entrare in contatto con tutti questi kirghisi, divenuti ormai veri
esseri umani.
“Quando appare il tuo viso?”
“Alle dieci precise.”
Risponde fiero l’accompagnatore. Nel villaggio abitano tremila persone e dato che l’immagine di ogni volto è di cinque secondi, il film di tutta la popolazione dura circa quattro ore.”
“Ogni quanto tempo proiettate il film dei sorrisi?”
“Tutte le sere e per sempre.”
Negli altri Paesi del mondo fanno i monumenti ai morti le “Memorie del sorriso” per noi sono un monumento ai vivi.
Amici, che ne dite?
Un abbraccio particolare.

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