L’Alzheimer si può curare? A Brescia si studia una nuova terapia

Nuova cura contro l'Alzheimer allo studio a Brescia. A promuoverla sono i giovani ricercatori dell’Irccs Fatebenefratelli, che stanno studiando cosa succede quando avviene una stimolazione elettromagnetica transcranica nel malato di Alzheimer

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Anziani e cure
Anziani e cure

Nuova cura contro l’Alzheimer allo studio a Brescia. A promuoverla sono i giovani ricercatori dell’Irccs Fatebenefratelli, che stanno studiando cosa succede quando avviene una stimolazione elettromagnetica transcranica nel malato di Alzheimer.

LA TERAPIA CONTRO L’ALZHEIMER

L’Irccs si è aggiudicato un bando per stabilire il potenziale diagnostico di misure funzionali delle connessioni cerebrali ottenute dalla combinazione della stimolazione magnetica transcranica con l’elettroencefalografia nella demenza di Alzheimer a esordio tardivo e in quella, più rara, ad esordio precoce. Si tratta di una metodica studiata in pochissimi centri nel mondo. Questo lavoro sarà svolto in collaborazione con l’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, con l’impiego di almeno 3 giovani ricercatori.

La stimolazione magnetica transcranica è un approccio avanzato dell’elettroceutica in cui si usano le stimolazioni elettromagnetiche per migliorare le funzioni cerebrali. Il trattamento non è invasivo, è personalizzato ed è mirato a riattivare la connettività dei circuiti cerebrali indeboliti dalla malattia. Inoltre, mediante la combinazione con un approccio innovativo di imaging multi-modale, sarà possibile studiare i meccanismi neurali responsabili del miglioramento clinico, con notevoli implicazioni nello studio di questa patologia. Se l’intervento avrà successo, il progetto avrà un impatto immediato sulla qualità di vita dei pazienti, con importanti ricadute sui tempi e sui costi dell’erogazione dei servizi riabilitativi.

IL COMMENTO SULLA NUOVA CURA

«Il principale vantaggio di questo approccio è la possibilità di ottenere una valutazione della connettività nel singolo paziente, oltre alla non invasività della tecnica e al basso costo» osserva la coordinatrice Marta Bortoletto. Questo progetto si tradurrà in un nuovo strumento per aiutare la diagnosi, anche nelle prime fasi della malattia di Alzheimer e per varianti atipiche, e per monitorare la progressione della malattia e l’effetto dei trattamenti. «Pertanto, avrà un impatto diretto sulla ricerca clinica con una potenziale estensione di applicazione ad altre forme di demenza e altre sindromi di disconnessione» sottolinea la Bortoletto.

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