Aborto, provo dolore e rabbia per la scelta di Verona | di Donatella Albini

Lo Stato non entra a sancire valori e disvalori, non è indifferente, ma è chiamato ad intervenire a sostegno della donna che vuole abortire o non vuole abortire

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Donatella Albini, medico e consigliere comunale di Brescia
Donatella Albini, medico e consigliere comunale di Brescia

di – Giovedì 4 ottobre il comune di Verona è ufficialmente “città a favore della vita”, lo ha deciso il Consiglio comunale, con una mozione il cui testo fa riferimento a fonti più che discutibili sia sul piano epidemiologico sia sul piano scientifico e contiene affermazioni false e lesive della dignità della donna.

Le scrivo con amarezza, dolore profondo e rabbia, perchè chi, come me, si è battuto affinchè anche in Italia fosse riconosciuta alla donna la possibilità di interrompere una gravidanza nelle strutture pubbliche, in sicurezza, senza morire e gratuitamente, non è certo un cultore della morte, così come non lo sono gli ospedali che applicano la legge, pochi, i consultori che con cura e rispetto, accolgono e accompagnano la donna nella sua scelta, prevalentemente pubblici, sempre di meno e i centri antiviolenza, che raccolgono sofferenze, spesso indicibili, penso alle vittime della tratta,  costrette a non usare contraccettivi, dai loro protettori e dai loro clienti, italiani e stranieri, centri antiviolenza, che, con attenta tenerezza portano le donne al consultorio o all’ospedale, perchè la loro decisione sia accolta.

Le ragioni che portano all’aborto non sempre attengono a conflitti esterni, di ruoli sociali, eliminabili con interventi sociali, anche se al lavoro che non c’è o è povero o è precario va data una risposta, che sia la valorizzazione del lavoro stesso e delle competenze e non benevole elargizioni statali, anche se va ampliata la frequentazione dei nidi, non come servizio a domanda individuale, ma come primo passo dentro l’istruzione per tutti e per tutte, anche se va data una risposta strutturale alla quotidiana esperienza del disordine e della mancanza dei servizi sociali, ancora troppo diffusa nel paese, molto meno nella nostra città, interrompendo la pratica dei bonus, estemporanea e inefficace, che aiutano, ma non consentono autonomia.

Si può abortire per smarrimento, senso di estraneità, solitudine, spesso c’è una donna troppo povera, troppo giovane, troppo sola o, più spesso, c’è una donna che capisce che non è tempo, che non è pronta, e allora basta guardare il dolore che sta dietro gli sguardi solo apparentemente spavaldi, il pianto silenzioso, il senso di colpa dichiarato, basta guardare e accogliere e dare risposte, senza giudicare, con l’umiltà di chi compie un atto di cura.

La 194 è una legge, che è scivolata dentro la quotidianità di un Paese, che l’ha applicata con semplicità, impegno, attenzione e gratitudine e la cui continua messa in discussione mette a disagio i pochi medici che la applicano e spaventa le donne più fragili.

La legge 194 indica una responsabilità condivisa nel generare, sancisce il diritto di potersi autodeterminare, indicando l’autodeterminazione come principio etico di regolazione delle capacità procreative.

Lo Stato non entra a sancire valori e disvalori, non è indifferente, ma è chiamato ad intervenire a sostegno della donna che vuole abortire o non vuole abortire.

Maternità quindi come scelta e responsabilità condivisa tra uomini e donne, due pari e diversi, e con la società intera, perchè si realizzino politiche capaci di rendere praticabile per le donne che lo chiedono, l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza, così come di sostenere la libertà del progetto di un figlio o di una figlia.

E’ la grazia del prendersi cura, la consolazione come bussola dell’agire politico e del governo clinico.

E’ il cuore laico e democratico della nostra costituzione

* Consigliera Comunale del Gruppo consiliare “Sinistra a Brescia

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