Brescia, un’impresa di Aib su due continua a credere nella crescita

Quasi la metà delle imprese (45%) ritiene che l’anno appena iniziato porterà un aumento delle proprie attività, mentre il 19% prevede un calo

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La sede di Aib in via Cefalonia, Brescia
La sede di Aib in via Cefalonia, Brescia

Quasi metà delle bresciane (45%) resta fiduciosa sulla crescita delle proprie attività per il 2019 appena iniziato: il 33% dichiara un incremento marginale e il 12% un rialzo marcato, contro un 19% che prevede un calo (sensibile solo per il 4%). A evidenziarlo è il sondaggio condotto dall’Ufficio Studi e Ricerche di dal 14 al 25 gennaio 2019, su un campione di 328 imprenditori tra i 1.331 associati. Il cauto ottimismo è quindi giustificato da un saldo positivo (+26%) tra gli imprenditori che prospettano una crescita rispetto a quelli propensi per una flessione, unito al fatto che la maggioranza degli intervistati (36%) dichiari stabilità.

Ad abbassare le prospettive hanno contribuito una serie di fattori quali il rallentamento del ciclo mondiale, il nodo Brexit e la fine del Quantitative Easing.

“Dopo aver sondato le opinioni degli imprenditori bresciani nostri associati, mi sento di poter dire che le prospettive per il 2019 dell’economia bresciana sono più orientate ad un’aspettativa di rallentamento rispetto ad una vera e propria recessione – commenta , Presidente di AIB –. A novembre siamo stati i primi a manifestare preoccupazione per i segnali sulla produzione industriale, e lo abbiamo fatto forti del fatto che la provincia di Brescia rappresenta un osservatorio privilegiato da cui interpretare i segnali provenienti dal mondo delle imprese. Gli imprenditori bresciani chiedono a gran voce imprescindibili e massicce azioni di politica economica per sostenere l’economia. Mi riferisco, in particolare, agli investimenti in infrastrutture attualmente bloccati, prima tra tutte la TAV.”

A livello di macrosettori, la segmentazione delle risposte nel sondaggio premia i servizi rispetto all’industria, mentre per quanto riguarda le classi dimensionali le realtà con le dimensioni più piccole risultano le più ottimiste.

Le prospettive di vendita nel mercato italiano continuano a preoccupare le imprese bresciane, con un saldo negativo (-7%) tra gli operatori ottimisti e quelli orientati negativamente. La maggioranza relativa degli intervistati (45%) propende per una stabilità del canale domestico, tendenza coerente agli scenari dell’economia italiana.

Dal mercato comunitario dovrebbero invece giungere più soddisfazioni per le imprese bresciane, con un saldo positivo (+11%) fra le realtà con una tendenza alla crescita e quelle più negative. La maggioranza assoluta degli intervistati (51%) è tuttavia orientata alla stabilità: un indizio del fatto che, anche nel Vecchio Continente, non si intravedono all’orizzonte movimenti particolarmente intensi, in un senso e nell’altro.

Le imprese bresciane sono invece concordi nell’individuare nei mercati extracomunitari la principale fonte di soddisfazione per l’anno 2019, in relazione al fatturato. Il saldo tra ottimisti e pessimisti è particolarmente ampio a favore dei primi (+28%), in linea con uno scenario macroeconomico che vede nei mercati emergenti il principale motore di crescita per il 2019.

In generale, l’ottimismo sul fronte estero deriva dal forte orientamento all’export delle imprese bresciane – le vendite fuori confine hanno toccato i 12,6 miliardi di euro nei primi nove mesi del 2018 –, unito al fatto che la provincia è quarta in Italia per valore delle esportazioni.

Di fronte a un ventaglio di potenziali interventi di politica economica per ridare impulso alla crescita economia del nostro Paese, le imprese bresciane hanno primariamente puntato su burocrazia (64%), fisco (54%) e infrastrutture (44%), individuati come le priorità su cui intervenire.

Altri interventi auspicati dagli imprenditori sono: investimenti, in particolare quelli in tecnologie 4.0 (35%), formazione e occupazione, soprattutto dei giovani (35%).

Più distanziate le altre opzioni: produttività (23%), internazionalizzazione (13%), credito e nuova finanza per le imprese (11%), aggregazioni (5%).

Gli imprenditori hanno poi espresso una sostanziale bocciatura nei confronti di alcune misure (realizzate o semplicemente annunciate) dal Governo, giudicandole poco efficaci per dare impulso alla crescita dell’economia italiana. La “flat tax” emerge come la più ben vista (punteggio di 2,8, da un minimo di 1 a un massimo di 5), mentre i provvedimenti, come “nazionalizzazione delle banche in crisi” (1,9), “quota 100” (1,8), “decreto dignità” (1,5) e “reddito di cittadinanza” (1,3) non trovano consenso.

La maggioranza assoluta del campione (52%), infine, ritiene che l’analisi costi-benefici sia utile per valutare se realizzare infrastrutture importanti, come la TAV o il Raccordo autostradale della Valle Trompia, ma è concorde sul fatto che tale approccio non debba essere l’unico criterio utilizzato. Un altro 40% è ancora più critico, perché dichiara che “l’analisi costi-benefici non è utile per valutare se realizzare infrastrutture così importanti, in quanto non permette di cogliere interamente i vantaggi di lungo periodo derivanti dalla realizzazione dell’opera”. Solo il rimanente 8% degli intervistati esprime un’incondizionata fiducia sull’analisi costi-benefici.

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