Il futuro del Pd? E’ il centrosinistra, come a Brescia | di Claudio Bragaglio

Ci vuole un progetto politico. Lo stesso che a Brescia prese vita già nel 2013 quando si decise – pur con distinzioni nel PD – l’accordo ampio, con le liste di Fenaroli, di Castelletti e della rete civica di Centro

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Claudio Bragaglio
Claudio Bragaglio

di * – Con la polemica di Renzi e le risposte – condivisibili – di Gentiloni e Minniti verrebbe da dire – con la saggezza della Bibbia – “nihil sub sole novum”. Ma oggi non mi limiterei a questo. Si tratta invece di abbandonare tale campo di gioco per dare una risposta di diverso profilo. Trappole da aggirare per andare oltre.

Quindi niente commenti sulla psicopatologia d’una aggressione, o su un ego smisurato che dopo le sconfitte vaga come un fantasma senza alcun corpo in cui ritrovarsi. Niente Giglio che da magico, rischia di ritrovarsi tragico, con la chiusura del sipario su Luca Lotti. Niente cattiverie sui “social” per mesti cortei di prefiche in lutto o per tifoserie sgonfiate. Niente di tutto ciò.

Ritengo infatti si debba uscire dalla morsa di simili contese. Con un che discute anche nei suoi organismi dirigenti, oltre che sventagliato sulla stampa. Quasi ci fosse una “veritas duplex”. Quella degli “iniziati” che dottoreggiano su nuovi partiti o sulle spoglie del . Mentre partito ed organismi dirigenti del fan finta di nulla. Come nell’ultima Direzione nazionale.

Posso sbagliare e me lo auguro. Ma il Renzi di oggi mi pare si muova sulla scacchiera come un replicante del D’Alema di ieri. Qualcosa di speculare li accomuna. Con un Renzi – sia detto con benevola ironia – sempre più… “dalemizzato”.

Punti decisivi sono la salvezza del PD e l’alternativa democratica per il Paese. Quindi non se Renzi riguadagni o meno il palcoscenico, con la polemica. Cosa che gli si è ritorta pure contro, a danno del Renzi-sosia, già segretario del PD. E poi contro un Minniti ed un Gentiloni, fino a ieri icone d’un renzismo d’alto rango. Il primo addirittura candidato renziano alla segreteria del PD, seguito da una strambata su Giacchetti. E l’inarrestabile deriva.

Penso che il PD non sia del tutto uscito dalla decennale stagione di “vocazione maggioritaria” che lo ha portato all’isolamento ed alla débâcle”. E neppure ancora fuori da quel “modello romano”, per riprendere un caustico Romano Prodi, in cui – nonostante Zingaretti – il PD è ancora irretito.

La recente assemblea regionale del PD, con la relazione del segretario Peluffo approvata all’unanimità, ha indicato la strada. Quella già registrata sui territori. Dice infatti Peluffo: “bisogna far risalire lungo i rami questo protagonismo dei nostri amministratori, trovare insieme la formula per riuscire a scaricare il valore aggiunto del voto amministrativo anche sulle competizioni di carattere politico, a partire da quelle regionali per arrivare alle elezioni politiche”. Questo il problema, ripreso in modo convincente anche dall’on. Maurizio Martina, che ha insistito sul ruolo decisivo del PD, come partito-perno d’un più ampio Centro Sinistra.

Cosa non così ovvia. Ed è Martina stesso ad esplicitare il rischio d’un Centro Sinistra che parta invece da una divisione del PD. Dall’ipotesi di due forze del 15% circa. Ipotesi tutta da contrastare, ha sostenuto Martina. Posizione anche da me condivisa nel mio intervento in Assemblea, ritenendo indispensabili, nel PD plurale, sinistra riformista e cattolicesimo democratico.

Ben sapendo come non si possa esigere alcuna “separazione consensuale” mettendo una corda al collo del PD. Perché di questo si tratta.

Il PD non è una prigione. Anzi. E ciascuno va dove lo porta il cuore. Ovvio. Ma uno scontro tra pretoriani in armi, per una lotta fratricida, è tutta da contrastare. Così come una destabilizzazione del PD, a pretesto poi d’una rottura. Follie non solo contro il PD, ma contro il Paese, nel bel mezzo d’una crisi democratica e sociale tra le più gravi, come ben sappiamo.

Non temo tanto i mille fantomatici Comitati Civici dei Gozi e degli Scalfarotto, ma l’incertezza della risposta politica che ancora si trascina nel PD sul futuro Centro Sinistra. Temo la debolezza d’una iniziativa – evocando nomi – con Letta, Calenda, Pisapia e Bonino di + Europa, con Verdi e l’area civica e sociale. Temo pure l’assenza d’un cuneo del PD nella crisi profonda del M5S.

L’evocazione d’una “Costituente del PD” per ridefinirne l’identità è la scontata risposta del più ovvio dei “manuali”. Ma che non fa i conti con l’emergenza populista. Mi vedo mesi di “ammuina” sulla nave – come nell’anno del Congresso – mentre tempi e tempeste ci si mettono ancor più contro.

L’identità d’un partito è il suo “far politica” delle alleanze nelle istituzioni e nella società, con i suoi progetti. Quindi l’obbiettivo è la “Costituente del Centro Sinistra”. E’ l’Alternativa, con il PD protagonista. A partire dal territorio, “su per li rami” come dice il segretario Peluffo. Nel Paese reale delle Comunità locali c’è già un’area “potenziale”, fatta di diverse componenti, che con il PD collabora ed è al 40-45%. Metà della quale a livello nazionale è orfana di rappresentanze politiche.

La vittoria a Brescia di Del Bono Sindaco ne è la riprova. Come in molte altre città. Ma buon governo e programmi non bastano. Ci vuole un progetto politico. Lo stesso che a Brescia prese vita già nel 2013 quando si decise – pur con distinzioni nel PD – l’accordo ampio, con le liste di Fenaroli, di Castelletti e della rete civica di Centro.

Il futuro del PD è nient’altro che un nuovo e più ampio Centro Sinistra. “Politicismo”, lo definiscono i puristi della “Crusca”. Ma la politica non ha altre risorse che…fare alleanze sociali, politiche, civiche per condivisi progetti di governo e di cambiamento. Il PD, quindi, non può contemplarsi in un solitario “maquillage” identitario. E, solo dopo, occuparsi del “reame”. Illudendosi della risposta del proprio specchio. Lo stesso specchio delle fiabe e delle proprie…brame!

*Presidente della Direzione Lombarda del PD

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4 Commenti

  1. Marta, non proprio. Cito Brescia perché su BSNews è conosciuta. Ma ciò che dico riguarda molte città e comuni. Nel senso che il PD è la metà del voto delle coalizioni vincenti di quelle realtà. Questa per me è la prova del nove del valore delle coalizioni. In altri termini, molti elettori pensano di poter collaborare con il PD, ma non di votarlo. Lapalisse! Ma chi s’intestardisce sulla “vocazione maggioritaria” non sente ragione, anche se si ritrova la propria testa contro il muro. In questi anni il PD è esistito senza esser maggioritario, ma in coalizioni dove ha vinto nelle comunità locali. La famosa “vocazione maggioritaria” di cui si parla (e su cui si polemizza) non è l’aspirazione (legittima ed auspicabile) ad esser come PD perno maggioritario della propria coalizione. Cosa che condivido ed ho sempre sostenuto. La “vocazione maggioritaria” su ci si divide è invece quella immaginata (senza tenere i piedi a terra) in un sistema bipartitico, dove il PD vince in quanto è maggioritario nel Paese! Questa la differenza abissale. Perché in un caso (coalizione) le varie forze del centro sinistra – come a Brescia – si sono alleate e sono amiche, nell’altro (bipartitismo) invece sono proprio le forze più vicine ad essere nemiche perchè son concorrenti e con la loro presenza impediscono al PD di esser forza -appunto! – unica e maggioritaria. Nell’un caso – come con l’Ulivo – gli alleati portavano voto gradito alla vittoria condivisa della coalizione, nell’altro diventano dei “ladri” che sottraggono “voti di prossimità” al PD inteso appunto come partito unico e maggioritario. E quindi son forze da combattere facendo terra bruciata! Questa era la ragion politica della contrarietà del PD a livello nazionale nei confronti di ogni alleanza. Ma noi non siamo mai stati in un sistema bipartitico. E comunque per vincere a sinistra (con la legge elettorale del Rosatellum, voluta dallo stesso PD) per forza si deve far coalizione in un terzo dei collegi parlamentari e questo taglia la testa ad ogni… toro!

  2. Gli avversari politici di Claudio Bragaglio non devono temere il ceppo e la scure; né il subdolo veleno. Egli preferisce tentar di demolirli al ritmo di solidi schiaffoni a mano aperta, più la sinistra che l’altra.
    E’, questa, una considerazione suggeritami dalla di lui ultima lettera pubblicata da Bresciaoggi, dove di sberle ce n’è per tutti, anche se le guance di Renzi & C. sono quelle che più ne prendono. Ma, nella lettera, questo è solo l’introibo che, saltato il mea culpa, porta dapprima alla condanna inappellabile della “vocazione maggioritaria” del PD, idea nata più nelle sale cinematografiche che sui libri di storia e di sociologia. Su questa condanna, modestamente, concordo: l’Italia non è gli USA; ha altra storia ed è popolata da altre genti.
    Se dunque la realtà ci dice essere impossibile l’alternanza al governo di due partiti è necessario che essa, essenziale alla democrazia, sia garantita da due forze politiche contrapposte ma che si muovono, sempre e comunque, nel cerchio della Costituzione e che fanno capo, ognuna, a un partito.
    A questo punto mi viene una domanda: è necessario che questo partito sia “plurale” come auspica Bragaglio, ossia che vi confluiscano sinistra riformista e cattolicesimo democratico? La risposta mia è che il partito non è il governo.
    Un governo, non può non essere “plurale”, ossia non può non aggregare, per avere maggior forza e incisività, il maggior numero di persone che, partite da posizioni differenti ma vicine, si accordano sul “fare”; (magari senza raggiungere i numeri del primo governo Prodi: maggioranza con 6 partiti più 9 di appoggio esterno! Per poi essere silurata dal tremebondo!).
    Al contrario un partito politico, prima di tutto, deve essere se stesso; deve cioè aggregare persone che hanno gli stessi fondamentali e che perciò convengono su un programma concreto d’azione politica da sottoporre ai possibili alleati. A me pare che il PD di oggi di “fondamentali” non ne abbia e, se li ha, li mantiene segregati sia a Roma che in via del Risorgimento. Avete badato a quanti esponenti PD, partecipando a trasmissioni televisive, aprono il discorso precisando, su molti temi: “Parlo a titolo personale”?
    Vogliamo passare in rassegna i problemi concreti che ci stanno affliggendo e che attendono risposte che il PD non dà? In questa stagione è meglio star fermi per non disperdere le forze? Ora siamo il secondo partito, non più il terzo! Non siamo più sotto il 20%, che bello! Bah!
    (Claudio Bragaglio ha toccato molti altri temi; commento solo questo perché mi pare stia alla base degli altri sui quali, magari, dirò un’altra volta.)

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