Lettera all’amica Nadia, la Toffa

Alcune cose te le ho dette, altre no - mi spiace - e non sono sicuro le leggerai ora, che hai ben altre faccende di cui occuparti...

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Nadia Toffa

Cara Nadia,

mi sono sempre chiesto quanto tu fossi consapevole di ciò che ti stava accadendo. Non ho mai osato chiedertelo. Ma ora so che sapevi, anche se non pronunciavi mai quella terribile sentenza già scritta nei tuoi discorsi con me e con i tanti amici bresciani che ti eran rimasti. Ci sentivamo un po’ meno, ultimamente. E tu continuavi a rispondere ai miei “come stai” come se la vita fosse davvero una cosa eterna. “Evviva”, mi scrivevi. “Evviva che ho il cancro. Evviva la vita, no?”. Io non capivo. Non capisco ancora, ma più ci penso più ti riconosco in quelle parole.

Ci siamo conosciuti che eravamo due ragazzini del liceo – pieni di sogni – che si chiamavano tra loro per cognome. Tu, la Toffa, un’esile adolescente con il caschetto biondo, i modi bresciani, le versioni di Greco copiate (come me) e la tua voce già altissima. Ci siamo ritrovati dopo qualche anno ed ho condiviso con te un pezzetto della tua grande emozione. Ricordo quell’aperitivo in piazza Vittoria in cui mi raccontasti del tuo provino alle Iene con Neri Parenti, ricordo quando ti diedero quella seconda chance e ricordo le decine di mail che ci siamo scambiati con le idee per il tuo servizio di prova. Ricordo quel filmato sui banchi in cui indossavi già la cravatta nera ed era scritto nelle cose – quante cose sono scritte nelle cose – che ti avrebbero scelta. Ricordo quando mi hai detto: “Ho quasi trent’anni, è la mia ultima occasione di farcela”.

Ce l’hai fatta, Nadia. Non so quanto ti sia costato arrivare fino a lì e non so quanto abbia lenito la tua fatica e il tuo dolore l’affetto rumoroso di milioni di persone che pure conoscevano di te solo quanto appariva in video. Non lo so, me lo domando ancora e mi chiedo a cosa – a chi – tu abbia pensato nei tuoi ultimi giorni. Ma so bene che eri la stessa persona anche fuori dallo schermo.

Sei sempre stata quella ragazzina irriverente – me lo scrivevi tu – di quando non avevi ancora 18 anni. Schietta e protettiva verso i tuoi affetti. So, immagino, che è per questo che non ne parlavi mai, della morte: per proteggere chi ti stava a fianco e per non essere trattata in modo diverso da sempre, prima che per paura. Ricordo anche che non pronunciavi mai la parola amore, ma che ce l’avevi ben fissa dentro, malinconica come una meta che in fondo non si raggiunge mai, consapevole che poi è una delle pochissime cose che conta nella parentesi della vita. Ricordo che amavi la poesia (questa che trovi in calce è vecchissima, ma forse ti dice qualcosa…). Ricordo la “preghiera” che mi hai inviato lo scorso Natale: era il Magnificat di Alda Merini.

Ricordo, cara amica (e mi fa strano pronunciarlo). Ti scrivo solo ora perché mi serviva tempo e perché sai che non amo le “occasioni mondane”… Alcune cose te le avevo già dette, altre no – mi spiace – e non sono sicuro le leggerai ora, che hai ben altre faccende di cui occuparti e sei più incasinata che nelle tue serate milanesi. Ma so che se lo facessi mi risponderesti con una risata ad alto volume e con qualche parola apparentemente fuori posto, prima di un grazie. Grazie a te, Nadia.

andrea

Parigi 1983

Brividi ad ogni gonna di primavera. Di tutte le cose che,
l’unica che m’è rimasta è la bellezza del mondo
che è una gran bella cosa se. E guardo i ragazzini
che per strada fanno i Venezia a pallone, e conto le notti
e quante ne ho viste riflesse nel fiume. Il faut vivre,
scorre in un bianco che d’inverno fa quasi freddo da solo,
ma il mondo io preferisco guardarlo da lì, specchiato
sotto le gonne delle passanti e senza la fretta del mondo.
Già. Di tutte le cose che, l’unica che m’è rimasta è poi la notte
quando sono solo di fronte al fiume e non c’è verso:
non c’è verso di fermare il fiume o i pensieri. Del resto
non abbiamo scelta noi, dovresti capire-non puoi
che sulla terra c’è un posto per chi ha coraggio
e un posto per chi ha vissuto troppe volte. Io sto,
sotto un ponte a osservare tutto dal fiume. T’interessa?
Potrei raccontarti tutto, anche della notte coi suoi lacché
e le sue meretrici, con chi come me, con gli amanti nel cespuglio
e tutti quelli che si ostinano a vivere o a morire. Dentro il fiume.

 

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