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Meetup di Brescia
IL BLOGGER
CREDERCI ed ESSERCI, è il nostro futuro che ce lo chiede. E ci saremo. Fuori dalle ideologie, dagli interessi personali, dall'indifferenza, per confrontarci, informare, crescere e scegliere. Senza rinunciare MAI alla nostra libertà. |
Lunedì 08 Settembre 2008, ore 09.49 | Commenta
Tutto quello che avreste sempre voluto sapere ( e che brunetta non dice) e che non avete mai osato chiedere sul pubblico impiego (perché tanto si sapeva già). A chi non è mai capitato di imbattersi in un impiegato pubblico incompetente o maleducato? Chi può dire di non essersi mai scontrato con la burocrazia di qualche Kafkiano ente pubblico? Chi non si è mai indignato scoprendo gli sprechi di qualche ente statale? Ben pochi, credo. Il Pubblico impiego sta male, vi sono problemi di ogni genere e i fannulloni esistono e in quantità: chi lo nega (alcuni dipendenti pubblici e molti sindacalisti) o è parte integrante del problema o è cieco e sordo, ma... ...la rivoluzione del grande inquisitore Brunetta fa acqua da tutte le parti. Chiunque conosca dall'interno i problemi della pubblica amministrazione sa che si tratta solo di un'operazione mediatica/economica che non cambia i problemi che lo stesso Brunetta denuncia (guardandosi bene dal dire chi e come, ha ridotto il pubblico impiego in questo stato, il che equivarrebbe a denunciare soprattutto la sua stessa casta). Per risolvere molti dei problemi di cui parla il Ministro, basterebbe far osservare le norme già esistenti. Il Min. Brunetta, non ha, al momento, fatto alcunché di serio per risolvere tali problemi, sempre che gli interessi. Ha però inacidito ancor di più l'opinione pubblica verso gli statali (ma non ce n'era bisogno): si è fatto la miglior campagna pubblicitaria possibile, gratis e ha trovato nuovi soldi per sanare gli incolmabili buchi del bilancio dello stato, o forse… di Alitalia, la parte bacata naturalmente. Scatenare lotte sociali fittizie (pubblico-privato), è una vecchia tecnica che funziona sempre: mentre mezz’Italia si indigna contro la Pubblica Amministrazione, i veri responsabili si fanno gli affari loro. Cosa denuncia il Brunetta e cosa lamenta la gente? In sostanza che nella Pubblica Amministrazione c'è un sacco di gente che ozia e che gli enti pubblici funzionano malissimo. E chi ha mai detto il contrario? Lo sanno tutti. Ma se hai un problema è logico cercarne la causa (chissà perché il ministro non lo ha fatto). Vediamo dunque il perché di tale situazione, che è di una semplicità disarmante: la massima dirigenza della pubblica Amministrazione è scelta in base a criteri politico/clientelari dai politici (Brunetta appartiene proprio a tale categoria); a cascata i problemi derivati dalle scelte di tali dirigenti in materia di appalti, organizzazione, assunzioni, ecc... Se sanno tutti che è così, allora perché prendersela con l'ultimo anello della catena? Anche questo è cristallino: perché è l'anello più debole! Ancora qualche considerazione. Come si sentiranno, dopo i complimenti del ministro della Pubblica Amministrazione, le persone oneste presenti nella pubblica amministrazione stessa, che già se la passano male in ambienti dalle dinamiche etiche di cui sopra? No, ma… sai, lui quelli lì, li premia. Davvero? E come? Andrà personalmente a sincerarsi del merito di ognuno o si affiderà ai dirigenti di ogni ente, i quali si affideranno ai capi settore e così via? Ma siccome i dirigenti sono lì grazie ai criteri di cui sopra, chi saranno i premiati? Ho assistito in passato ad un esperimento di premi per merito; bene, se volevate una lista dei più fannulloni, leccapiedi e raccomandati di quell'ente, eccola pronta! Corrispondente in toto alla lista dei premiati per merito (dite la verità: non ve l'aspettavate, eh?!). In fine. Si sente spesso dire che l'impiegato pubblico è fin troppo ben retribuito; semmai è vero per i dirigenti, non certo per l’impiegato medio che arriva a mala pena alla fine del mese e la cui retribuzione è, come lui, pubblica. Domanda: avendo un parlamento composto dai politici più assenteisti e più pagati d’Europa, zeppo di condannati in via definitiva, raccomandatori di veline, ecc… se il ministro Brunetta è in vena di crociate, perché non comincia dalla sua categoria? Chi è più pubblico impiegato di un politico? Poi potrà pretendere dagli altri.
*Physiologus 1: Il Proteo Alcuni giorni fa, di rientro da un viaggio in Ucraina, ho fatto tappa in Slovenia per visitare le famose grotte di Postumia (Postojna in sloveno). Un trenino porta i visitatori lungo un percorso di un paio di chilometri all’interno della grotta, fino ad uno spiazzo dove avviene uno smistamento per provenienza o meglio per lingua: il gruppo di fronte al cartello ITALIANO è il più numeroso. La guida, con un accento alla Gustav Thöni, ci fornisce alcune informazioni utili e ci raccomanda di non fare fotografie con il flash, poiché la sua luce è l’innesco per la fotosintesi di alcuni muschi che possono compromettere sia il delicato ecosistema della grotta e dei suoi abitanti, sia l’aspetto estetico. Per questo motivo, per l’illuminazione del percorso sono state usate speciali lampade a luce fredda. Ci Spiega anche che la continua violazione di questa raccomandazione obbliga la sovrintendenza a periodiche, costose e delicate operazioni di pulizia della grotta. Si prosegue poi a piedi lungo un percorso guidato di circa un chilometro e mezzo. Mi precede un gruppetto di ragazzi intorno ai trent’anni, uno dei quali scatta una quantità impressionante di fotografie, tutte rigorosamente con il flash. Una ragazza del gruppo lo prega di smettere e ottiene come risposta un’alzata di spalle e un “Che ci vuoi fare, sono fatto così… tanto qualcuno pulirà”. “Tipico Italiano” risponde un altro ragazzo del gruppo. La visita prosegue ed eccoci finalmente al pezzo forte, la vasca dei Protei! Il Proteo, Proteus anguinus, è un animale di cui si sa ancora veramente poco, ma quel poco è incredibile. Si tratta di un piccolo anfibio cieco dalle forme elegantissime, pare un piccolo drago, scoperto solo nel 1768. E’ di color rosa (se n’è scoperta anche una varietà nera); in cattività è ovoviviparo e in libertà è viviparo; campa fino a cent’anni, si nutre di plancton; è in grado di vivere trent’anni senza cibo e Il suo habitat è limitato a poche grotte europee appunto nell’area sloveno-triestina. L’IUCN, Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, lo classifica come Vulnerabile, cioè ad alto rischio di estinzione. La vasca c’è, ma dei Protei nessuna traccia. La guida ci spiega che li hanno dovuti spostare, a causa dei flash e del lancio di monetine e sporcizia varia all’interno della vasca, da parte dei visitatori Ora sono in un vivaio in una struttura accanto all’entrata della grotta, visitabile a pagamento, “Bella scusa, così ci fanno pagare due volte!” non manca di sottolineare lo stesso ragazzo dal click facile. Ho chiesto all’IUCN come sono classificati gli idioti nella tabella di conservazione della natura. Mi hanno risposto che non sono nemmeno entrati in classifica: Peccato! * Il Physiologus è una piccola opera redatta ad Alessandria d'Egitto, probabilmente in ambiente gnostico, tra il II e il IV secolo d.C. da autore ignoto. Esso contiene la descrizione simbolica di animali e piante (sia reali che immaginari) e di alcune pietre, i quali, presentati in chiave allegorica attraverso alcune citazioni delle Sacre Scritture, rimandano a significati metafisici inerenti le realtà celesti o il comportamento umano.
Sabato 02 Agosto 2008, ore 08.34 | Commenta
LA MALATTIA dei MEDIA – seconda parte L'Italia malata L'Italia è il grande Paese occidentale in cui i quotidiani si leggono meno e la tendenza è sempre di più verso il calo – seguendo in questo una progressiva discesa generalizzata in tutto il il mondo avanzato mentre nei Paesi emergenti la tendenza è opposta – con reazioni preoccupate degli editori e tentativi di recupero quali ad esempio il Quotidiano in Classe con esiti complessivamente ininfluenti. Si tenta insomma di rendere più appetibile il prodotto quotidiano così come esso è, senza preoccuparsi però di modificarlo per renderlo più interessante anche agli ex lettori via via persi nei decenni passati. Contrariamente a quanto molti paiono pensare, le persone non sono ingenue né ignare dei loro interessi: evidentemente l'italiano medio non pensa che leggere un quotidiano (o un periodico non specializzato) sia un suo interesse. Perché dovrebbe? I quotidiani italiani, nessuno escluso, sono tutto fuorché liberi e indipendenti: tanto per fare alcuni esempi, il Corriere della Sera appartiene alla RCS di Cesare Romiti; La Stampa appartiene alla FIAT; Il Messaggero di Roma al gruppo Caltagirone; Libero alla famiglia Angelucci; Il Giornale alla famiglia Berlusconi; La Repubblica a De Benedetti; il Sole 24 Ore a Confindustria. Se leggiamo con attenzione i nomi della proprietà di questi giornali, talvolta mascherata dietro società di varia denominazione (ad esempio la Repubblica è proprietà del gruppo Repubblica – Espresso), si capisce chiaramente come tutti questi gruppi siano impegnati in svariate attività economiche il cui buon esito dipende in misura significativa, quando non sostanziale, dalla 'benevolenza' della casta politica o quanto meno dalla sua non ostilità. Questo primo e superficiale esame mostra chiaramente che in Italia esiste una pluralità di interessi aziendali rappresentati da altrettanti quotidiani, dalla parzialità di La Repubblica e Il Giornale alla (poco credibile) 'neutralità' di altre testate. Interessi aziendali ulteriormente interessati alla divisione dei contributi statali all'editoria, una torta che secondo alcuni (ad esempio Beppe Lopez, autore del libro La casta dei giornali – Stampa Alternativa 2007) arriva a toccare quasi un miliardo di euro all'anno (tra contributi per il 'rinnovo delle macchine' che paiono ormai fuori tempo, rimborso delle tariffe postali, contributi all'acquisto della carta, pubblicità 'istituzionali' che sono secondo molti nulla più di una sovvenzione mascherata e via elencando) e che in gran parte non tocca i pochissimo letti quotidiani di partito (da L'Unità a La Padania) che comunque ne assorbono una parte sproporzionata rispetto alla tiratura e soprattutto alla vendita. E' comunque opportuno chiedersi per quale ragione lo Stato debba finanziare nella misura di 23 milioni di euro, ad esempio, il gruppo editoriale RCS.
I limiti dei media controllati E' ovvio che di fronte a un simile schieramento di poteri forti e interessi milionari, fare passare un messaggio che sia “di alternativa e non di alternanza” come ha scritto Beppe Lopez sia estremamente difficile. Il sistema italiano dei giornali può fare campagne contro specifici episodi o fenomeni degenerativi della casta di potere, ma non può denunciare il sistema in quanto tale dal momento che ne è parte integrante e difende accanitamente la sua fetta di privilegi. Il celebre autore di uno dei più letti libri di denuncia della corruzione e degli sprechi della classe politica, ad esempio, sembra silenzioso di fronte alla altrettanto scandalosa situazione dei contributi pubblici al suo quotidiano. I messaggi di contestazione integrale al sistema di potere che soffoca l'Italia non passano (quando questo è possibile) o vengono inevitabilmente distorti da risultare irriconoscibili ai loro autori. Ad esempio, la richiesta che i contributi pubblici all'editoria vengano soppressi è stata accolta dagli interessati con toni che passavano da “attacco alla democrazia” (quasi che la democrazia si esprimesse in contributi statali ai grandi gruppi) a più pacati – nelle forme – commenti critici sulla “inopportunità” anche di semplici tagli (e questo in quotidiani che a parole sono a favore del libero mercato e contro ogni pubblica assistenza o sovvenzione statale). Lo stesso discorso vale per i tentativi di contestazione del sistema di potere in quanto tale, attaccati non solo dai media ma da numerosi esponenti dello stesso giornalismo – legati a doppio filo alla casta di potere – incaricati del lavoro o semplicemente desiderosi di difendere il sistema che li mantiene. Nel campo della televisione la situazione è più semplice ma ugualmente sconfortante. Assistiamo a un duopolio di fatto tra RAI e Mediaset, ciascuna con tre reti, seguite a distanza da La 7 che comunque – essendo di proprietà Telecom – non è certamente libera da vincoli. Il duopolio si spartisce le entrate pubblicitarie, lasciando ai quotidiani una parte minima dei ricavati, e combatte vigorosamente e con successo contro ogni tentativo di spezzare la situazione. La RAI era e resta colonizzata dal sistema dei partiti che confondono il pluralismo politico con la percentuale di posti e di tempo concesso in onda: a ogni cambiamento di governo corrisponde la messa in ombra dei giornalisti e funzionari degli avversari e spesso a una infornata di nuovi assunti, tutti politicamente etichettati. Se la maggioranza cambia ancora, si nota il ciclo inverso ma questo non toglie che certi personaggi – pagati per non fare nulla – gridino allo scandalo contro il loro intollerabile oscuramento senza per questo farsi un esame di coscienza sulla accettazione silenziosa del sistema vigente e sulle laute prebende che derivano comunque dal farne parte. L'antitesi assoluta di un vero servizio pubblico che in altri Paesi (Gran Bretagna, Germania) funziona ed è al servizio dei cittadini e non della casta di potere. Mediaset, di proprietà in gran parte della famiglia Berlusconi, rappresenta un caso talmente macroscopico di intreccio tra politica, interessi economici e connivenze tra teorici 'avversari' da non richiedere descrizioni ulteriori.
I giornali locali non sono liberi
A livello locale le cose non vanno meglio: se possibile possono essere ancora peggiori. Spesso i quotidiani locali, in genere uno solo, sono proprietà dei poteri forti della città, sia pure mascherati dietro a società per azioni o a responsabilità limitata. Ne consegue che la loro copertura del territorio è subordinata agli interessi e alle direttive dei loro superiori e sono soggetti a un controllo ancora più stretto. Non è difficile notare in che direzione i suddetti poteri forti si muovano leggendo con occhio attento il tipo di articoli dedicati a campagne elettorali, grandi opere, scandali e via proseguendo... e i silenzi che spesso dicono di più di intere pagine. Non sono mancati e non mancano tentativi di proporre voci fuori dal coro, in aumento grazie al grande progresso delle nuove tecnologie che rendono possibile il lancio di testate virtuali su Internet. Queste voci libere però devono spesso scontare l'ostracismo, quando non un vero e proprio boicottaggio, da parte dei poteri forti locali, trovandosi in una situazione spesso economicamente molto difficile. La televisione, la radio e la carta stampata (con enfasi sulla televisione) erano e restano i mezzi da cui la gran parte degli italiani trae le proprie informazioni e questo non cambiaa livello locale dove lo stesso gruppo può possedere – ad esempio – la televisione, la radio e il giornale creando una situazione bloccata. I media come specchio deformante
Insomma, i media italiani sono profondamente malati e non esercitano quella funzione di denuncia e controllo del potere (che non è il solo potere politico) né di veicolare le tensioni e le preoccupazioni della società o di segmenti specifici della stessa. Sono diventati non lo specchio del potere ma lo specchio di come il potere si vuole ritrarre e soprattutto di ciò che vuol fare vedere di sé. Uno specchio, insomma, deforme e inaffidabile e quindi non deve sorprendere che sempre più cittadini rifiutino di specchiarvisi, cercando altri modi di informarsi. La reazione crescente è quindi quella di mettere mano alla creazione di un sistema alternativo di media, passando quasi sempre via Internet, con propri canali di comunicazione, proprie testate e propri meccanismi di diffusione delle informazioni, sia a livello locale (come il Meetup) sia livello mondiale (con il fenomeno Indymedia). Il fatto però che la parte spesso più colta, battagliera e informata – quelli che dovrebbero essere 'naturali' lettori dei giornali ad esempio – della società scelga di organizzare forme proprie è anche una dimostrazione di quanto grande sia lo scollamento tra media e stessa società. Un problema che dovrebbe essere ben presente alla classe giornalistica.
Inizia oggi, in questo nostro spazio virtuale, un piccolo "viaggio" che vogliamo proporvi: quello nella storia della comunicazione ed informazione, dalle sue basi fondanti all'attuale status quo. Seguiteci, non ve ne pentirete! LA MALATTIA dei MEDIA – prima parte Il quadro generale
Nel film Gandhi di Richard Attenborough al celeberrimo personaggio viene attribuita una frase: “Non si può tenere unita una comunità senza un giornale”. All'epoca in cui Gandhi avrebbe pronunciato queste parole, i giornali erano i grandi mezzi di comunicazione di massa e il telegrafo la Rete mondiale di comunicazione, ma anche oggi (dopo l'avvento della radio, della televisione e di Internet), la sua affermazione resta valida. I media sono fondamentali per tenere unito un gruppo o una comunità, si tratti di appassionati di alpinismo o attivisti politici e sociali, e ancora più fondamentali i mass media, i grandi mezzi di comunicazione di massa, ai quali ci si affida per la propria informazione sui piccoli e grandi avvenimenti del mondo, sia la cronaca cittadina che gli eventi che si verificano ad un continente di distanza. L'opinione che abbiamo degli altri (siano essi individui, partiti, associazioni, popoli, nazioni, aziende...) e spesso anche di noi stessi, si forma nello specchio dei media e dei mass media. Naturalmente, questa verità non è sfuggita a coloro che detengono il potere, a qualsiasi livello. I media sono strumenti di formazione e controllo del consenso e non solo delle opinioni, dato che l'opinione forma il consenso... o il dissenso, a livello locale, nazionale e mondiale. Ne consegue che il potere ha fra i primi obiettivi il controllo dei media. Tale controllo può passare dallo stile cinese, dove tutti i mass media sono proprietà statale e la loro copertura informativa è subordinata alle direttive (e ai conflitti) del partito al potere, ad un sistema più sottile ed insidioso che si afferma, in modo più o meno strisciante, nelle società occidentali (Italia compresa). Sulla carta, in tutti i Paesi occidentali ed in altri Paesi liberi ,quali l'India iad esempio, i media sono liberi: chiunque può aprire un giornale, lanciare una stazione televisiva o fondare una radio (magari satellitare o via Internet), fatte salve alcune autorizzazioni da parte di commissioni o altri enti statali. La libertà di parola sembra quindi salvaguardata ed il controllo mediatico sul potere sempre possibile, sia pure in gradi diversi: nel campo della carta stampata l'Italia mantiene, a fini evidenti di controllo, la figura del 'direttore responsabile' introdotta dal regime fascista; negli Stati Uniti nessuno autorizza alcunché – basta avere i capitali per partire e si parte. La realtà, purtroppo, sembra essere però diversa da questo apparente Eldorado della libertà di parola. La concentrazione dei media In tutti i Paesi occidentali negli ultimi dieci anni (ma la tendenza è cominciata molto prima) si è assistito ad un veloce e sempre più intenso consolidamento della proprietà dei mezzi di comunicazione di massa, con l'emergere di colossi di dimensioni tali da controllare un grande numero di media (quotidiani, periodici, radio, televisioni) e in cui l'attività editoriale non è necessariamente la voce più importante ai fini delle entrate e quindi – spesso - delle quotazioni di Borsa. Tanto per fare due esempi: la General Electric controlla la NBC, mentre la Disney la ABC, due delle tre televisioni 'storiche' degli Stati Uniti. Facile quindi trarre conclusioni sul tipo di copertura che queste due televisioni avranno dato alle attività delle multinazionali suddette. In altri casi si formano imperi editoriali planetari, la cui attività principale è l'editoria, ma con protagonista principale la televisione (capace grazie alla pubblicità di fare da volano per grandi profitti): il gruppo editoriale di Rupert Murdoch, la cui principale attività è proprio la televisione, è un classico esempio del genere. A questo gruppo appartengono la televisione a pagamento Sky, negli Stati Uniti la Fox TV (famosa per lo slogan attraente quanto fuorviante “fair and balanced news”), in Gran Bretagna il tabloid The Sun... I conglomerati che posseggono i media si rendono perfettamente conto del loro potere e non hanno alcun problema a imporre linee editoriali e a zittire (o acquietare) voci troppo critiche, quando i loro interessi economici e politici possono essere messi in discussione. La NBC è celeberrima per non avere mai trasmesso servizi critici nel campo del nucleare, mentre Murdoch, nel tentativo di entrare nel mercato cinese, ha promesso ai dirigenti di quel Paese di adeguarsi alle direttive censorie del partito nei suoi media, non solo in Cina ma anche a Hong Kong. Il magnate si è anche vantato spesso di aver fatto vincere i laburisti in Gran Bretagna per la prima volta ordinando(!) al The Sun di appoggiare Tony Blair, scaricando i conservatori. Questo precedente allarma quindi i giornalisti del Wall Street Journal (non esattamente comunque un baluardo della lotta ai potenti) entrati recentemente a far parte dell'impero del magnate di origine australiana. La pubblicità mascherata da notizia I mass media devono quindi fare i conti con le pressioni e le direttive della loro proprietà, sia nel campo delle notizie 'scomode', sia nella scelta di sostenere questo o quel partito o personaggio, sia nella necessità di produrre un profitto (necessità questa che però può passare in secondo piano a fronte dell'utilità come mezzo di pressione...) che porta progressivamente alla riduzione – in certi casi alla scomparsa – delle redazioni (le famose 'news room' di tanti film statunitensi) e a un crescente appiattimento verso le esigenze, ad esempio, degli inserzionisti pubblicitari. Negli Stati Uniti c'è un crescente allarme per l'uso in costante aumento delle VNR (Video News Releases), servizi televisivi già pronti, curati dalle agenzie di pubbliche relazioni e inviati alle redazioni delle televisioni, specie quelle più piccole. Queste VNR, incredibilmente, vengono spesso trasmesse senza specificare la fonte e addirittura presentate come frutto del lavoro giornalistico della stazione TV e dei suoi giornalisti, non come una inserzione pubblicitaria mascherata: una versione in video del classico 'comunicato stampa'. Alcune stazioni particolarmente creative addirittura modificano le VNR inserendo qualche immagine di giornalisti interni, per aumentarne la credibilità. Gli Stati Uniti sono il Paese delle lobby e le VNR hanno toccato gli argomenti più diversi per contrastare eventuali 'problemi di immagine' dei committenti o influenzare il processo legislativo. Il campo della farmaceutica pare essere uno dei prediletti dai creatori delle VNR, ma non sono mancati VNR dedicati al nucleare (ovviamente), ai giocattoli, alla guerra e ai militari, al controllo della armi, all'informatica... L'effetto sulla credibilità dei mass media è dirompente, anche perché queste VNR non vengono trasmesse gratuitamente (malgrado i dinieghi degli interessati) e 'risolvono' elegantemente il problema di cosa trasmettere quando la redazione si riduce all'osso. L'americano Center for Media and Democracy conduce da anni una battaglia perché i VNR vengano trasmessi indicandoli chiaramente come tali, ma gli interessi sono tali e tanti che la lotta è lunga e difficile... Nei media gli articoli a pagamento, legati magari all'acquisto di spazi pubblicitari di cui divengono una sorta di estensione (però mascherata), chiamati in gergo 'marchette', non sono una novità che si tratti di quotidiani, periodici o televisioni. Possono assumere la forma di servizi televisivi che magnificano un certo film o manifestazione, di articoli entusiasti su un certo prodotto o evento (spesso etichettati in un residuo di pudore come 'inserti speciali' dei quotidiani mentre nelle riviste non appare alcuna distinzione) oppure concretizzarsi nei celebri 'uffici programmazione' delle radio private. Va da sé che una volta scoperto o solo intuito il gioco dei media e il loro ruolo, il cittadino - lettore cominci a diventare diffidente e via via a disamorarsi dei media, soprattutto quelli cartacei, considerati a torto o ragione (soprattutto dai giovani e giovanissimi) privi di interesse. E in Italia? ... [to be continued]
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