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Stefano Perilloso
Lo psicoterapeuta risponde

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Marzo 2009
Febbraio 2009



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IL BLOGGER

Domenica 29 Marzo 2009, ore 14.14 | 3 commenti

Ciao sono A. 31 anni, il mio ragazzo mi ha lasciato, sono ormai 7 mesi, ho fatto dei tentativi per non interrompere il rapporto ma non ha funzionato. Poi ho fatto dei tentativi per vivere da sola, ma non funziona neanche così, non ho mai conosciuto un dolore così, mi sembra che niente abbia più senso.

 

La fine di un amore è una cosa molto dolorosa, all’inizio siamo arrabbiati e la rabbia per un poco ci si sostiene. L’orgoglio ci da la forza per andare avanti disegnando attorno a noi confini precisi, confini sicuri che restituiscono fierezza, senso ed identità alla nostra condizione. Poi la rabbia finisce e si incomincia a sentire la mancanza di una appartenenza che per lungo tempo ci ha nutrito, anche il dolore cambia, è meno intenso, ma più penetrante, si insinua sotto la pelle. Non è possibile eludere questo dolore, va attraversato cercando sostegno nelle figure importanti della nostra vita. Quando si è lasciati non si soffre tanto per il congedo dell’altro, quanto del fatto che congedandosi da noi l’altro mette in pericolo la nostra identità. Per lungo tempo, durante il rapporto, abbiamo consegnato la nostra identità e l’immagine di noi stessi all’altro e quando l’altro se ne va ci sentiamo nessuno. Allora dopo il congedo, non è opportuno cercare di ricuperare ciò che è finito, ma recuperare quel noi stessi che avevamo affidato all’altro, al suo amore, al suo riconoscimento. La fine di una relazione ci riporta bruscamente al compito di riprenderci tra le mani il nostro destino. Cara A. il lutto è un attraversamento difficile, il pericolo più grande è bloccarsi in questo viaggio, oppure non affrontarlo affatto. Chi troppo velocemente sostituisce la perdita, senza un vissuto doloroso, rischia di smarrire, insieme alla persona amata,  una parte importante di se. Tuttavia anche sostare troppo nel dolore può essere rischioso. Spesso ci aggrappiamo al dolore come ultimo, drammatico tentativo di mantenere una relazione, ma i rimpianti e i ricordi non appagano un animo assetato. La perdita ha i suoi tempi e sono lenti, è importante sapere cogliere e garantire “i minimi movimenti della vita” e, se si ferma per troppo tempo, è opportuno farsi dare una mano.

 

Dott. Stefano Perilloso 

 

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Martedì 17 Febbraio 2009, ore 10.32 | 1 commenti

Ciao sono E., ho 18 anni, i miei sono separati un anno fa, con mio padre non ho più rapporti per una scelta mia, anche se ci sto male. Mia madre da quando si sono lasciati e cambiata molto, pensa più a se stessa e molto spesso rimango sola a casa. Me la sto iniziando prendere con il cibo, non mangio più bevo solo acqua e mangio solo frutta. Vorrei che tutto tornasse come prima, ho sentito che alcune coppie stanno insieme per i figli.

 

 Cara E., la separazione di due genitori è una delle situazioni più dolorose, specialmente considerata la sua età. Immagino che i suoi genitori siano giunti alla scelta di separarsi dopo un percorso complesso: inizialmente non si vuole affrontare la cosa, poi si fanno dei tentativi per salvare il matrimonio, dopo di che, se le cose non vanno, ci si separa. Non è una decisione che si prende a  cuor leggero, capisco il suo dolore, ma devo dirle che spesso ci vuole molto più coraggio e responsabilità nel rompere una relazione, piuttosto che nel tenerla in piedi a tutti costi. Alcune coppie scelgono di stare insieme per i figli, non sempre questo è possibile, ma le garantisco che questa strada, a parte lenire i sensi di colpa dei genitori, non diminuisce la sofferenza. Spesso, in questi casi, il dolore dei figli rimane congelato, non riesce ad esprimersi, essi si caricano di una responsabilità inadeguata diventando oggetto di alleanze patologiche con questo o con quel genitore. Questi figli così “invischiati”, incontrano grande difficoltà nella costruzione della propria strada, perché sono troppo impegnati nelle dinamiche familiari. Forse lei voleva sentire parole diverse, capisco che i suoi genitori le hanno doto una grande sofferenza, ma vorrei che comprendesse che in qualche modo l’hanno liberata dal compito impossibile di tenerli insieme. La separazione è un lutto, è dolore, ma un dolore chiaro e quando una coppia inizia a viaggiare fuori dal “Noi” non c’è niente che i figli possano fare. Il suo prendersela con il cibo sembra una forma di protesta, forse rifiuta l’alimento che le da il genitore perché reclama un’altra attenzione, un altro cibo. Non si perda in queste metafore, colga invece la sfida che le ha posto la vita come una opportunità di crescita. Ricontatti suo padre e parli a sua madre di come si sente, mi pare che sia questo il nutrimento di cui ha bisogno.

Dott. Stefano Perilloso

 

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Domenica 08 Febbraio 2009, ore 22.45 | 2 commenti

Salve, sono uno studente ho 23 anni, da circa 8 anni soffro di attacchi di panico, all'inizio si manifestavano con agorafobia, poi sono diventati sempre più frequenti. Ho pensato di non dire nulla ai miei fino a circa 3 anni fa', quando non riuscendo ad andare più avanti ho dovuto spifferare tutto a mia madre e al mio medico. Il dottore mi ha consigliato subito una terapia a base di (…) una compressa al giorno e (…) in gocce al bisogno. In questi giorni però e' ripresa una forte ansia, legata a un senso di dispersione, come se la mia casa fosse dispersa nell'universo

 

La  ringrazio per questa sua lettera, mi da l’opportunità di trattare di un disturbo sempre più comune. L’attacco di panico è come un piccolo fiammifero gettato sopra un bidone di benzina con il risultato di un grande botto e fumo e fuoco da per tutto. Di per se un fiammifero sarebbe poca cosa, ma è l’innesco di una reazione a catena che attinge ad energie molto profonde perché collegate a problematiche personali non risolte e a vissuti critici per troppo tempo trascurati. Chi soffre di attacchi di panico, anche se attorniato da molte persone, si sente sprofondare in una solitudine senza speranza, avverte un angoscia profonda. Le correlate reazioni fisiologiche (tremore, sudore, sensazione di svenimento) rendono più acuta la sensazione di essere lì per lì per morire. Nello sfondo delle sicurezze esistenziali di base si spalanca una crepa percepita come una voragine: come se il pavimento si fosse aperto all’improvviso. La prima volta che questo accade, passata la crisi, ci si sente storditi per la violenza dei vissuti, non riusciamo a farcene una ragione, abituati come siamo a percepirci sereni e sicuri. A questo punto però, abitualmente, si innesca la paura anticipatoria che questo vissuto torni d’un tratto, senza preavviso. Si diventa sempre più insicuri riducendo il proprio spazio di movimento. L’attacco di panico è una patologia della paura. Una paura totale, la paura che il mondo frani o come dice lei che si disperda nell’universo. Alcuni affermano che l’attacco di panico sia una paura immotivata, mi permetto di dissentire, certo non si muore, non è la vita ad essere in pericolo, piuttosto la nostra integrità. Quando si è inseriti in una valida esperienza di appartenenza si può avvertire la paura, ma non il panico, infatti il panico è una paura che non ha relazione, che non ha sostegno. L’attacco di panico è come lo svelarsi del mondo delle apparenze e lascia intravedere un “universo” trascurato, quello dei rapporti profondi, del coinvolgimento, dell’affidarsi all’altro. Infatti chi soffre di attacchi di panico distingue benissimo le relazioni significative (quelle che placano e danno sicurezza) da quelle apparenti che possono essere tante ma non contengono l’angoscia. Chi soffre di attacchi di panico sperimenta sulla propria pelle la differenza tra incontro-contatto (il mit-da-sein heideggeriano) e l’essere uno-accanto all’altro. Caro lettore, la terapia farmacologica va bene, ma è troppo tempo che fa da solo. In questi casi è necessaria una psicoterapia. Un percorso in grado di dare un senso al sintomo, dove apprendere progressivamente a fidarsi anche delle proprie parti fragili e sperimentare la possibilità di fidarsi ed affidarsi all’altro. Come lei dice l’universo ci “disperde”, ma è pur vero che per trattenere l’universo, certe volte basta un abbraccio che ci sappia accogliere.

Dott. Stefano Perilloso 

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Domenica 08 Febbraio 2009, ore 22.30 | Commenta

Gentile dottore,

ho 30 anni e sono fidanzato da 6 anni con una ragazza, 4 anni fa dopo un rapporto a lei non è arrivato il ciclo e abbiamo temuto che fosse rimasta in cinta, per fortuna il test di gravidanza fu negativo. In tutto questo lei ha avuto un periodo quasi di depressone x la paura di essere rimasta incinta (le preciso che siamo 2 studenti, e non avremmo potuto sposarci, anche se desideriamo tanto farlo in futuro). Da allora sono passati 3 anni e non abbiamo mai  più avuto un rapporto sessuale, diciamo sempre che dobbiamo provarci ma non succede mai. Ogni tanto lei mi rimprovera e dice che dovrei essere io a prendere l'iniziativa in modo deciso, ma poi se la prendo lei si vede che ha paura e comincia a trovare delle scuse per non farlo.

 

Caro lettore, per motivi di spazio non ho potuto pubblicare che una parte della sua lettera, ma cercherò di risponderle in modo globale. La paura di rimanere incinta potrebbe anche impedire, per qualche mese, la serenità di un rapporto, ma lei mi sta parlando di anni, la risposta contingente, che vi siete dati 3 anni fa, è diventata una consuetudine, si è trasformata nel vostro stare insieme; la invito, quindi, a prendere sul serio questo tempo che è passato.

Molte relazioni sono “caste”, più di quante non si immagini e non per questo sono meno serene. Una volta si utilizzava l’espressione “matrimoni bianchi” per indicare, appunto, quelle unioni in cui non c’è un vero e proprio rapporto sessuale.  Quando questo è frutto di una scelta condivisa, quando non è dettato da paure o da difficoltà, non è un problema psicologico, ma rientra nell’ambito delle libertà individuali, ed è bene che qualsiasi specialista faccia uno o più passi indietro, perché la cosa non lo riguarda. Faccio questa doverosa premessa perché quando si parla di sessualità conviene essere discreti e non svelare, in modo grossolano, ciò che per sua natura esige una certa segretezza e un certo mistero. La sessualità è un tema molto complesso, coinvolge sentimenti, paure, il rapporto con il nostro corpo e con l’altro, coinvolge le nostre aspettative e i nostri bisogni. È vero se ne parla molto, se  ne parla  a sproposito. La sessualità è il cavallo di battaglia di ogni campagna pubblicitaria, l’ingrediente di sicuro successo per una trasmissione televisiva o per le vendite di un nuovo romanzo. Tuttavia più la sessualità è denudata, più si ritira fino a non lasciare di sé che un atto disincarnato.

Caro lettore, il rapporto sessuale, in un certo senso, è un atto di abbandono e a me pare, leggendo la sua lettera, che questo tema riguardi la sua relazione. Siete vicini, come fratelli, siete uno affianco all’altro, non siete uno di fronte all’altro e non vi abbandonate. Provi ad allargare lo sguardo e vedere cosa c’è nello sfondo di questo rapporto che lei definisce “mancante”. Spesso, di fronte alle difficoltà, si è tentati di focalizzarsi sui sintomi o sull’estenuante ricerca di possibili cause prime. Probabilmente è accaduto qualcosa tra di voi 3 anni fa, qualcosa che non avete bene elaborato ed ha cambiato il vostro rapporto. Tuttavia se c’è qualcosa che “disturba” oggi il vostro rapporto, è nel presente che lo troverete, nell’ hic et nunc della relazione. Tendiamo a pensare che l’elemento mancante del puzzle vada scovato nel passato o in profondità, invece, nella maggior parte delle problematiche relazionali, l’elemento mancante è nel presente e in superficie, tra le cose più banali, a cui non prestiamo più attenzione.

Le propongo un approccio diverso da quello da lei adottato fino ad oggi, invece di chiedersi “il perché” si chieda “ il come”, in che modo, ad un certo punto lei ferma il contatto? Cosa sente in quel momento? cosa determina questo nella relazione tra lei e la sua ragazza? Quali vissuti evitate? Cosa non incontrate di voi stessi quando non vi abbandonate?

 

Dott. Stefano Perilloso 

 

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