Perché non mi riconosco in quel documento dell’Arnaldo | di Flavio Pasotti

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Flavio Pasotti, opinionista BsNews.it

di * – O è cambiato l’Arnaldo, il che è possibile, o la descrizione delle prime, infauste righe del Ptof non corrisponde alla storia della scuola. Nella mia classe non ci siamo mai posti problemi “socioculturali” o di tradizione familiare, la “livella” era il merito e l’invidia, se c’era, era per la intelligenza altrui, non per altro; il migliore di noi, non usava nemmeno il vocabolario, credo fosse figlio di un postino ma manco me lo ricordo per quanto era irrilevante, altro che ambiente favorevole.

Qualcuno di noi non ha mai pagato una pizza il sabato sera perchè il piacere non era offrirgliela ma il non privarsi della sua compagnia. Un paio di miei amici, compagni di classe, avevano avuto fratelli e genitori all’Arnaldo e altri fratelli e sorelle li seguirono ma non avevano nulla, proprio nulla che potesse sottendere una analisi “sociale” come la si intravvede nel documento, anzi si metterebbero a ridere leggendolo (forse lo stanno già facendo). Il resto della classe era uno spaccato sociale di quegli anni in cui i genitori ancora scommettevano sulla scuola per l’avvenire dei figli, chi aveva un problema di censo (o paura degli scioperi che al contrario molto mi insegnarono) andava altrove. E dall’Arnaldo si usciva senza un orientamento universitario vincolato a lettere o filosofia: si riempivano le facoltà scientifiche, medicina e ingegneria per prime (se oggi finisco al Civile trovo amici dottori che ancora mi prendono i giro da quel dì).

Le sezioni erano la vera differenza, non perchè ve ne fossero di buone o meno buone ma perchè in base ai professori conoscevi quella era la tua sensibilità culturale e se è vero che nella A vedevi più formazione classica e nella D una visione più sociale anche le altre avevano professori brillanti, alcuni veri pezzi da 90 della intellettualità bresciana. Orientatissimi sì, ma solidissimi.

E proprio questo era il “piano di studi” del Liceo: il fornirti gli strumenti per la analisi critica di ciò che studiavi o ti accadeva intorno e i professori non ne erano esenti da critiche e ne ricordo di discussioni. Una attitudine che mi ha marchiato perchè ogniqualvolta trovo, leggo, incontro qualcosa che non comprendo fermo tutto e vado a cercare risposte, piccole o grandi che siano, come quando consultavo il Rocci o il Badellino Calonghi Georges non per tradurre ma per capire cosa l’autore volesse raccontarmi: per questo il PTOF me lo sono letto tutto e credo di avere qui espresso una qualche ragionata critica. Io figlio di un ragioniere del Ballini all’Arnaldo devo tutto della mia vita, leggere quelle righe pur comprendendo il vincolo burocratico ha scatenato ira funesta e un filo di delusione: fui tra quelli che, legato da vocazione e professione alla innovazione, mi battei con lettere ai giornali e telefonate ad ex arnaldini in grado di avere voce in capitolo per ripristinare l’antico portone e togliere quel coso a vetri da chiesa moderna che avevano messo una decina di anni fa.

Ogni domenica infilo la felpa blu e bianca dell’Arnaldo per andarmene in giro in città, sfottendo i miei figli, tre, finiti tutti al Calini (perchè all’Arnaldo imparai il senso delle libertà individuali e della propria vocazione, non della eredità familiare). E su Facebook la amicizia è assicurata a chiunque nelle info dica di avere passato cinque o più anni in corso Magenta. Voglio dare il beneficio della buona fede a chi ha scritto il documento ma “vision” e “curricolo” li ricorderò a lungo.

* Ex alunno

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  1. Bei ricordi, indierttamente evocati con garbo e saggezza da Flavio Pasotti con riferimento (condivido) alle sciocchezze contenute nel PTOF dell’Arnaldo, oggetto oggi di riflessione critica. Transitai, io, nella sezione C di docenti come Mascialino, Germani, Bambara, Voltolini, Zinoni, Boselli per finire con il Prof.Tosoni di Educazione Fisica, per anni Sindaco di Montichiari, che portò noi “saponette” outsider a vincere un mitico torneo provinciale di basket battendo in finale gli strafavoriti dell’Itis. Ma, su tutto, c’è una parola che nessuno oggi cita più: cultura. Già, l’Arnaldo era un luogo dal quale si usciva allora con un patrimonio di cultura, ancor prima che di conoscenze, davvero immenso e che avremmo custodito con gelosia ed esibito con orgoglio per tutta la vita. Oggi, lo dico per esperienza di formatore ancora in servizio permanente effettivo nel comparto bancario ed assicurativo, incrocio nelle aule un livello di ignoranza (non conoscenza…) disarmante ed inquietante. Come abbiamo fatto a ridurci così ? Bella domanda…

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